Alice Borgna: «in un mondo plurale, latino e greco insegnano la pluralità»

Prof.ssa Alice Borgna, Lei è tra i responsabili del progetto DigilibLT, biblioteca digitale del latino tardoantico: al tempo di Twitter e Facebook, quale ruolo per il latino?
La risposta potrà sembrare paradossale ma il ruolo del latino va riscoperto soprattutto al tempo di Twitter e Facebook. E pure di Instagram, aggiungerei, visto che le foto sono corredate di didascalie e commenti. Ma andiamo per gradi. Inutile nascondersi dietro un dito: è evidente che la vera domanda sul tavolo sia “a cosa serve oggi il latino?” ed è altrettanto evidente che per molti la risposta sia “assolutamente a nulla”. Il problema, tuttavia, non è tanto la risposta, ma la domanda. A cosa serve oggi imparare a contare, se tanto ormai le calcolatrici sono ovunque e mi basta scandire: “ehi Siri, quanto fa 14 x 758” per avere una risposta? A cosa serve oggi imparare le lingue straniere, quando ci sono i traduttori automatici? A cosa serve oggi andare a scuola guida e imparare il codice della strada, se tanto domani le macchine si guideranno da sole? Ma spingiamoci ancora più in là: a cosa serve oggi saper leggere, se Alexa (o qualsiasi altro assistente virtuale) può farlo per me? A questo punto l’unico sapere utile in futuro sarà una buona dizione, in modo che la tecnologia di turno possa decodificare la mia voce e rispondere al mio ordine. Sto esagerando, ma non troppo. Quel che voglio dire è che la suddivisione tra ciò che è utile (quindi buono e giusto) e ciò che è inutile (quindi da eliminare), iniziata anni fa col dito puntato contro quelle discipline che non trovano immediata applicazione tecnologica nel reale, è molto pericolosa in un mondo che evolve a una velocità così vorticosa che, nell’arco di due anni, oggetti imprescindibili diventano passato remoto. Rischiamo di fare la fine di Eta Beta. Per i lettori che non frequentano assiduamente Paperopoli e Topolinia, Eta Beta è l’amico di Topolino che viene dal futuro e parla una strana lingua in cui a ogni parola si aggiunge una “p”. La pragione di questo pvezzo ce la racconta lui pstesso in una pstoria uscita nel 2001, Pippo e il futuro troppo comodo, capolavoro di Augusto Macchetto disegnato da Gianfranco Soldati. Ci sarà una volta, dice Eta Beta, un tempo in cui la vita diventava ogni giorno meno faticosa: le scarpe camminavano da sole, per risparmiarci la fatica di scegliere dove andare. Ma anche le relazioni sociali venivano gestite con la tecnologia: troppa fatica uscire di casa per andare a mangiare la pizza con gli amici, quindi le persone si facevano sostituire da robot. Non parliamo poi di affaticarci a viaggiare, dato che grazie agli occhiali per la realtà aumentata si poteva visualizzare la neve in salotto. L’ultima fatica ad essere eliminata fu quella del parlare: le persone si stancavano troppo a emetter fiato e così così furono inventati sistemi automatici. Ad un certo punto, però, ci fu una reazione; l’umanità si svegliò dal torpore in cui era caduta e – affinché ciò non si ripetesse mai più – vennero rese obbligatorie una serie di “fatiche inutili”, tra cui mettere una “p” di fronte a ogni parola, monito contro la tentazione di usare la tecnologia solo per rendere la vita più comoda. Ogni pconsiderazione è psuperflua. Venendo al caso più specifico del latino, come possiamo ritenere inutile lo strumento che sta alla base dell’italiano, quando viviamo in una società dove tutto avviene in forma scritta? Forse non ce ne rendiamo pienamente conto, ma la società in cui viviamo è fondamentalmente una società della scrittura, in cui ci si fa sentire scrivendo e si viene giudicati anche per come lo scriviamo. Fino a vent’anni fa, una persona poteva uscire dalla scuola a 14, 19 o 24 anni con in mano il titolo di studio corrispettivo e per tutta la vita successiva non avere più occasione di utilizzare la scrittura in pubblico. Oggi, invece, la scrittura è parte integrante della nostra vita: messaggi, mail, espressione sui social e su internet, dove si può commentare praticamente ogni cosa, dalle notizie sui siti dei quotidiani, agli oggetti comprati su Amazon. Forse è la scrittura a mano a essere sempre più marginale, ma non la scrittura come atto. Senza contare che, spesso, a decidere se le nostre idee abbiano o meno diritto di cittadinanza è la correttezza grammaticale con cui sono espresse a stabilirlo. Pensiamo ai social, dove chi impugna l’arma spuntata di un italiano zoppicante, già in partenza si colloca in una condizione di svantaggio. “Torna a scuola, analfabeta!, “impara l’italiano!”: quante volte abbiamo letto una frase simile a commento di un messaggio con accenti e apostrofi fuori posto? E magari il contenuto era anche in parte condivisibile, magari era portatore di un’idea interessante… tuttavia, questa idea viene immediatamente dequalificata dalla forma scorretta. Ammettiamolo: una h mancante o un abuso di K tendono a veicolare un pregiudizio sull’autore del messaggio e, di conseguenza, anche sul contenuto e sul valore del messaggio che ci sta proponendo. Curioso, quindi, che nell’epoca che – forse più di ogni altra – affida la comunicazione di massa