“Alle origini del welfare. Radici medievali e moderne della cultura europea dell’assistenza” di Gabriella Piccinni

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Prof.ssa Gabriella Piccinni, Lei ha curato l’edizione del libro Alle origini del welfare. Radici medievali e moderne della cultura europea dell’assistenza edito da Viella: quali soggetti, nell’Europa medievale, si fanno promotori di iniziative assistenziali?
Alle origini del welfare. Radici medievali e moderne della cultura europea dell’assistenza, Gabriella PiccinniIl tema dei promotori dell’iniziativa assistenziale è centrale in questo volume che è l’atto finale di un progetto di ricerca durato vari anni. Come si capisce già dal titolo siamo andati a cercare la storia profonda di quello che chiamiamo oggi welfare system, e che è uno dei pilastri sui quali si è basato il modello delle democrazie occidentali del secondo dopoguerra. Lo abbiamo fatto per essere più consapevoli che il welfare ha origini profonde, perché proprio nel periodo compreso fra Medioevo ed Età Moderna si consolidano e specializzano istituzioni nate o trasformate con la precisa funzione di fare attività di solidarietà e di assistenza. Naturalmente chiedere al concetto di welfare system di rispecchiarsi almeno un po’ nelle società medievali o di prima età moderna, per quanto evolute esse fossero, è una provocazione consapevole, attraverso la quale stiamo tentando di ricostruire la nascita della cultura europea della protezione sociale, esplorando con cura particolare il ruolo che ebbero la collettività da una parte e l’impulso e il coordinamento esercitato dai poteri pubblici dall’altra nel dispiegarsi di queste prime azioni e politiche.

Si può aggiungere che siamo partiti dal finire del Medioevo perché fu allora che le società urbane sperimentarono strumenti nuovi per far fronte alle debolezze prodotte dalla tumultuosa crescita e poi da una lunga recessione, e si confrontarono con la diffusione di forme anch’esse nuove di fragilità sociale. Nell’Italia tardomedievale una serie di pratiche e di sensibilità nuove o rinnovate si tradussero in un poderoso sforzo di dare forma di sistema alle politiche di contrasto al disagio sociale. Si crearono così le basi perché, coordinati dai poteri politici centrali o locali, nascessero istituti la cui funzione oggi gli economisti definirebbero anticiclica in quanto di lotta agli effetti delle crisi sulla popolazione più fragile. Gli ospedali, ceppi, confraternite, corporazioni, enti elemosinieri, Misericordie, lebbrosari, brefotrofi, Monti di Pietà, ricoprirono un ruolo a mano a mano più importante come risposta pubblica, cioè sociale, al bisogno.

Quello attraverso il quale la ‘cosa pubblica’ prese atto che nessuna società sopravvive alle sue crisi senza qualche forma di protezione sociale e di organizzazione dei servizi essenziali, come l’ingaggio di medici condotti, e che ciò richiedeva un’assunzione in prima persona di responsabilità di natura pubblica, è un processo complesso lasciato per molto tempo in ombra dalla storiografia italiana. Per molto tempo tutto questo proliferare di iniziative è stato interpretato solo come la manifestazione di un’attitudine religiosa e privata slegata da ogni valutazione di tipo sociale o economico, disattenta verso la qualità dei servizi o l’efficacia gestionale. Si tratta di una prospettiva non esaustiva perché la caritas è anche una virtù di natura politica, e la sua stessa declinazione religiosa implica una dimensione laica, in quanto si manifesta in opere modellate sull’emergenza dei bisogni.

In che modo si sviluppa e struttura l’assistenza ospedaliera?
Dal XII secolo la crescita rapida delle città aveva comportato in Italia processi violenti di trasformazione sociale, e i poveri, con i loro vari gradini di vulnerabilità, avevano a mano a mano occupato un ampio spazio nella società dell’espansione, vicino ai più ricchi o arricchiti, ai più potenti e tutelati. Fu allora che si sviluppò un pulviscolo di iniziative nate “dal basso”, dall’iniziativa di laici, uomini e tante donne che offrivano la propria manodopera gratuita oppure denaro o beni che potessero fornire una rendita all’istituzione che li riceveva. E intanto in varie città si manifestò anche un processo di presa in carico dell’assistenza da parte dei poteri municipali e infatti molti istituti vennero interessati da visite annuali da parte delle autorità civiche che, per esempio, nominavano i rettori e i revisori dei conti oppure garantivano incentivi. Un’altra parte dell’iniziativa proveniva dal mondo artigiano e da sodalizi a base professionale che si impegnarono a favore degli iscritti in cattive condizioni economiche o di salute, anche attraverso forme proto- e cripto-assicurative. Un’altra ancora, meno pulviscolare e più appariscente, era stata originata dall’iniziativa dei poteri superiori, monarchici, municipali, signorili, ecclesiastici.

Il pulviscolo di iniziative si organizzò mano a mano in reti assistenziali che nei casi più maturi divenivano veri sistemi territoriali o anche macroregionali, con un’offerta di posti letto non poi così distante dagli standard attuali. Basta penare che oggi in Italia il tetto è fissato a 3,7 letti per 1000 abitanti e Giovanni Villani nel 1338 parla di 1000 letti per i quasi 100.000 abitanti di Firenze.

Certo, non tutti gli ospedali svolgevano tutti i compiti, né erogavano gli stessi servizi. Qualcuno distribuiva solo elemosine, qualcuno accoglieva per brevi periodi e qualcuno a lungo, qualcuno offriva aiuto a fasce particolari di persone: ad esempio carcerati, malati, lebbrosi, feriti nelle giostre o mutilati dalla giustizia, donne senza dote, vedove, abbandonate o maltrattate dai mariti, trovatelli delle città o dei territori oppure poveri vergognosi, cioè i declassati e gli impoveriti.

