Professor Ariemma, Lei è autore del libro Anatomia della bellezza. Cura di sé, arte, spettacolo da Platone al selfie pubblicato per i tipi di Aracne: cos’è oggi la bellezza?
Anatomia della bellezza. Cura di sé, arte, spettacolo da Platone al selfie Tommaso AriemmaLa bellezza è oggi una dimensione fondamentale per analizzare la nostra società, divenuta sempre di più una società fondata sull’esposizione (di sé, degli altri, di merci). Essere belli appare quasi un obbligo, soprattutto per le giovani generazioni. Tuttavia, mai come in questa epoca, il senso della bellezza ci sfugge.
Pensiamo spesso al bello come a qualcosa di unico e non di molteplice. Ma non potremmo sbagliarci di più. Bello, infatti, si dice in molti modi. Bella può essere una forma precisa e portata a termine, ma anche l’espressione di una libertà che non può essere racchiusa da nessuna forma. Bella può essere una storia, soprattutto se rispetta le regole del narrare stabilite da Aristotele, ma anche un dettaglio che sembra secondario rispetto alla narrazione. Nel mio libro ho cercato di mettere in evidenza queste quattro dimensioni del bello, che possiamo rintracciare nella cosmetica e nell’arte tradizionale, nel piacere che ricaviamo dall’ascoltare storie costruite in un certo modo, nell’attenzione ai dettagli propria soprattutto della nuova serialità televisiva e nell’arte contemporanea, che sembrava aver chiuso in modo definitivo con la bellezza.

Qual è l’excursus storico del concetto di bellezza?
È curioso come non sia stata scritta finora una vera storia della bellezza. Fare una storia della bellezza è molto problematico, perché per fare la storia di qualcosa bisogna aver ben chiaro il soggetto in questione e niente è più sfuggente del bello. Platone parlava a ragione di un “grande mare del bello”. Detto questo si può fare la storia del suo divenire sempre più centrale nella vita di ognuno di noi e del suo “prendere corpo”. Alle origini della nostra tradizione di pensiero, il corpo mortale non poteva essere bello quanto una forma ideale. Invece, nel corso dei secoli, e grazie a una svolta decisiva operata soprattutto dalla cultura del Rinascimento, il corpo umano (soprattutto quello femminile) è divenuto il riferimento privilegiato quando pensiamo alla bellezza. La storia della bellezza è, pertanto, anche la storia dell’occultamento progressivo di altre dimensioni della bellezza che vengono messe in ombra dalla progressiva esposizione dei corpi.

Nel Suo testo Ella si interroga se l’arte contemporanea abbia abdicato alla bellezza: è realmente così?
È opinione diffusa che l’arte contemporanea abbia rinunciato alla bellezza, quando non l’abbia esplicitamente combattuta. Artisti, storici dell’arte, filosofi dell’arte e studiosi di estetica sostengono, spesso senza pudore, una tale sciocchezza. Gli unici a non avere scuse, tuttavia, sono proprio i filosofi e gli studiosi di estetica, perché in tal modo dimostrano di non aver letto attentamente Kant e Hegel. Per questi grandi filosofi, infatti, la bellezza artistica si fonda sulla libertà umana e non sul gradevole o sul rispetto di una forma. Da diverso tempo, soprattutto da parte di filosofi appartenenti alla cosiddetta “filosofia analitica” (l’espressione non dice oggi più tanto, ma in questo caso risulta comoda) di area anglosassone, ci si interroga intorno a una “definizione dell’arte”, spesso per spiegare molte opere di arte contemporanea di fronte alle quali ci si chiede “è arte?”. Proprio questi filosofi, che di solito hanno una formazione storico-filosofica piuttosto debole e non di rado fanno dono di perle di ingenuità, non prendono in considerazione la dimensione della bellezza per definire l’opera d’arte (soprattutto quella contemporanea). Dunque, se si ritorna a leggere con attenzione Kant e Hegel, si può notare una dimensione del bello non riducibile al gradevole o al rispetto di una forma, una dimensione “negativa” che fa difetto, ma che esprime libertà, messa in questione di concetti consolidati, coraggio nell’associare materie e idee. Una dimensione che è il principio attivo di ciò che si chiama “arte contemporanea”.

In che senso si può definire la pratica del selfie una tecnica di solitudine?
La storia della visione di sé, dell’autorappresentazione, è stata largamente ignorata dalla filosofia. Vi sono, nel corso dei secoli, diverse “strategie di percezione di sé” o “tecniche di solitudine” (l’espressione è del filosofo Thomas Macho) e la pratica contemporanea del selfie rientra in tali strategie. Ovviamente da molti studiosi e filosofi contemporanei questa pratica è stata condannata e stigmatizzata più che studiata, ma essa trova le sue radici nell’autoritratto artistico e in generale nella storia dell’arte. Nel mio libro la pratica del selfie viene considerata, pertanto, all’interno di pratiche di “cura di sé”, che, come altre relazioni di cura, possono portare allo sfinimento e all’esaurimento, oppure alla soddisfazione e all’accettazione condivisa del proprio essere. Compito della filosofia è quello di indicare l’ambiguità di una pratica così diffusa, sottolineando la sua natura “farmacologica”. Proprio come un farmaco, infatti, la pratica del selfie può essere veleno o rimedio. L’uso del proprio, ha detto un grande poeta, resta sempre la cosa più difficile e il vero compito, soprattutto politico, dell’avvenire.

Che rapporto intercorre tra media e bellezza?
Con la diffusione dei social network e con il venir meno della differenza tra l’essere “on line” e l’essere “off line” anche il senso della bellezza muta profondamente. Oggi, sempre di più, essa è legata all’immagine corporea pubblicata on line: il corpo, dunque, lungi dall’essere messo da parte dal “virtuale” è ancora il campo di battaglia dell’estetica, soprattutto visto l’aumento preoccupante dei disturbi del comportamento alimentare nei più giovani. Diviene sempre più necessaria un’educazione al digitale che è anche, pertanto, un’educazione alla bellezza. Da qualche anno, in collaborazione con l’Associazione “Artemisia-Una voce per l’anoressia”, tengo incontri nelle scuole superiori per dialogare con gli adolescenti su questi temi. Proprio seguendo i principi teorici di “Anatomia della bellezza”, ma anche dello studio più recente “Al mondo ci sono solo isole. Filosofia dell’intensità” (Diogene Edizioni), ai ragazzi viene presentata una natura multiforme della bellezza, irriducibile alla sola forma corporea. Data la stretta correlazione, negli adolescenti, tra l’aumento della dipendenza da smartphone e social media e l’ossessione per il corpo, una speciale educazione capace di portare i ragazzi “fuori di sé” (per citare il titolo di un progetto da poco sperimentato in una scuola) diviene sempre più necessaria. Sono davvero contento che le mie ricerche abbiano trovato un’applicazione così importante e delicata, piuttosto che divenire una semplice moda nei salotti della filosofia astratta.