alla scrittura, e dove l’italiano spesso si dimostra un sapere che si possiede a fatica, non venga in mente che l’unica chiave in grado di aprire il forziere dell’italiano sia suo padre, il latino. Invece, il povero latino viene additato come “sapere inutile” e “perdita di tempo”. Questo accade anche perché si continua a giustificare la necessità del suo studio con ragioni che oggi hanno scarso appeal. Nè la soluzione può essere l’eliminazione dello studio della lingua, che va assolutamente salvaguardato. Va però cambiata la risposta alla domanda che studenti e famiglie oggi pongono in maniera più incalzante rispetto al passato: “perché nel 2020 dobbiamo studiare la lingua latina?” ovvero “perché nel 2020 devo scalare la montagna della lingua latina a mani nude, col rischio di prendermi una montagna di insufficienze ed essere rimandato a settembre, quando potrei dedicarmi a cose più utili come il cinese? Perché mi costringete a questa fatica, se dall’altro lato della montagna c’è una pratica funivia, e pure gratis? Perché non posso usare quella bella funivia, se lo scopo è semplicemente arrampicarsi in cima e ammirare il panorama?” Nella metafora, la funivia è rappresentata dalle traduzioni reperibili on line, mentre il guardare il panorama equivale a incontrare la civiltà letteraria latina, il cui fascino resta fortunatamente immutato. Fuor di metafora: continuare a proporre la possibilità di accedere direttamente ai testi per tramite della propria personale traduzione come punto di arrivo e scopo ultimo dell’apprendimento della lingua antica, è una proposta che, seppur affascinante e che nei decenni scorsi è stata il motore di centinaia di vocazioni allo studio universitario, oggi risulta ben poco comprensibile alla generazione nata e cresciuta con Google Translate in tasca. E non lo dico con spirito ostile nei confronti di questi ragazzi, anzi: credo che siamo noi a dover riconoscere il divario abissale che separa la nostra forma mentis da quella dei nativi digitali, per i quali – che ci piaccia o meno – il problema concettuale della traduzione è ampiamente superato. Con la funzione “fotocamera” di Google Translate vanno a Tokyo, oppure in Siberia, inquadrano il cartello appeso al muro della stazione e seppur in modo approssimato, lo decifrano. Nel caso del latino, Google Translate non funziona (e meno male), ma inutile negare l’evidente: la rete ha snaturato l’esercizio scolastico quotidiano, dato che con un clic si può scaricare qualsiasi traduzione, tratta da qualsiasi libro scolastico. Provare per credere. Non solo: anche lo studente motivato, che non va su internet per copiare la versione assegnata come compito, grazie ad Amazon e alla tecnologia degli e-book, con due clic può scaricarsi sul Kindle un paio di traduzioni d’autore e metterle a confronto. Vent’anni fa, tutto ciò era fantascienza, la traduzione istantanea era prerogativa del computerino che gli eroi dei cartoni animati portavano al polso, le traduzioni d’autore erano o chiuse nella biblioteca civica, oppure le si comprava (o meglio: le si ordinava e pazientemente le si aspettava) dal libraio. In quella realtà, la traduzione personale era la porta inevitabile da cui si doveva passare per entrare nel mondo della classicità, latina e greca. Da qui, due conseguenze: la prima che non pochi studenti, a forza di attraversare questa porta, iniziavano a prenderci gusto. La seconda, non meno importante, è questa: anche chi la attraversava male e con fatica, era comunque consapevole della necessità di questo passaggio. Oggi questa porta è stata abbattuta, sulla torre di Babele tutti riescono a comprendersi e il grande sogno della traduzione istantanea va verso la realizzazione. Questo dato non può non aver causato un profondo cambio di mentalità, soprattutto in chi non ha conosciuto il mondo di prima. Di conseguenza, continuare a difendere la necessità dello studio della lingua latina – studio imprescindibile e necessario, voglio dirlo forte e chiaro – ponendo come ragione principale il gusto che lo studente prova nell’accedere direttamente al testo, è una ragione debole, fragile, che si sgretola soprattutto nelle scuole diverse dal Liceo Classico. Non parliamo poi dell’Università, che ammassa un centinaio di principianti assoluti in una sola aula. E allora, come dicevo, dobbiamo cambiare non come si studia il latino o addirittura smettere di studiarlo, ma la risposta alla domanda perché studiare il latino. E questo perché trasversale, in grado di convincere studenti e famiglie, è qui davanti a noi, basta solo vederlo. Il latino va studiato perché risponde alla domanda di italiano delle persone, perché rappresenta l’unica funivia in grado di aiutare nella scalata dell’italiano. Non è un caso che da quando il latino è stato tolto dai programmi scolastici, il grado di comprensione dell’italiano sia colato a picco, un crollo che rende la nostra società più fragile e la nostra comunicazione reciproca molto difficile, basti solo pensare ai contrasti a cui tutti i giorni assistiamo tra chi – proprio sulla base di una conoscenza dell’italiano traballante – non è in grado di comprendere correttamente un testo informativo.

