Dottor Vannini, Lei è autore del libro All’ultimo papa. Lettere sull’amore, la grazia e la libertà, pubblicato per i tipi del Saggiatore: l’iconografia divina di un Dio Padre Onnipotente è definitivamente in crisi?
All'ultimo papa. Lettere sull'amore, la grazia e la libertà Marco VanniniSe si guarda alla realtà contemporanea, almeno a livello di masse, bisognerebbe rispondere di no. Basti pensare alla buona salute di cui gode l’Islam, religione in cui questa immagine è assolutamente prevalente, ma anche nel mondo cristiano essa non manca di essere creduta. Anche se non in Europa e nel mondo occidentale, anche se non nelle forme dogmatiche specifiche del cattolicesimo e delle altre confessioni cristiane, e dunque magari nel multiforme universo delle sètte, particolarmente numerose e in espansione nell’ America Latina e nell’ Africa, l’immagine di Dio Padre Onnipotente continua certamente ad esistere e ad essere creduta. Come hanno rilevato alcuni sociologi della religione, siamo spesso in presenza di un “culto senza dogma”, nel senso che l’apparato teologico non è minimamente conosciuto, ma neppure v’è interesse a conoscerlo, perché quel che conta è appunto l’aspetto cultuale, che è quello che va incontro al bisogno di rassicurazione psicologica delle masse. Il Dio Padre Onnipotente è quello che può essere pregato, e pregato per ottenerne soccorso, sia per la vita eterna, sia – e soprattutto – per le necessità e i desideri di questa vita terrena. Non meraviglia perciò la perdurante buona salute delle religioni, in particolare in quelle zone del mondo e in quelle fasce di popolazione che più sentono la durezza dell’esistenza. In questo senso la vecchia definizione marxiana di religione come oppio dei popoli e gemito della creatura oppressa è sempre valida, e si esprime necessariamente proprio con l’immagine del Dio Padre Onnipotente.

Del tutto diverso è il quadro a livello di classi colte. È fin dall’Illuminismo, dai tempi di Reimarus e di Lessing, che la critica storica e l’analisi filologica hanno distrutto quella immagine, in quanto hanno smontato la pretesa soprannaturalistica della Bibbia, fondamento di quell’immagine in tutto il nostro mondo, attraverso ebraismo, cristianesimo, islamismo. Sotto questo profilo, Dio è davvero morto, come nella celebre pagina di Nietzsche, e il fatto che gli uomini del mercato non se ne siano accorti non toglie niente al fatto in sé: il Dio biblico è morto nel momento in cui gli uomini si sono resi conto che erano loro stessi ad averne costruito l’immagine. Da notare però il fatto, che anche il filosofo tedesco sottolinea, che è stata l’esigenza stessa di verità, ovvero quella fede platonica e cristiana nella verità come Dio e in Dio come verità, a compiere l’atto della uccisione di Dio, ovvero della rimozione di questa immagine inventata. La cosa drammatica è che anche gli ecclesiastici, in quanto appartengano alla élite culturale, non hanno più neanche loro la credenza nel Dio biblico, di cui conoscono origine storica e finalità socio-politiche. Così il culto è diventato una sorta di rappresentazione teatrale, senz’anima, e la religione ridotta a un banale buonismo, senza nessuna incidenza sulla vita reale. Siamo alla fine di una civiltà.

Il Suo libro prende spunto dall’evento fortemente traumatico e inatteso delle dimissioni di Benedetto XVI: cosa è possibile leggere, a Suo avviso, nelle motivazioni profonde di quel gesto?
Non ho mai creduto che le dimissioni di Ratzinger fossero dovute alla sua stanchezza o a beghe curiali.  I problemi accidentali (il segretario fedifrago, gli scandali di ecclesiastici dediti al denaro o al sesso, ecc.) non erano tali da scuotere un’istituzione che ha passato ben altre tempeste. Ricordo sempre, in proposito, la seconda novella della prima giornata del Decamerone, quella su Abraham giudeo e Giannotto di Civigny: anche al Boccaccio la corruzione della Chiesa non faceva problema – anzi, testimoniava che la religione cattolica veniva comunque da Dio, visto che si sosteneva nonostante la scellerataggine dei preti. Io credo, oggi più di prima, ma già al tempo delle dimissioni di Ratzinger, che si sia trattato di un gesto di rottura nei confronti di un andazzo ecclesiale avvertito come anticristiano. Ratzinger è un uomo che si è formato su san Bonaventura, su una mistica tanto intellettuale quanto affettiva; è il papa del discorso di Ratisbona, tutto imperniato sul cristianesimo come religione del Logos – un discorso che ha il platonismo come filo conduttore – e dunque non poteva accettare un cristianesimo che ha rigettato la sua matrice ellenica, razionale, filosofica, per gettarsi tutto nella superstizione biblica, vista come quella che può andare incontro alle masse incolte e bisognose di rassicurazione psicologica.
Come dicevo sopra, da persona dotta, Ratzinger sa benissimo che le storie bibliche e le teologie che vi sono state costruite sopra sono inventate, e non può onestamente prestarvi fede. A questo proposito sono veramente straordinarie le pagine di Così parlò Zarathustra di Nietzsche a proposito de “l’ultimo papa”, che è a riposo – in pensione, diremmo noi – perché la vecchia fede è morta, morto il vecchio Dio, che aveva fedelmente servito. Molto significativamente, l’“ateo” Zarathustra scopre una profonda familiarità col vecchio papa, come a dire che entrambi sono stati e sono uomini della verità, non imbroglioni e commedianti. E la cosa si conferma anche in pagine poco più avanti dello stesso capolavoro nietzscheiano (un “quinto evangelo”, come l’autore stesso lo definì), quelle sulla “festa dell’asino”, ove l’adorazione di un asino viene proposta in sostituzione di quella del vecchio Dio, perché il popolo ha comunque bisogno di qualcosa da adorare, suscitando lo sdegno di Zarathustra.
In questo senso, le dimissioni di Ratzinger sono state – e restano – per me estremamente significative.