Come si finanzia e amministra l’assistenza?
I registri dei notai ci dicono che crebbe in modo imponente il numero dei testamenti che prevedevano lasciti a sostegno degli istituti che si occupavano di assistere i deboli. Il testatore si mostrava attento non solo al destino della propria anima, ma anche a promuovere qualche forma di restituzione e redistribuzione delle ricchezze nel mondo reale. E, forse, anche consapevole della grande responsabilità degli istituti preposti nel far ‘funzionare’ l’assistenza quando le spese superassero le entrate. L’ospedale era divenuto, insomma, un interlocutore fidato per tanti cittadini anche come strumento perché la ricchezza dei più agiati prendesse una direzione socialmente utile. In questo volume si mettono a disposizione molti materiali e una prima ‘guida’ metodologica per valutare la ricchezza economica, il peso politico e la vivacità gestionale di alcuni dei più grandi ospedali italiani che tra medioevo ed età moderna assunsero autentici connotati imprenditoriali.

Quali forme di protezione sociale si sviluppano nell’Italia dei secoli XIV e XV?
In conseguenza di queste prime considerazioni possiamo provare a pensare l’ospedale urbano come un correttivo sociale che iniziava ad allargare la cittadinanza. L’ospedale era un buon interlocutore per tanti cittadini, perché era loro evidente che così la ricchezza dei più ricchi poteva prendere una forma socialmente utile, si convertiva in servizi per tutti. Questo è particolarmente evidente quando parliamo di pane e di fame, vale a dire della più concreta dell’infinta varietà di forme in cui si manifestava la povertà. Se si pensa che a Gerona, che contava circa 8000 abitanti, la Pia Almoina, istituita nel 1347, forniva 2500 porzioni di pane, cioè dava assistenza alimentare a quasi un terzo della popolazione, si comprende la dimensione del fenomeno. Ma se prendiamo per esempio il caso di Siena, che possiede una documentazione molto ricca, vediamo qualcosa di più. L’ospedale cittadino era, infatti, obbligato dal Comune a conservare grano a disposizione della città o a venderlo a prezzo ‘politico’ oppure a distribuire gratuitamente pane in occasione delle carestie. Ciò rappresentava un chiaro il richiamo alla sua missione istituzionale: quel grano, quel pane erano “per lo popolo di Siena”. Infine qualche istituto di assistenza rivela una faccia nuova quando, già nel corso del XIV secolo, ci appare impegnato a rastrellare il risparmio dei cittadini, investire e prestare la liquidità ottenuta. Inizialmente prestano allo Stato. Poi, anche su questo terreno qualcosa cambia e alcuni istituti di assistenza, dopo essersi proposti come “forzieri delle città” vengono traghettati verso il piccolo prestito al consumo. Su questo offre una storia particolarmente ricca l’Italia meridionale.

Come risponde la società medievale al problema dell’inclusione di stranieri?
Lo sforzo per sostenere i più deboli – che, naturalmente, non si concretizzava solamente nell’organizzazione ospedaliera – contribuiva a definire una città di fronte ai propri abitanti, a quelli del territorio circostante, ai forestieri e agli stranieri. Questo sforzo per sostenere i più deboli diviene, insomma, un contributo a quella specie di “epidemia identitaria” chiamata orgoglio cittadino, come le cattedrali o i palazzi pubblici e le capacità di assistenza contribuiscono al modo in cui la città viene percepita dai suoi abitanti e dai forestieri che li descrivono nei loro diari. Ma qui il capitolo è aperto e gli studi pochi. Nel volume iniziamo a studiare alcuni materiali ma direi che è presto per trarne una sintesi.

Che forme assume la narrazione dell’assistenza?
La funzione ricoperta dagli istituti di assistenza nei processi di definizione del sentimento di appartenenza alla città, pur non sempre inquadrata con la necessaria chiarezza dalla storiografia, merita un proprio spazio nel contesto di una riflessione sulle forme dell’identità urbana. È sotto gli occhi di tutti, ancora oggi, l’imponenza architettonica di tanti edifici dove si organizzano l’assistenza e l’erogazione del credito solidale. Trasformati con il mutare dei bisogni, resi via via più maestosi, arricchiti da opere d’arte, oggetti e mobilio, altari e reliquie che attestano patrimoni devozionali preziosi per ostentare l’istituzione stessa e i suoi benefattori, accrescono la reputazione che lubrifica il flusso delle donazioni. Questi complessi edilizi rappresentano nuclei di protezione sociale ben riconoscibili, costruiti in punti nevralgici dello spazio urbano, scenari di solenni cerimonie pubbliche. L’assistenza è sostenuta anche dalla proposta di modelli di santi che proteggono ospedali o aiutano persone in difficoltà, poveri, fanciulle senza dote (si pensi a uno dei più noti episodi della vita di San Nicola) e l’iconografia della solidarietà se ne arricchisce. Abbiamo così inserito nella nostra riflessione anche i “miracoli del welfare”.

Gabriella Piccinni è professore ordinario di Storia medievale all’Università di Siena, è presidente del Centro Italiano di Studi di Storia e d’arte (CISSA) e del comitato scientifico della Rivista di Storia dell’agricoltura ed è mero del Comitato direttiva dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo (ISIME). E anche membro del comitato scientifico del Centro studi sulle campagne e sul lavoro contadino, del Centro di Studi sulla Civiltà del Tardo Medioevo e del “Bollettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo”. Allieva di Giovanni Cherubini, si è dedicata alla storia della società e dell’economia italiana degli ultimi secoli del medioevo.

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