In che modo le possibilità offerte dall’informatica hanno trasformato il lavoro del classicista?
Anche qui, dobbiamo raccontare la storia di un pregiudizio. Anzi, sfatare un pregiudizio. Sono ragionevolmente certa che, in linea di massima, si tenda a pensare che lo studio delle lingue classiche abbia accettato l’informatica solo con enorme fatica e in tempi piuttosto recenti. E invece no. Le discipline antichistiche hanno incontrato l’informatica fino da tempi pionieristici, come mostra la storia, ancora tutta da valorizzare, di Padre Roberto Busa, che comprese le possibilità dell’informatica applicata ai nostri studi già negli anni ’40 del secolo scorso e nel 1949 attraversò l’oceano per andare a New York a incontrare Thomas Watson, il fondatore dell’IBM. Già questo non risponde esattamente allo stereotipo del classicista tutto chino sulle sudate carte, chiuso in una stanza buia e fredda, popolata da acari di ogni genere e specie. Al contrario, l’antichistica digitale nacque proprio insieme all’informatica, tanto che quando Padre Busa espose a Watson la sua intuizione, ovvero la possibilità di usare i computer per studiare i testi antichi, interrogarli in maniera automatizzata, connettere tra di loro parole e frasi e confrontarle con le altre fonti disponibili, Watson gli diede del visionario. Incalzato da Busa a credere nel futuro (sottolineiamolo: uno studioso di testi di duemila anni fa che invita il fondatore dell’informatica a credere nel futuro…), alla fine Watson si persuase. Non solo: quando Watson alla fine acconsentì a sviluppare il progetto di Busa, la leggenda vuole che abbia commentato così: «Padre, io ho fondato questa azienda e l’ho chiamata IBM, International Business Machines. Temo che grazie a questo progetto l’acronimo inizierà a significare International Busa machines». Ma padre Busa non fu un caso isolato. Nino Marinone, originario di Vercelli e professore di Storia della Lingua Latina all’università di Torino, già negli anni ’70 volle applicare le procedure computazionali che aveva conosciuto al LASLA, Laboratoire d’Analyse Statistique des Langues Anciennes, di Liegi, fondato nel 1961 (altra data pionieristica), ai testi grammaticali latini. Questa visionaria intuizione fu sviluppata da Marinone con la collaborazione tecnica del CNR di Pisa e portò ad una raccolta digitale, tempo dopo confluita in un CD-Rom. Di nuovo, siamo di fronte a un paradosso: quel prototipo non venne mai distribuito e commercializzato perché strumento troppo complesso, avanzato e di nicchia per quegli anni. Insomma, il problema dell’antichistica digitale è sempre stato l’opposto di quello che si potrebbe credere, cioè l’essere troppo avanti rispetto ai tempi. Ne deriva una conseguenza importante: un ragazzo interessato in pari grado alle lingue classiche e all’informatica non deve sempre scegliere in forma di aut aut quale dei due interessi seguire. Esiste un modo di combinarli e questo modo ha la forma dell’universo in continua espansione delle Digital Humanities, campo in cui esistono corsi di laurea e master. Ma anche moltissimi corsi di laurea in Lettere comprendono l’Informatica Umanistica, sia in forma autonoma, sia come metodo vastamente applicato. Questa rivoluzione digitale, che dura da molto, non deve però dare l’impressione che la biblioteca fisica sia ormai obsoleta e quindi mettere le cesoie in mano ai grandi amanti dei tagli. Le Digital Humanities si integrano nella biblioteca fisica, le permettono di espandersi verso altri settori e di aumentare i suoi servizi, non la sostituiscono. Internet è un luogo meraviglioso che – spesso – ti permette di trovare quel che stavi cercando, pur a prezzo di qualche distrazione e di qualche via sbagliata, ma solo la biblioteca ti permette di incontrare anche ciò che non stavi cercando, ma di cui avevi proprio bisogno. Quante volte ci siamo imbattuti nel libro che ha cambiato la nostra ricerca semplicemente perché era collocato accanto a quello che stavamo consultando? La ricerca umanistica è un lavoro, un lavoro vero, non un passatempo e questo lavoro necessita dei suoi luoghi e delle sue strutture. La biblioteca è il laboratorio dell’umanista e le sue provette si chiamano libri, manoscritti, documenti, epigrafi e papiri, ma anche tavoli appositi su cui analizzare questi materiali e computer da cui consultare le banche dati costruite grazie all’Informatica Umanistica. Nel corso di questa pandemia si è parlato troppo poco delle biblioteche, degli archivi e del loro ruolo fondamentale per studenti e studiosi.

Qual è la situazione dell’insegnamento universitario del latino?
