Alla scoperta dei luoghi segreti del Medioevo, Elena Percivaldi, Mario GalloniDott.ssa Elena Percivaldi, Lei è autrice con Mario Galloni del libro Alla scoperta dei luoghi segreti del Medioevo edito da Newton Compton. Castelli, borghi, chiese e palazzi: il Medioevo ha disseminato l’Italia di meraviglie artistiche e architettoniche spesso sconosciute.
Sì, e lo scopo di questo libro è provare a raccontarle almeno in parte. L’elenco in prima redazione, non lo nascondiamo, era lunghissimo, e via via, lavorando al testo, ci siamo accorti che se avessimo mantenuto inalterata la scaletta che avevamo abbozzato, il risultato finale sarebbe stato un volume enorme, superiore di gran lunga alle mille pagine. E sarebbe stato comunque incompleto! D’altra parte, condensare ogni luogo in poche battute ci sembrava uno spreco, perché non saremmo mai riusciti a renderne nemmeno lontanamente la complessità e il fascino. Dunque si imponeva una scelta.
Abbiamo così deciso di privilegiare quei luoghi che conosciamo per esperienza diretta, o perché li abbiamo visitati più volte nel corso del tempo, o perché li abbiamo studiati, nei loro vari aspetti, in maniera particolarmente approfondita. Come ogni opera scritta a quattro mani, il testo finale è comunque il risultato di un cammino condiviso. È naturale e inevitabile, però, che ciascuno di noi abbia voluto trasporre nelle parti che ha scritto di suo pugno il proprio punto di vista, e che abbia quindi affrontato i capitoli su cui ha lavorato basandosi sulla sua sensibilità personale e le sue conoscenze. Per questo Mario, che è giornalista, ha curato le narrazioni basate sulle vicende cronachistiche, mentre io da medievista ho ricostruito i contesti storici sulla base delle fonti documentarie e ho curato l’analisi artistica e simbolica dei monumenti e delle opere. La scelta è  arbitraria e criticabile.
Ma chissà, magari in futuro continueremo il viaggio includendo quei castelli, borghi e abbazie che erano compresi nella prima lista e che stavolta, a malincuore, abbiamo dovuto accantonare. E magari ne aggiungeremo altri ancora.

Quali misteri serba la Collegiata di Sant’Orso ad Aosta?
Ci è piaciuto raccontare la Collegiata perché ha una storia interessante, da un lato per via dei legami esistenti tra la figura di sant’Orso e il sostrato precristiano presente nella religiosità della valle, dall’altra per l’indubbio fascino dell’edificio, con il suo corollario di miti e leggende. La vivacità e la ricchezza di particolari delle raffigurazioni del chiostro, ad esempio, è davvero unica. Il capitello più stupefacente è il numero 32 con le Storie di sant’Orso. Il santo è rappresentato mentre dona gli zoccoli (i famosi sabot) ai poveri, ma anche mentre compie una serie di miracoli a lui attribuiti dalla tradizione: fa infatti scaturire la sorgente dalla roccia e, soprattutto, difende il servo dalle angherie del “cattivo” vescovo Plocéan; se si guarda bene, si vede quest’ultimo mentre, nel suo letto, viene strangolato dai due diavoli. Questo capitello “demoniaco”, qui collocato per essere edificante (ma probabilmente impauriva i monaci, e parecchio!) non è l’unico aspetto intrigante della Collegiata. Davanti all’altare c’è un grande mosaico pavimentale di forma quadrata emerso durante la campagna di scavo del 1999: databile alla metà del XII secolo, rappresenta Sansone che uccide il leone, probabile prefigurazione di Cristo che sconfigge il maligno. Delle due scritte presenti, la più interna compone l’enigmatica frase ROTAS OPERA TENET AREPO SATOR: si tratta di un palindromo, leggibile cioè in entrambi i sensi, che compare in molte altre iscrizioni antiche e medievali diffuse in varie parti d’Europa. A onta delle diverse interpretazioni (alcune delle quali decisamente fantasiose), il vero significato del “Quadrato del Sator” resta però ancora oscuro. Poi c’è lo straordinario coro ligneo intagliato, destinato ad accogliere i canonici durante le funzioni. Si tratta di un capolavoro di ebanisteria ricco