“Anatomia del personaggio romanzesco. Storia, forme e teorie di una categoria letteraria” di Gloria Scarfone

Dott.ssa Gloria Scarfone, Lei è autrice del libro Anatomia del personaggio romanzesco. Storia, forme e teorie di una categoria letteraria, edito da Carocci: quali concetti del mondo greco ci consentono di pensare il personaggio in diacronia, osservando continuità e rotture rispetto a un modello che, se pure non è più il nostro, ci parla ancora tantissimo?
Anatomia del personaggio romanzesco. Storia, forme e teorie di una categoria letteraria, Gloria ScarfoneAnatomia del personaggio romanzesco inizia con una mossa programmatica che guarda al modello storiografico della lunga durata, nella convinzione che uno dei modi migliori per pensare la categoria di personaggio sia quello di partire dai luoghi della cultura occidentale che per primi hanno contribuito a donargli una fisionomia: la Repubblica di Platone, la Poetica di Aristotele e i Caratteri di Teofrasto. Analizzare e confrontare alcuni passi di queste (e altre) opere mi ha permesso di ragionare su una serie di concetti fondativi, senza i quali la stessa idea di personaggio, così come la concepiamo ancora oggi, non esisterebbe. Tra tutti, direi che i più importanti sono senz’altro i concetti di mimesis (rappresentazione), quello di eikòs (verosimile), quello di ethos (carattere) e quello di diànoia (pensiero). Si tratta ovviamente di concetti tra loro fortemente legati e separarli è una necessità dell’operazione anatomica del libro. Il problema della mimesis – letteralmente, imitazione – ci interroga su come ci rappresentiamo la realtà in cui viviamo, una realtà fatta anzitutto di esseri umani, di persone che agiscono, che pensano, che vivono. Queste persone, nel mondo della rappresentazione, diventano personaggi attraverso una complessa operazione di riconfigurazione del reale. Una delle principali difficoltà di questa operazione è creare personaggi verosimili (eikòs), personaggi che ci somigliano anche se non sono reali (anche se sarebbe più corretto dire, proprio perché non sono reali). Per questo sarà anzitutto necessario dotarli di ciò che ci caratterizza in quanto esseri umani: in primis, di un carattere (ethos) e di un pensiero (diànoia). Ovviamente l’idea di somiglianza cambia nel tempo: l’uomo virtuoso della tragedia cui pensava Aristotele – e il fatto stesso che per lui fosse concepibile pensare solo a un uomo e non a una donna – è profondamente diverso dall’individuo cui siamo stati abituati dopo più di un secolo di psicoanalisi. Ma l’esigenza di un’omologia con l’umanità (hòmoios è un altro concetto chiave del libro) c’è sempre stata. Compito dello storico della letteratura e del critico sarà allora ricostruire di volta in volta cosa è verosimile in una determinata epoca, come l’idea di persona si trasforma nei secoli e grazie a quali dispositivi narrativi certi personaggi continuano a interessarci nonostante il passare del tempo.

Sulla base di quali concetti la teoria novecentesca ha pensato il personaggio?
Uno dei più grandi errori della teoria novecentesca – quella Teoria con la maiuscola che ha avuto il suo apice nello strutturalismo francese degli anni Sessanta e Settanta – è stato proprio volersi sbarazzare della categoria di personaggio. La ragione è semplice: il testualismo non poteva convivere con l’antropomorfismo. Se non si deve pensare a nient’altro che al testo, se il testo è autonomo rispetto alla realtà e dotato di una sua coerenza interna che lo rende completamente autosufficiente, allora bisogna scindere ogni legame con il mondo esterno, separare nettamente l’être de papier dai costumi degli esseri umani. Tagliare i ponti con la realtà significava infatti recidere il rapporto tra fatto letterario e vita pratica, tra letteratura e doxa. Così, nelle teorie dei formalisti prima (Vladimir Propp, Boris Tomaševskij, Algirdas Julien Greimas) e degli strutturalisti poi (Roland Barthes, Philippe Hamon, Seymour Chatman, Gérard Genette), il personaggio veniva ridotto a funzione del testo: X fa questo perché l’intrigo deve svilupparsi in un determinato modo; è un mezzo per collegare una serie di motivi, un mero attante di un’azione iscritta nel testo. Approfondire le ragioni di questa azione – ci dicevano gli strutturalisti – è sbagliato, perché significherebbe interrogarsi su un’intenzionalità dell’agire umano che ci porta al di là del testo. Ma la verità è che, al contrario, sono proprio questi interrogativi a rendere viva la nostra esperienza di lettura e a dare senso all’opera che leggiamo.