Credo che la risposta migliore sia “a un bivio, ma non lo sa”. Mi spiego. Il latino universitario, oggi, si ritrova a fare i conti con gli esiti della riforma Gelmini, che ha ridotto fortemente lo studio del latino in tutte le scuole superiori diverse dal Liceo Classico. Questa riforma, absit iniuria verbis, ha creato una situazione assai disomogenea in termini di competenze acquisite nella materia. Ciò è particolarmente evidente nel Liceo Scientifico dove – nonostante gli anni trascorsi – nella pratica la scelta di come gestire le tre ore superstiti è ancora lasciata al singolo docente. Questa anarchi… volevo dire libertà interpretativa, genera caos, in quanto esistono scuole in cui lo studio della lingua e la pratica della traduzione vengono coraggiosamente salvate da professori eroici. In altre, invece, il povero docente cade sotto il bombardamento delle famiglie (perché la traduzione? perché questi brutti voti? tanto siamo al liceo scientifico…), alza bandiera bianca e dopo il biennio si concentra in modo esclusivo sulla letteratura, foriera di molte meno insufficienze, accantonando la pratica della traduzione e la verifica puntuale della lingua. Non apriamo poi il discorso del Liceo delle Scienze Umane. Anzi, sì, apriamolo per un attimo. Partiamo da un dato di base, che forse è bene ribadire: l’esame di latino è obbligatorio per accedere alla professione di insegnante in tutti i gradi e i tipi di scuola secondaria. Sì, anche per insegnare italiano alle medie. Sì, anche per insegnare negli istituti tecnici e professionali. Riassumo per chi non avesse ancora capito: per insegnare italiano in qualsiasi scuola secondaria, all’università sarà necessario sostenere un esame di lingua latina, anche piuttosto corposo. E questo andrebbe ricordato a tutti gli insegnanti che, pensando di fare il bene dei propri studenti, abbandonano lo studio della lingua. No, non è fare il loro bene, ma equivale a minare il loro percorso successivo, soprattutto per chi sceglierà studi umanistici – e non sono pochi. Ma torniamo al nostro Liceo delle Scienze Umane. Questa scuola, nata come evoluzione dell’Istituto Magistrale, nella forma in cui è ora sembra ignorare questo antenato, quasi se ne vergognasse. Eppure, una buona parte degli studenti che si iscrivono lo fa anche ipotizzando uno sbocco lavorativo nell’istruzione. Peccato, però, che quando questi studenti giungono a Lettere proprio per dare corpo a un progetto di vita iniziato con la scelta della scuola superiore, al posto di percepire affinità e coerenza, scoprono di essere sbarcati sulla Luna o almeno in terra straniera: il latino o lo hanno studiato solo al biennio (e spesso nella forma di “infarinatura di civiltà”) o non lo hanno studiato affatto. Anche per le altre materie, non va molto meglio. Insomma: tra loro e la professione dell’insegnante vi è lo stesso percorso accidentato e in salita che può incontrare un diplomato all’istituto tecnico o professionale. Quest’ultimo, però, quando si iscrive a Lettere (magari per dare sfogo ad una vocazione non seguita a 14 anni) sa di avere qualche lacuna da colmare e quindi parte motivato. Questo entusiasmo, invece, non caratterizza affatto gli studenti che provengono dal Liceo delle Scienze Umane, scuola che – come si diceva – hanno scelto non escludendo (per non dire direttamente progettando) una carriera nell’insegnamento. “In fondo era l’istituto magistrale, no?” si chiedono le famiglie che non sempre (e meno male) riescono a stare dietro alla girandola dei nuovi nomi ideati dall’alacre Ufficio Ideazione Nuovi Nomi del MIUR, particolarmente attivo nell’appiccicare l’etichetta di “Liceo” un po’ ovunque, ma meno solerte nel far corrispondere etichetta a contenuto. Ma non divaghiamo troppo. Torniamo al nostro povero diplomato al Liceo delle Scienze Umane che arriva a Lettere e scopre che per diventare un insegnante deve sostenere minimo 12 cfu, cioè un esame annuale di latino. Peccato che lui il latino non lo sappia. All’apparir del vero, la domanda sorge in lui spontanea: perché una scuola superiore che nel suo DNA anche ha una certa propensione allo sbocco lavorativo dell’insegnamento, ha tolto / fortemente ridotto il latino, quando poi per andare davvero a insegnare, l’esame di latino è obbligatorio? Era veramente un taglio strategico e necessario? A voi l’ardua sentenza. Anche a questa situazione si connette il problema dell’insegnamento universitario del latino, il cui punto dolente è rappresentato dallo squilibrio: non di rado vi è un’offerta formativa ampia ed eccellente, ma rivolta ad una minoranza di studenti, vale a dire chi si iscrive a Lettere provenendo da un Liceo Classico. Il problema è che questi studenti sono sempre meno. Se, infatti, si esclude l’isola felice delle Lettere Classiche, scelta vocazionale di una maggioranza di diplomati al Classico, accompagnati da una minoranza che proviene da altre scuole, ma è spinta da motivazione fortissima e quindi è pronta ad affrontare a viso scoperto e con grande entusiasmo lacune e difficoltà, quel che i docenti di latino si trovano ad affrontare, ogni settembre, è una pluralità di livelli di preparazione diversi, a cui si aggiunge la massa sempre in crescita dei principianti assoluti. La sfida dell’insegnamento universitario in futuro dovrà partire proprio da questa consapevolezza, cioè che i rapporti numerici si stanno