di favolistiche rappresentazioni in cui si alternano due diversi “registri” di lettura, uno più formale e uno decisamente più giocoso: nella parte alta, infatti, campeggiano le austere figure di santi e di angeli, mentre al di sotto dei sedili, in corrispondenza della parte “bassa” degli stalli e dei braccioli, troviamo il vasto e pittoresco mondo popolato di belve, mostri e figurine grottesche ben noto ai  bestiari medievali. Sul lato di uno degli stalli si vede un uomo impegnato a cacciare un cinghiale: osservandolo bene, si vedrà che la bestia assomiglia in maniera sorprendente a certi analoghi bronzetti risalenti all’Età del Ferro, scolpiti dai Celti per rappresentare uno dei loro animali totemici. Altri sono invece decorati con gatti che giocherellano con topi; uomini che frugano nelle bisacce alla ricerca di chissà cosa; persino una specie di dromedario. Come mai queste irriverenti e strambe raffigurazioni? Forse gli anonimi intagliatori vollero arricchire in maniera giocosa e ironica alcune parti del coro, le cosiddette “misericordie”, che permettevano ai canonici di appoggiarsi rendendo più confortevoli i momenti di preghiera, che prevedevano invece l’obbligo rituale di mantenersi in posizione eretta. Queste sono alcune delle sorprese che ci regala Aosta. Per le altre, rimandiamo ovviamente alla lettura del libro!

Tra i luoghi più misteriosi e affascinanti del Medioevo spicca certamente Castel del Monte.
Sì, anche se purtroppo è uno dei luoghi più “equivocati” di sempre, ed è da qui che nasce la nostra scelta di includerlo nel libro nonostante sia, in sé, estremamente noto. Dal XIII secolo Castel del Monte domina, con la sua mole imponente, l’Alta Murgia pugliese, a circa 18 chilometri da Andria. Complice le tante speculazioni legate alla figura del suo illustre committente, Federico II di Svevia, c’è chi nel tempo ne ha fatto una costruzione più vicina alle piramide egizie che ad un castello medievale: un tempio laico, un osservatorio astronomico, un hammam persino, il misterioso “testamento” di un sovrano erudito, depositario di una sapienza esoterica, lasciata in dote ai posteri attraverso uno “scrigno di pietra” a forma di ottagono, comprensibile agli “illuminati” ma non agli indegni. Inutile dire che tali speculazioni sono prive di qualsiasi fondamento scientifico e sono state più volte smentite, documenti alla mano, da studiosi del calibro del compianto Raffaele Licinio (con i suoi allievi dell’Università di Bari) e di Franco Cardini. Qui non vogliamo svelare troppo: nel testo spieghiamo succintamente perché tali speculazioni siano false, mentre per tutti i dettagli e i documenti a suffragio non possiamo che consigliare l’inappuntabile libro dell’amico Massimiliano Ambruoso, “Castel Del Monte. La storia e il mito”, fresco di stampa per i tipi di Edipuglia Editrice. Diremo quindi solo che la “misteriosa” pianta ottagonale in realtà richiama una ben nota simbologia dalla duplice valenza, cristiana e laica. Per i cristiani l’ottagono è infatti il simbolo del Cristo (punto d’incontro del cerchio forma divina e del quadrato forma umana) nonché dell’Ottavo giorno, quello della Resurrezione. Per Federico II, al culmine del suo scontro con il Papato, adottarla significava sacralizzare la propria figura richiamandosi ad alcuni modelli importanti: la moschea di Umar, costruita a Gerusalemme sulla spianata dove sorgeva l’antico Tempio di Salomone, ritenuta dai cristiani il Templum Domini (che Federico II visitò nel 1229); la Cappella Palatina di Aquisgrana voluta da Carlo Magno; infine il grande lampadario, esso pure ottagonale, donato alla stessa Cappella dal nonno, Federico Barbarossa, a “incarnare” quella corona che i sovrani svevi cingevano, dimostrando di essere soggetti soltanto a Dio e quindi autorevoli quanto il Papa. Cos’è, dunque, davvero Castel del Monte? Un castello, puro e semplice, innanzitutto. E poi un monumento all’autorità imperiale, custode di un solo mistero: quello, insondabile, della bellezza.