Ovviamente lo strutturalismo francese ha rappresentato solo una parte e un momento relativamente brevi della teoria letteraria del Novecento, ma è ancora importante confrontarsi con le loro proposte per il peso, l’impatto e la forza di penetrazione di lungo corso che hanno avuto in Italia, anche grazie a una assimilazione e divulgazione precoce mediata da studiosi come Cesare Segre; basta pensare al fatto che il lessico di Genette è ancora oggi quello dominante non solo nella critica letteraria ma persino nella manualistica scolastica. Esistono però altre teorie e altre tradizioni critiche che in Italia sono rimaste nell’ombra, a causa di un disinteresse rispecchiato in alcune vicende editoriali che oggi appaiono retrospettivamente significative. Penso in particolare alla mancata o tardiva traduzione italiana di opere geniali come Die Logik der Dichtung di Käte Hamburger (1957) e Transparent Minds di Dorrit Cohn (1978), due studiose (d’origine rispettivamente tedesca e austriaca) che guardavano a un paradigma narratologico di matrice tedesca profondamente diverso da quello proposto dallo strutturalismo francese, soprattutto perché fondato sull’evoluzione storica delle forme.

In che modo fiction e vita psichica costituiscono un luogo gnoseologico?
Anzitutto va detto che questa domanda ne implica a sua volta un’altra, a cui è legata a doppio filo: “che cos’è la finzione?”. Per noi oggi il genere principe della fiction è il romanzo, nel passato della cultura occidentale era l’epica. Cosa accomuna questi due generi? Ecco, seppur in modo articolato e complesso, Hamburger dà una risposta molto semplice a questo interrogativo: è la possibilità dell’introspezione a distinguere la finzione epica e romanzesca dalla storiografia fondata sulla verificabilità delle fonti. Nella vita reale non possiamo sapere cosa pensano o provano gli altri se non in forme mediate, come l’inferenza e il relata refero. Quando leggiamo un romanzo, le possibilità dell’introspezione si moltiplicano: l’onniscienza psichica, in cui un narratore riporta i pensieri del personaggio; le molteplici forme del monologo interiore, in cui il narratore cede la parola all’eroe; e i vari ibridi in cui le due voci si confondono, sovrappongono o identificano. Ecco, per studiose come Hamburger e Cohn la finzione è esattamente il luogo in cui noi possiamo conoscere gli altri come noi stessi. La possibilità di penetrare nella vita interiore di un essere diverso da noi (il personaggio) permette di risolvere, o per lo meno sospendere nel tempo della lettura, l’asimmetria ontologica su cui si basa la nostra vita. Credo sia per questo che il problema del cosiddetto narratore onnisciente sia rimasto negli anni uno dei più affascinanti, ed è per questo che nel mio libro ho scelto di dedicare così tanto spazio alle questioni narratologiche a esso legate, analizzando alcune delle più importanti tecniche introspettive del romanzo. Come vedete siamo lontanissimi dalla concezione “funzionale” del personaggio così come l’aveva pensata lo strutturalismo francese e paradossalmente molto più vicini all’idea che ne aveva Aristotele: il personaggio come rappresentazione (mimetikè) verosimile (eikòs) di un individuo che ci somiglia (hòmoios), che è in sé credibile (homalòs) e che è dotato di carattere (ethos) e pensiero (diànoia).

Gloria Scarfone è assegnista di ricerca in Letteratura italiana contemporanea presso l’Università di Pisa. Si occupa di questioni di teoria letteraria e di narrativa italiana del Novecento. Ha pubblicato le monografie Goliarda Sapienza. Un’autrice ai margini del sistema letterario (Transeuropa, 2018) e Il pensiero monologico. Personaggio e vita psichica in Volponi, Morante e Pasolini (Mimesis, 2022), grazie al quale nel 2023 ha vinto il premio per la giovane critica letteraria “Dino Garrone”.

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