invertendo, in quanto gli studenti che si iscrivono a facoltà umanistiche senza avere mai studiato il latino non sono più l’eccezione, ma stanno diventando la regola. Ad oggi, però, non esiste ancora una vera didattica pensata per loro. Manca un disegno strutturale e omogeneo, a partire da una gamma di libri di testo modellati su questo particolarissimo tipo di pubblico, strumenti che tengano conto del fatto che – non giriamoci intorno – quanti provengono da cicli di istruzione tecnica o professionale anzitutto sono abituati ad un metodo di studio diverso da quello del liceale e – cosa più importante – spesso hanno significative lacune di italiano. Credo di esprimere un’esperienza diffusa tra chi insegna latino di base all’università: il problema non è quasi mai il latino, ma l’italiano. Ovvero: io studente posso anche aver capito la regola della proposizione concessiva latina, il punto è che non so dove appoggiare questa nozione perché il cassetto dell’italiano che dovrebbe contenerla o è chiuso da anni o è drammaticamente vuoto. Questa considerazione ci riporta al discorso del ruolo del latino: quando all’università gli studenti capiscono che l’esame di latino a Lettere non è la naja, non è una corvée insensata, non è quiz enigmistico, non serve a decifrare le scritte all’ingresso dei cimiteri, ma rappresenta la chiave con cui finalmente possono aprire il forziere della lingua italiana, allora tutto cambia. Non appena si rendono conto che le ore di grammatica latina li aiutano ad essere parlanti e scriventi italiano più consapevoli, che certe regole, come la differenza tra complemento oggetto e nome del predicato, che in italiano sono teoriche, mentre in latino sono plastiche e visibili grazie al sistema dei casi, allora davvero nell’aula si accende un faro da stadio, gli studenti capiscono il famoso perché studiare latino e sono loro stessi a dispiacersi che la materia sia stata tolta da così tante scuole. A questo punto mi ricollego all’apertura: perché l’insegnamento universitario del latino è a un bivio, ma non lo sa? Il bivio è questo, tra il continuare a pensare che gli studenti principianti o quasi siano l’eccezione e iniziare, invece, ad accettare che stanno diventando la regola. Ad oggi, invece, sebbene i numeri parlino forte e chiaro, il meglio dell’insegnamento universitario si concentra su una minoranza, mentre nei corsi riservati agli studenti che il latino lo sanno poco o nulla, una massa talvolta etichettata come “male necessario”, spesso si naviga a vista, e dove si è vista in atto una didattica davvero efficace e “cucita su misura” per loro, questa è più frutto dell’impegno e della dedizione del singolo docente, che non di un disegno strutturale. Anche perché, nonostante tutto, anche questi studenti rappresentano il nostro vivaio: molti, ad esempio, intraprenderanno la carriera del docente della scuola secondaria di I grado (nome pomposo dietro a cui si nascondono le scuole medie) e lì rappresenteranno le figure chiave per la formazione di generazioni di ragazzi. Difficile che possano insegnare la lingua italiana con efficacia e padronanza e, al tempo stesso, trasmettere ai preadolescenti il valore del latino, se ai tempi dell’Università hanno avuto con il latino un incontro confuso, poco efficace e da cui non hanno tratto la minima consapevolezza della sua importanza.

Quando e come nasce il progetto DigilibLT?
DigilibLT, Digital Library of late antique Latin Texts (https://digiliblt.uniupo.it) nasce nel 2010 presso l’Università del Piemonte Orientale per iniziativa di Raffaella Tabacco, professore ordinario di Lingua e Letteratura Latina e di Maurizio Lana, docente di Biblioteconomia e uno degli alfieri italiani delle Digital Humanities. Il progetto nasce come risposta ad una mancanza: come abbiamo già visto, la letteratura latina on line ci è finita piuttosto presto, però non tutta. Un’assenza illustre era appunto rappresentata dalla produzione tardoantica in prosa e di contenuto pagano, che la rete offriva in forme sparse e non scientificamente controllate. Tale frammentazione era il semplice riflesso del minore interesse che, storicamente, è stato rivolto ai testi più tardi rispetto alla cosiddetta epoca classica. Il digitale ha replicato questo disequilibrio: se, infatti, la letteratura latina dalle origini al II secolo d.C. fu una delle prime a trovare un’autorevole sistemazione digitale grazie alla banca dati del Packard Humanities Insititute (PHI), prima su CD-Rom e oggi disponibile online (https://latin.packhum.org), il tardoantico, rimasto fuori da questa rigorosa sistemazione, per molto tempo è stato ai margini anche della rete. La scarsa diffusione di questi testi ha lasciato in ombra anche tutto il mondo che gravitava intorno a loro ed è un vero peccato, perché si tratta di una letteratura intrisa di vita reale, o meglio, al servizio della vita reale. Sono testi medici, raccolte di rimedi per malanni, opere di agrimensura, ma anche manuali di scuola e testi giuridici. Insomma: testi che servivano nella vita di tutti i giorni, che venivano consultati, studiati e annotati, testi che risolvevano problemi. Difficile dire che non pulsino di vita. DigilibLT nasce quindi per metterli a disposizione libera e gratuita e rappresenta un database scientifico della letteratura latina tardoantica, dal II al VI secolo d.C., con particolare attenzione