Quali, tra i luoghi da Lei raccontati, ritiene più affascinanti e misteriosi?
Devo dire la verità: l’aggettivo “misterioso” è stato apposto per scelta da parte dell’editore, non nostra. Personalmente ritengo che termini come “segreto” e “mistero” applicati all’ambito storico siano, nella stragrande maggioranza dei casi, quantomeno forzati e fuorvianti: esistono le fonti e i documenti, e basta studiarli e inquadrarli utilizzando un corretto metodo scientifico per far piazza pulita di tante speculazioni sensazionaliste che hanno come unico risultato quello di fare cattiva informazione. Però è uno stratagemma che attira l’attenzione: ecco perché gli editori ne fanno uso a mani basse. Per questo vorrei sottolineare con forza un principio che seguo sempre anche io quando esamino le novità editoriali: non bisogna giudicare un libro dal titolo e dalla copertina, ma il curriculum dell’autore, perché le prime due cose il più delle volte non dipendono da lui.

Elena PercivaldiTornando alla domanda, quali sono i luoghi più affascinanti di cui abbiamo parlato? È difficile dirlo, perché si tratta di una valutazione estremamente soggettiva. Non nascondo che, almeno nel mio caso, il giudizio sia determinato in parte dai ricordi personali. In alcuni casi – come Cividale del Friuli, Castelseprio e altri luoghi legati ai Longobardi, ad esempio – è una “mozione degli affetti” generata da particolari biografici  legati ai tempi dell’università, quando visitavo questi luoghi per motivi di studio. È stato amore a prima vista allora, all’inizio degli anni Novanta, ed è ancora amore oggi dopo quasi un quarto di secolo. Sono luoghi che nel corso del tempo sono cambiati: all’epoca erano frequentati soprattutto dagli specialisti, oggi fanno parte del sito seriale Unesco e quindi noti ad un pubblico molto più ampio. Ma non tutti sono così “fortunati”. In Italia ci sono molti borghi e monumenti dimenticati e a rischio, precipitati nell’incuria, minacciati dal degrado o dalla speculazione edilizia, che attendono pazientemente di essere restaurati e valorizzati per poter tornare a raccontare la loro storia. Nel libro ne cito alcuni. Uno, in particolare, mi sta a cuore: l’Abbazia di Santa Croce al Chienti nelle Marche. Il monumento è ciò che resta di un’antica abbazia carolingia che per secoli ha subito spoliazioni e degrado, finché un gruppo di volenterosi, dopo aver costituito l’Associazione Santa Croce, si sono dati da fare per “riportarla in vita” e farla conoscere. Ed è grazie a loro, per inciso, se anche io ho potuto studiarla dettagliatamente e scriverne prima sul mensile “Medioevo” e poi nel libro. Di recente, sempre nelle Marche, ho avuto la fortuna di ammirare altri gioielli nascosti che meriterebbero un’attenzione molto più puntuale del pubblico e la valorizzazione all’interno di opportuni circuiti turistici. Per quanto mi riguarda, ho già un lungo elenco di luoghi da raccontare, magari in un prossimo libro. E speriamo che questo lavoro serva, per quanto nel suo piccolo, a far conoscere a più persone possibili questo nostro patrimonio nascosto, sensibilizzando anche alla sua tutela e conservazione.