“Alienazione, risonanza e forme di vita. Percorsi nella teoria critica contemporanea” di Paolo Norbiato

Alienazione, risonanza e forme di vita. Percorsi nella teoria critica contemporanea, Paolo NorbiatoAlienazione, risonanza e forme di vita. Percorsi nella teoria critica contemporanea
di Paolo Norbiato
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Nel suo pregevolissimo saggio, che «nasce da una serie di studi, letture ed analisi» che lo hanno impegnato «per un lungo lasso di tempo», Paolo Norbiato muove dalla convinzione che «la teoria critica della società» – ovvero l’insieme delle riflessioni sviluppate dal gruppo di studiosi riunito all’interno dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte e caratterizzate dalla «necessità di costruire una critica immanente alle forme patologiche della ragione prodottasi nelle realtà tardo capitalistiche» – «sia una buona base di interlocuzione concettuale con la quale confrontarsi e attraverso la quale provare a comprendere i meccanismi di una realtà, come quella odierna, sempre più frammentata e frammentaria.»

In particolare, l’Autore si propone di «focalizzare la propria attenzione sull’ultima stagione degli studi di teoria critica» e sulle analisi teorico-sociali di Hartmut Rosa e Rahel Jaeggi, oggi considerati tra i maggiori esponenti della nuova teoria critica.

Nei quattro capitoli che lo compongono, il saggio tratta quindi della coppia concettuale accelerazione/alienazione; del loro rapporto con il concetto di risonanza; di un nuovo concetto di alienazione e della critica alle forme di vita tracciando, nella conclusione del lavoro, un rendiconto della valenza della ricerca intrapresa, in vista dell’apertura di nuove traiettorie critiche.

Come sottolinea l’Autore, sulla scorta della riflessione sviluppata dal filosofo tedesco nel suo Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità, «chiunque oggi si soffermi, anche brevemente, ad analizzare i ritmi della propria esistenza non può che condividere l’impressione della velocizzazione che è imposta alla vita dalla modernizzazione.» Fenomeno che, tuttavia, pone in evidenza un paradosso: «visto e considerato che l’accelerazione tecnologico-produttiva riduce sempre più il tempo per le operazioni routinarie del lavoro in ogni ambito, che i trasporti sono sempre più veloci, che le informazioni giungono in sempre minor tempo, ci si aspetterebbe di avere a disposizione una maggiore quota di tempo libero, di avere più tempo, di poter rallentare.» Eppure ciò non avviene. La ragione, secondo Hartmut Rosa, è che «i tassi di crescita superano i tassi di accelerazione e per questo il tempo scarseggia sempre di più di fronte all’accelerazione tecnologica.»

Avverte Rosa: “Il mondo ha sfortunatamente molto più da offrire di quanto si possa sperimentare in una singola esistenza. […] L’accelerazione del ritmo della vita appare così la soluzione più ovvia al problema”.

Tale logica appare talmente stringente che lo studioso tedesco giunge a teorizzare un “totalitarismo dell’accelerazione”, «diverso da quelli di carattere politico del triste passato, ma non meno pericoloso e pervasivo nelle sue determinazioni reali, empiriche, nella vita di ognuno di noi» in quanto responsabile della «“precarietà del sé” nella vita lavorativa, nelle relazioni affettive, nei progetti; dove il tempo accelera ma contrae, riduce, lo spazio delle relazioni interpersonali, delle interazioni umane, nello sviluppo di progetti d’esistenza».

Ben descrive questa situazione l’Autore quando paragona tale esistenza alienata a quella di «criceti posti su una ruota che continua ad aumentare la velocità della sua rotazione».

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Eppure, secondo Rosa, «esiste una strada che conduce, a partire dall’alienazione, ad una vita non alienata e ciò appare possibile solo attraverso la proposizione della risonanza come “altro” dall’alienazione», una vita buona, «in cui l’individuo si possa relazionare in modo significativo con l’ambiente sociale di riferimento, con gli oggetti e le pratiche che esso contiene e propone, con la natura, con il lavoro, attraverso quelli che Rosa delinea come “assi di risonanza” del rapporto fra sé e il mondo», un rapporto in cui il soggetto, «libero da visioni strumentali e causali, è costantemente ed intimamente “toccato” dal mondo, vibra insieme ad esso e comprende la possibilità di smuoverlo, vivificarlo.»

Norbiato enumera diversi esempi di tale relazione “vibrante”: «la commozione davanti ad un’opera d’arte, l’essere intimamente “toccati” da una situazione o da una persona, contemplare la vastità di un orizzonte, concepire nuove visioni dopo aver seguito un’opera teatrale, soffermarsi su aspetti della realtà mai presi in considerazione prima di una determinata esperienza»; secondo Rosa, «in questi momenti in cui il mondo “risuona” e “vibra” assieme a noi esso non ci appare più come muto, vuoto, silente, minaccioso».

Norbiato, tuttavia, rileva i limiti di tale riflessione, soprattutto nella «mancanza di un reale e concreto soggetto politico che dovrebbe aprire la strada alla futura emancipazione dell’umanità»: «Se ognuno di noi struttura se stesso e la propria esistenza all’interno dei dettami della “stabilizzazione dinamica”, della logica accelerativa dell’escalation, come è possibile che possa fuoriuscire da tale logica, da tale visione? Quale soggetto politico, quale gruppo oppresso da tale situazione può tracciare la via per la reale emancipazione dell’umanità?»

Dal canto suo, Rahel Jaeggi, opera una “diagnosi dell’alienazione” in base alla quale essa «denota non l’assenza di una relazione ma è essa stessa una relazione – per quanto deficitaria. Viceversa, il superamento dell’alienazione non significa il ritorno a un indifferenziato stato di unità con se stessi e con il mondo ma, di nuovo, una relazione, un rapporto di appropriazione» che si traduce nell’«impossibilità, da parte del soggetto, di potersi identificare pienamente nelle situazioni concrete che vive, nelle relazioni che il proprio sé costruisce nel mondo e con le istituzioni, i processi, le persone che lo popolano.»

Chiosa tuttavia Norbiato: «La proposta di una critica delle forme di vita di carattere pragmatico, quindi senza alcun orizzonte orientato ad un fine forte, deve misurarsi con la difficoltà di riuscire ad evidenziare una via d’uscita risolutoria dalle crisi. […] Coerentemente con quanto determinato fino a questo punto, l’autrice riafferma l’impossibilità di definire a priori modelli di riferimento, forme di vita riuscite dalle quali partire».

Il saggio di Paolo Norbiato offre dunque ai suoi lettori strumenti di analisi raffinati quanto necessari, operando una lucida disamina delle principali aporie di una visione critica della società attuale pur consapevole, come T. W. Adorno, del limite in cui ogni teoria può incorrere: «Mette per quanto può le carte sul tavolo: certo il gioco è un’altra cosa».

L’Autore

Paolo Norbiato (Vicenza, 1971), allievo del prof. Giangiorgio Pasqualotto, laureato in filosofia contemporanea, docente di storia e filosofia presso il Liceo Don G. Fogazzaro di Vicenza, da molti anni conduce i suoi studi e le sue ricerche nell’ambito della Teoria Critica della società e delle principali personalità agenti all’interno dell’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte. Ha recentemente pubblicato una monografia dedicata alla Scuola di Francoforte: T. W. Adorno. Dialettica e critica, Youcanprint, Lecce 2023.

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