ai testi in prosa e di contenuto secolare. A dieci anni dall’avvio del progetto, possiamo dire che la missione è stata compiuta: ad oggi DigilibLT offre ai suoi lettori più di 350 testi, basati sulle edizioni scientifiche di riferimento, liberamente interrogabili e scaricabili – gratuitamente e per intero – in differenti formati. Per poter essere accessibile non solo dagli addetti ai lavori, ma anche da un pubblico più ampio, ogni testo è corredato da un apparato paratestuale che ne presenta l’autore e offre una panoramica sia del contenuto sia dei principali problemi critici. Il vasto seguito che la biblioteca ha raccolto nei suoi dieci anni di vita ci ha poi spinto ad ampliarla, uno sviluppo a cui ha contribuito in maniera determinante il sostegno economico della Fondazione Cassa di Risparmio di Vercelli. Due sono state le linee di sviluppo: la prima ha riguardato il celebre lavoro di Nino Marinone sui Grammatici Latini. Ricordate quel CD-rom rimasto in forma di prototipo perché troppo avanzato per i tempi in cui fu prodotto? Ebbene, DigilibLT lo ha recuperato e, al termine di un lungo e complesso lavoro, ne ha tratto in salvo i dati, ormai imprigionati in una gabbia tecnica divenuta obsoleta e incompatibile con gli attuali sistemi operativi. Il materiale del CD dei Grammatici Latini è quindi stato estratto, riconvertito e pubblicato sul sito. L’intervento, tuttavia, non è stato solo conservativo, ma, ha comportato una significativa prosecuzione del lavoro di Marinone, peraltro nel rispetto dello spirito collaborativo che ne aveva contraddistinto l’attività di ricerca: infatti là dove i testi contenuti nel CD-Rom hanno conosciuto un’edizione più recente, essi sono stati aggiornati, spesso in collaborazione con gli stessi editori. La seconda linea di sviluppo, ad oggi in piena realizzazione, riguarda l’inserimento in DigilibLT delle fonti giuridiche tardoantiche. Questa apertura è più di uno sviluppo, in quanto rappresenta anche un tentativo di abbattere la tradizionale barriera che divide i filologi dagli storici del diritto. Il mondo della scrittura legale tardoantica, infatti, viene studiato separatamente da giuristi e filologi e solo raramente le due figure lavorano insieme alla ricostruzione di un milieu storico-sociale ancora in larga parte oscuro. L’ampliamento di DigilibLT a comprendere le fonti giuridiche permetterà invece al giurista di incontrare le fonti antiche nel contesto linguistico, retorico, storico e culturale in cui si sono formate e, viceversa, al filologo di ampliare significativamente l’oggetto della sua ricerca. L’auspicio è che si possa favorire la costruzione di un sapere innovativo nato appunto dal dialogo tra competenze diverse.

Quali sfide presenta il progetto di una biblioteca digitale del latino tardoantico?
Le sfide che un progetto digitale deve affrontare sono molteplici e riguardano aspetti di diversa natura. Procedendo in cerchi concentrici possiamo partire da quelli più interni, ovvero le sfide di carattere scientifico, come l’individuazione del canone delle opere da inserire, la scelta delle edizioni più affidabili o la codifica dei glifi, ovvero i simboli che indicano unità di misura, particolarmente numerosi nei testi tardoantichi, data la loro natura spesso tecnica. Ad esse si aggiungono poi le sfide strutturali, come la scelta di quanti e quali aspetti tecnici del progetto delegare a ditte esterne e quanti, invece, tenere all’interno dopo apposita formazione del gruppo di lavoro. DigilibLT ha fatto una scelta coraggiosa e ha tenuto all’interno del gruppo di lavoro il maggior numero di aspetti tecnici, in particolar modo la marcatura XML dei testi. Per rendere questa scelta fattibile, il progetto ha puntato fortemente sul coinvolgimento dei giovani e non intendendoli come semplice manodopera, ma come destinatari di un ampio progetto formativo, destinato, da un lato, a rafforzare le competenze disciplinari, dall’altro ad acquisirne altre nel campo delle Digital Humanities. Tantissime quindi, le figure coinvolte, a partire da studiosi in formazione (dottorandi e assegnisti post dottorato), le cui ricerche filologiche avanzano di pari passo con un significativo addestramento in Informatica Umanistica, costantemente perfezionato in Italia e all’estero grazie al sostegno economico del progetto. Forme come le “borse di addestramento alla ricerca” hanno poi permesso a laureati magistrali di collaborare – sempre in forma rigorosamente retribuita – all’interno del progetto e ricevere una formazione ulteriore, mentre i laureandi hanno potuto scegliere DigilibLT come sede presso cui svolgere uno stage curricolare, un’esperienza grazie alla quale acquisiscono competenze digitali che permettono loro di affacciarsi al mercato del lavoro con un bagaglio di competenze arricchito e aprirsi a nuove possibilità di impiego. “Ah ma io voglio andare a insegnare a scuola, non mi interessa imparare le Digital Humanities”. In passato avrei potuto parlare ore e ore per convincervi di quanto sia importante, anche per un insegnante, saper parlare la lingua del digitale. Poi è arrivato il COVID e con esso la DAD, quindi ogni considerazione è superflua. Mi limito ad un’osservazione: se, a emergenza finita, la DAD si sarà rivelata una risorsa o l’ennesima mela avvelenata messa nel cestino dell’istruzione, in molto sarà dipeso dalla capacità del singolo