“All’arme! All’arme! I priori fanno carne!”, il nuovo libro di Alessandro Barbero

All'arme! All'arme! I priori fanno carne!, Alessandro BarberoAll’arme! All’arme! I priori fanno carne!
di Alessandro Barbero
Laterza

«Perché tutte le rivolte più importanti del Medioevo europeo si concentrano in così pochi anni alla fine del Trecento? Una risposta fin troppo facile è che il Trecento è un secolo di crisi da tutti i punti di vista, attraversato da una successione paurosa di eventi traumatici: i frequenti cattivi raccolti, che nei primi decenni del secolo si susseguono dando luogo a tragiche carestie come quella del 1315-1317; la peste del 1348-1349, e le successive pandemie che ritornano a ogni decennio, dimezzando la popolazione europea; le guerre più lunghe e più distruttive rispetto al passato, e in particolare la rovinosa guerra dei Cent’anni; per non parlare della crisi morale innescata dal trasferimento del papato ad Avignone e, più tardi, dallo scisma, quando due papi rivali si scomunicano a vicenda fra lo sgomento dei credenti.

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Ma un secolo è lungo e se per noi è comodo immaginarlo come un’epoca unitaria dalle caratteristiche fisse, la gente che è vissuta in quell’epoca percepiva, ovviamente, ritmi molto più spezzettati e costruiva le proprie aspettative per il futuro in base alla congiuntura recente. E infatti, ognuna delle insurrezioni che abbiamo raccontato ha avuto una sua occasione scatenante legata al momento specifico, alle vicende della guerra, alle trame della politica, alle oscillazioni della fiscalità e della moneta, anche se in tutti questi casi l’occasione è stata, appunto, soltanto questo: la piccola spinta che mette in movimento forze imponenti, già pronte da tempo. Ma occasioni del genere non si saranno presentate mille volte anche in altri secoli? E allora, perché proprio la seconda metà del Trecento?

Senza che sia possibile esserne sicuri, la spiegazione che si profila è legata, paradossalmente, proprio al maggiore benessere di cui la gente comune, che poi si sarebbe unita alle rivolte, aveva goduto da un po’ di tempo. Tutti i dati di cui disponiamo dimostrano che dopo la prima grande epidemia di peste la drammatica riduzione numerica della popolazione garantì un significativo innalzamento del tenore di vita dei salariati. Il potere d’acquisto dei contadini poveri, dei braccianti agricoli, degli operai si accrebbe sistematicamente per decenni, permettendo a un’ampia fascia della popolazione di nutrirsi meglio, vestirsi meglio, concepire speranze di progresso e di ascesa sociale, e di partecipare più liberamente alla vita comunitaria. Almeno per il momento non intravvediamo nessun altro dato che accomuni situazioni così diverse, e geograficamente lontane, come quelle in cui esplosero le rivolte trecentesche. E allora capita di chiedersi se non sia possibile individuare un parallelo con quel che accadde, certo con violenza infinitamente più contenuta, negli anni Sessanta e Settanta, la grande stagione delle lotte sindacali e delle conquiste dei lavoratori, ma anche del terrorismo rivoluzionario, in un’Italia e un’Europa che si trovavano nel pieno del formidabile boom economico seguito alla fine della Seconda guerra mondiale. Non è quando non si arriva alla fine del mese, ma quando si comincia a stare meglio e non si ha più fame che si alimentano maggiori speranze per il futuro e si acquista consapevolezza dei propri diritti, e questa costante accomuna epoche solo in apparenza così distanti come quella medievale e la nostra.»

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