Come la successione di Papa Bergoglio ha influito sulle Sue tesi?
Riprendendo quanto sopra, si potrebbe dire che Bergoglio, con tutto il suo fare rivolto a venire incontro alle masse, alle opinioni prevalenti, adeguando dottrina e morale alle richieste del “mondo”, si muova proprio nel senso della “festa dell’asino” nietzscheiana. Il plauso che riceve dai laici, ovvero evangelicamente dal “mondo”, testimoniano il progressivo allontanamento della Chiesa dalle sue origini e il suo conformarsi, appunto, al “mondo”. L’abbraccio col protestantesimo in questo anno, cinquecentesimo anniversario della Riforma protestante, ne è un ulteriore chiaro segno.

Quale futuro per la Chiesa cattolica?
Credo che la Chiesa cattolica sia avviata sulla strada di quelle protestanti: accomodamento col “mondo” fino all’esaurirsi di ogni vera differenziazione tra cristiani e no. Però non la darei per spacciata troppo presto: nel suo passato, ma anche nel suo presente, ci sono elementi e risorse di verità che, sia pure messi a tacere dai commedianti che la dirigono, possono sempre riemergere. Come scrive in proposito Simone Weil, non si potrebbe desiderare di vivere meglio che in questo periodo, in cui si è perduto tutto.
Tornando per un attimo a Ratzinger, vorrei sottolineare come fosse estremamente significativa anche la scelta del suo nome da pontefice: Benedetto. Il nome di colui che tenne viva la civiltà antica, in mezzo alle invasioni barbariche e al crollo del mondo civile. I barbari moderni non sono i goti o i longobardi, sono la superficialità, l’edonismo, la volgarità, il primato del denaro, la menzogna: Facebook e la Goldman Sachs in combutta. Non si combattono con le armi, ma astenendosene, ritirandosi non nei boschi e sulle montagne, ma comunque fuori da questo mondo e dai suoi valori, mantenendo viva la fiamma della cultura, della filosofia classica.

Lei è un esperto di mistica: si può affermare che la mistica sia la dimensione autentica del sentimento religioso?
La mistica, quella che intendo e che ho studiato e cercato di far conoscere, non è l’espressione vera del “sentimento religioso”, sia perché non ha nulla a che fare col sentimento, sia perché la religione stessa non è prima di tutto un sentimento. Se si prende la religione come sentimento, si va nella direzione banale del soggettivismo psicologico, ove tutto è vero perché nulla è vero (il mio sentimento amoroso per X è vero, come il tuo per y: e allora?  Si fa presto a passare di sentimento in sentimento). Il sentimento è, come diceva Hegel, l’elemento animale (tierisch) dell’uomo, ossia precisamente quello che non lascia essere lo spirito. Se, dunque, la religione ha qualcosa a che fare con lo spirito, perché Dio è spirito, non un vecchio signore lassù nei cieli, non un’immagine determinata a capriccio, allora il sentimento è opposto alla religione.
La mistica è il vertice della razionalità, la razionalità pienamente dispiegata. In questo senso la mistica cristiana, nel suo versante speculativo, è la vera, unica prosecuzione della filosofia antica, della filosofia greca – ovvero della filosofia tout court -. Questa tesi, che il grande storico francese della filosofia antica, da poco scomparso, Pierre Hadot sostiene, implica da un lato che la vita cristiana debba seguire la ragione, il Logos, che è Dio (discorso di Ratzinger a Ratisbona !!) e non immagini soggettive, psicologicamente condizionate, di un Dio-tappabuchi, e, dall’ altro, che il filosofare sia fatto non solo a tavolino, da professori che scrivono libri su altri libri, ma sia eminemente una vita, alla cui base sono le virtù. Un linguaggio, questo, tanto inconsueto quanto veritiero.
In conclusione, penso non solo che, come ebbe a dire Karl Rahner, il cristianesimo del futuro o sarà mistico o non sarà affatto, ma anche che, a prescindere da ogni previsione, il cristianesimo sia vero solo in quanto mistica.