docente di gestire il mezzo digitale. Tornando a DigilibLT, non voglio dimenticare anche gli importanti risultati che abbiamo ottenuto dai progetti di alternanza scuola-lavoro. Da molti anni, infatti, in alcuni mesi i corridoi della nostra università si popolano di studenti liceali che – sotto la guida della collega Nadia Rosso – fanno contemporaneamente pratica di latino e di informatica e imparano come, a partire da un testo cartaceo, si arrivi all’esito digitale marcato in XML. Restano poi i cerchi più ampi, ovvero i problemi di più ampia ricaduta che un progetto digitale si trova a fronteggiare. Essi – sostanzialmente – riguardano la manutenzione e la valutazione. Mi spiego: quando uno studioso raccoglie gli esiti della propria ricerca, magari ventennale, in un libro cartaceo, egli sa che quel libro, se avrà conosciuto un minimo di distribuzione tra lettori e biblioteche, è destinato a durare per anni, decenni, magari secoli. Questo accade perché l’accesso alla forma-libro non è cambiato nel tempo: lo apro e lo leggo. Forse sono cambiati i materiali, le dimensioni dei libri, i costi di produzione, la texture della carta, ma la tecnica della lettura è rimasta uguale e io posso serenamente leggere il libro di mitologia latina pubblicato nel 1876 appartenuto al mio bisnonno, mentre non sono in grado di leggere la mia tesina di maturità, scritta poco meno vent’anni fa, se è rimasta su floppy disc. Ma senza andare a fare archeologia dell’informatica e scomodare i floppy disc, basti pensare alle chiavette USB: fino a un paio d’anni erano uno strumento indispensabile, mentre ora sonnecchiano nei nostri cassetti, superate dai sistemi di archiviazione cloud. Ecco, siamo nuovamente di fronte ad un imbuto nella storia dei testi, in cui tantissimo materiale andrà perso perché non verrà mai passato da un supporto USB al cloud o per distrazione o perché non ritenuto degno di tale passaggio. Lo stesso vale per i grandi progetti digitali, che nascono in una determinata era informatica e si basano sui sistemi operativi e sulle infrastrutture di quel particolare tempo. C’è quindi il rischio – assai concreto – che la rete in futuro si riempia di spazzatura digitale, ovvero di progetti che dieci-quindici anni prima avevano ottenuto un finanziamento cospicuo e avevano richiesto ore e ore di lavoro scientifico da parte di un team accuratamente selezionato. Eppure, nonostante tutto lo sforzo, tutto l’impegno e tutto il denaro speso, i progetti digitali possono morire nell’arco di un decennio, se non vengono tenuti al passo dei successivi, inarrestabili, sviluppi dell’informatica. Per scongiurare questo rischio è necessario un cambio di mentalità, accettare che di questi progetti non si arriva mai all’ultima pagina e alla parola fine, ma che anche in sede di progettazione economica si deve prevedere una voce legata alla manutenzione a lungo termine. A questo punto, tuttavia, la domanda si fa più complessa e tocca andare a scomodare Giovenale: quis custodiet…? Chi custodirà i progetti? Ovvero: su chi ricade la responsabilità del mantenimento a lungo termine e dell’aggiornamento di un progetto concluso? Ricade sul gruppo di ricerca (e in quel caso, con quali finanziamenti? si sa che i bandi hanno il difetto di voler sempre premiare il nuovo, raramente sostenere il vecchio). Ricade sull’ateneo? Sul Ministero? Ai posteri l’ardua sentenza. La seconda grande sfida generale è sicuramente legata alla valutazione del progetto digitale, un problema particolarmente vivo e sentito dalla comunità accademica. Se, infatti, una monografia è sottoposta al vaglio della comunità scientifica di riferimento, che si esprime tramite recensioni o – in fase preliminare – con le valutazioni in doppio cieco, questo non è ancora valido per il prodotto digitale. Ciò accade perché le procedure valutative, quando si trovano di fronte al prodotto digitale, in assenza di quelle bussole che storicamente regolano il giudizio sul prodotto cartaceo, in molti casi navigano a vista e la verifica ben di rado va oltre la semplice constatazione dell’esistenza del sito o del database promesso in fase di candidatura, mentre sul contenuto e sulla metodologia applicata, sia disciplinare sia tecnica, non vi è quasi mai quel vaglio scientifico a cui sono sottoposti libri e articoli. Tale scarso controllo finisce per dequalificare il prodotto digitale e ad avere un effetto negativo sulla valutazione dello studioso che si dedichi in misura prioritaria a questo tipo di ricerca, ricerca che spesso non riesce a uscire dal vicolo cieco di “cosa per prendere soldi” ma inutile, se non dannosa per proseguire nella carriera accademica. Segue, a cascata, un ulteriore effetto negativo: questa incertezza sul come il progetto digitale verrà valutato in sede concorsuale e abilitativa finisce per scoraggiare, almeno in parte, chi voglia perseguire queste strade, in quanto non è raro che al danno di essere stati scartati o giudicati da meno del collega che esibisce il libro cartaceo, si assommi la beffa di tutto il tempo investito nello sforzo tecnico e di progettazione del prodotto digitale, uno sforzo non richiesto dalla ricerca tradizionale. Anche qui, la ricerca del colpevole è inutile in quanto si tratta di un insieme di fili che si incrociano a formare un grosso nodo. La sfida del futuro sarà sicuramente quella di scioglierli, uno per volta.

