Amiche mie isteriche, Angela PutinoAngela Putino, docente di Bioetica all’università degli Studi di Salerno, fine lettrice di Simone Weil e di Foucault (si vedano, tra i suoi ultimi scritti: Simone Weil. Un’intima estraneità, Città Aperta 2007, e Fattore godimento. L’infame e l’anormale secondo Michel Foucault, in R. Conforti (cur.), La psicoanalisi tra scienze umane e neuroscienze, Rubbettino 2006) è stata una delle voci filosofiche più originali del femminismo italiano. A dieci anni dalla sua prematura scomparsa (2007), l’editore Cronopio ne ripubblica Amiche mie isteriche (prima ed.Cronopio 1998), il libro che segnò una svolta nel pensiero della differenza sessuale su cui si attardavano in una sorta di stasi parte dei gruppi femministi degli anni Novanta. Correda il testo una densa postfazione di Laura Boella, docente di Filosofia morale presso l’Università di Milano, che consente non solo di contestualizzare lo scritto ma di proiettarlo con un “effetto di sbalzo” nel presente.

La polemica aveva avuto, per così dire, un’occasione esterna: la pubblicazione del testo di Luisa Muraro, L’ordine della madre (Editori Riuniti 1991), ma la critica all’ordine simbolico femminile teorizzato dalla Muraro è solo il pretesto per un discorso filosofico più ampio che coinvolge i modelli di identificazione in generi e specie, le politiche della vita, i modi di intendere i rapporti intersoggettivi.

Agli inizi degli anni ’60, Lévi-Strauss in Il totemismo oggi (Paris 1962, Milano 1964) aveva fatto notare che verso la fine del XIX secolo due mode avevano conosciuto una breve quanto significativa ascesa e caduta: il totemismo e l’isteria. Fiorite negli stessi ambienti sociali, il loro destino parallelo poteva essere spiegato con la tendenza comune a molti settori della scienza a costituire separatamente, nei termini di una ‘natura’, fenomeni umani che gli studiosi preferivano considerare esterni al loro universo morale. Se la teoria del totemismo contribuiva a distinguere le società in maniera radicale respingendone alcune nella ‘natura’, quella dell’isteria traduceva in sintomi di una malattia gli scompensi somatici e psichici a cui, come si credeva, andava incontro il corpo femminile quando non obbediva alle sue finalità di accoppiamento e riproduzione. Va quindi valutato nella sua piena portata il momento in cui il termine ‘isteria’ viene rispolverato e rivendicato dai movimenti femministi per perdere la sua valenza patologica e significare un ‘modo di essere’ che nella potenza generativa del materno cerca il modello della relazione femminile. Per dirla con le parole dell’A., “un ambientarsi femminile che non lascia l’hysteron, l’utero, e configura un passaggio nel mondo attraverso l’attaccamento alla madre” (p. 7).

A questa concezione della ‘differenza’ che, fantasticando un tratto costante dell’identità femminile, non abbandona il luogo di sempre – l’utero – con i suoi precipitati simbolici (l’attenzione e la cura), l’A. contrappone l’idea di “indifferenza”: indifferenza “agli inviti che spingono a partecipare e a includersi”, ai “modi in cui il legame sociale si ostenta e prende corpo” (p. 32), se è vero che la classificazione umana sulla base del sesso va tutt’uno con il potere di governo del vivente.

Il libro si articola in 6 movimenti. Definirli capitoli sarebbe forse troppo. Chiamarli paragrafi troppo poco. Sono ondate di pensiero successive che di volta in volta amplificano la materia trattata.

Nei primi tre movimenti (L’isterica e la nonna che fugge, Non è che una salamandra, Virginia Woolf e l’evoluzione) è analizzata la nozione (al femminile) di “isteria” mostrando l’inversione di rotta che essa ha rappresentato rispetto ai movimenti femministi dei primi del Novecento che si propagarono impetuosi, dislocando la presenza delle donne, nei ministeri, nei campi, nelle fabbriche, nelle strade senza che esse “neppure si domandassero lavoriamo come donne? Portiamo il segno della differenza?” (p. 21). Negli ultimi tre (Immunizzarsi, Giudicare la vita, Una nota di biopolitica) si mette a fuoco “la nuova forma ideale di maternità”, permeabile alla cura e al controllo del vivente che si profila nel Novecento sotto la pressione dei saperi-poteri sulla famiglia: “Dagli inizi del secolo scorso l’ordine materno ha avuto scambi troppo frequenti con l’esercizio di governo” (p. 56).

Fa da trait d’union tra le due parti l’idea di “evoluzione divergente” che l’A. sviluppa prendendo spunto da un famoso testo di Eiseley: Il secolo di Darwin (London 1958, Milano 1975). Eiseley aveva descritto i contesti in cui si realizzò tra Settecento e Ottocento il tentativo di ricostruzione della preistoria della vita e la dimostrazione della totale interrelazione delle forme viventi. Da Couvier, il fondatore della paleontologia dei vertebrati, a Darwin, si era lentamente imposta una visione della vita in cui “divenire” e “divergere” sono la stessa cosa. La diversificazione delle stesse specie nelle isole Galàpagos aveva insegnato a Darwin le continue metamorfosi a cui vanno soggetti gli organismi viventi nell’interazione con le altre specie e con l’ambiente. In una straordinaria e felice contaminazione con la scrittura di Eiseley, quasi a riprenderne le fila per spostarle su un piano diverso, l’A. con un colpo d’ala applica la nozione di “evoluzione divergente” ai movimenti di emancipazione femminile che, nello stesso periodo e a partire dallo stesso ambiente cantabrigense, investono come un’onda anomala la scena sociale e del pensiero: “effervescenza di un’evoluzione che trascina tutto, evoluzione sotto gli occhi di tutti: cambio repentino di abiti, sorprendenti incontri di donne in qualunque luogo di lavoro, inusitate trasformazioni dei tempi quotidiani” (p. 22). Qui nell’amicizia tra Vita Sackville-Weste Virginia Woolf ritrova un’altra forma di comunicazione, quella “che investe non lo stato di sé, ma quello in cui ancora non si è, non il piano progettuale, ma il mutamento senza condizioni” (p. 35).

Lasciarsi andare verso la mutazione, senza forzarla attraverso la ricerca di fondamenti, consentirebbe forse anche oggi di far saltare, come nel secolo di Darwin, le rinnovate gerarchie della scala naturae sia che esse culminino in un homo sapiens o, come suo rovescio, in una mulier sapiens.

Difficile rendere conto in poche pagine di tutte le diramazioni di questo testo, breve quanto impervio e visionario, ma anche a una prima lettura si comprende che è impossibile ridurlo, come a volte si è cercato di fare, alla mera dimensione di una discussione interna al movimento femminista.

Giuliana Scalera McClintock
Docente di Storia delle religioni presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”