Quale funzione possono avere i classici in una società multiculturale?
I classici possono rivestire un ruolo fondamentale, e per far questo basterebbe iniziare a guardarli per quello che sono, non per come la posteriorità li ha interpretati. La maggior parte di ciò che chiamiamo “classico”, infatti, è il prodotto di una società multi: multiculturale, multietnica, multireligiosa, multilingue ed espressione di una realtà geografica molto più ampia di quel Roma-centrismo che i libri di scuola tendono a proporre. La storia di Roma è una storia di incontri di popoli, che a loro modo si mescolavano, convivevano, a volte lottavano, ma comunque si muovevano, sempre. E questo ancora sfugge: noi parliamo di Roma, ma ci sono imperatori che la città di Roma non la videro mai o quasi. Insomma, questa civiltà policentrica – per certi versi ancora tutta da scoprire – ha veramente moltissimo da insegnarci. E che l’antico sia una storia anche della diversità è un concetto che va sottolineato e difeso proprio oggi, dove soprattutto nel mondo anglofono lo studio dell’antichità greco-romana, i Classics, è posto pesantemente sotto accusa come studio di una civiltà imperialista, razzista, espressione di una minoranza maschile e violenta e, nei secoli, campo di studio a cui solo una ristretta minoranza di privilegiati, in massima parte bianchi e maschi, ha avuto accesso. Il discorso è molto più complesso e forse per noi è poco comprensibile. Ecco, quel che vorrei mettere in luce è proprio questo aspetto: per noi è poco comprensibile. Perché? La risposta è sempre la stessa, ovvero, grazie alla scuola. In Italia abbiamo un patrimonio di cui spesso siamo inconsapevoli, ovvero il sistema della pubblica istruzione, un sistema in cui chiunque, al costo di una marca da bollo, può iscriversi alla scuola superiore che ritiene affine ai propri talenti e rispondente alla propria vocazione, senza che la gamma delle materie studiate dipenda dalle possibilità economiche della famiglia. Altrove non è così e materie come il latino, il greco, la fisica avanzata, la storia dell’arte vengono studiate solo ed esclusivamente nel sistema privato, le cui rette superano i diecimila dollari l’anno. Chi non li ha, deve accontentarsi della scuola pubblica, che tuttavia non è una fotocopia, forse meno organizzata e dove i docenti cambiano e scioperano (tanto per limitarci ai luoghi comuni), ma un’istituzione completamente diversa, dove si studiano meno materie, sostanzialmente quelle di base, e con un livello di approfondimento di norma molto, molto minore. Certo, sappiamo tutti benissimo che la scuola italiana ha enormi difetti, spesso aggravati dai cicli di riforme che si sono susseguite promettendo esiti magnifici e progressivi, ma risoltesi nella solita serie di tagli. Così come è noto che l’Italia rappresenti il fanalino di coda in quanto a spesa pubblica destinata all’istruzione. Tuttavia, pur con tutti i suoi ENORMI difetti, un sistema scolastico dove il Liceo Classico è liberamente accessibile – al pari di qualsiasi altra scuola di gradimento del quattordicenne – ha sempre rappresentato un enorme motore dell’ascensore sociale, mentre altrove l’aver studiato il latino e il greco diviene il segno tangibile di un privilegio di classe. E come tale viene combattuto, in una lotta che spesso scambia il contenitore (la scuola in cui queste materie vengono studiate), con il contenuto. Poter studiare il latino (e il greco) gratis, è un privilegio che noi abbiamo avuto e che spesso sottovalutiamo. Cerchiamo di far sì che il privilegio di avere pubblico e libero accesso allo studio di questa civiltà letteraria, esito di un mondo plurale, sia valido anche per le prossime generazioni di ragazzi, a loro volta sempre più esito di un mondo plurale.

Alice Borgna è Ricercatore Universitario Senior (RTD-B) in Lingua e Letteratura Latina presso l’Università del Piemonte Orientale. È allieva di Giovanna Garbarino, sotto la cui guida si è formata all’Università di Torino. Negli anni, ha lavorato sulla prosa latina tardorepubblicana e imperiale, in particolare su Cicerone, Pompeo Trogo e Giustino. Si occupa inoltre di Digital Humanities e della loro applicazione alle discipline classiche nel quadro del progetto DigilibLT, la biblioteca digitale del latino tardo antico.

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