Senatore D’Amelio, Lei è autore del libro Aldo Moro. La verità che non viene a galla pubblicato da Edizioni Sabinae: a 40 anni dall’assassinio dello statista democristiano, quali domande rimangono ancora senza risposte?
Aldo Moro, la verità che non viene a galla, Saverio D'AmelioIl micidiale assalto di via Fani del 16 marzo 1978 segnava un duro colpo per la democrazia italiana. Con il sequestro dell’onorevole Aldo Moro e l’uccisione degli uomini della scorta, le Brigate Rosse, infatti, si imponevano all’attenzione mondiale, per la capacità, la tempestività di un’azione di impronta militare che disorientava il mondo politico italiano e le stesse forze dell’ordine, i cui limiti organizzativi contribuiranno a far crescere lo sgomento degli italiani.
Di quella azione, del sequestro e della lunga detenzione di Moro, ben 55 giorni, non pochi interrogativi restano senza risposta.
Sicché, il calcolato silenzio di alcuni brigatisti e le loro mezze verità non aiutano a capire il significato dell’atto terroristico e le sue vere finalità che non sono da ristringere alla sola volontà di impedire il “compromesso storico”, l’intesa, cioè, tra Democrazia cristiana e Partito comunista, di cui promotore era Moro, fidando nelle aperture di Enrico Berlinguer, specie dopo l’affermazione di sentirsi difeso sotto l’ombrello NATO.
Si aggiunga che lo stesso attacco di via Fani non si spiega con la sola partecipazione dei brigatisti dei quali si conosce il nome, sicché l’affermazione di Morucci dell’impiego di ben 12 brigatisti, senza specificarne il nome, potrebbe essere dettata dalla volontà di continuare a mantenere viva l’attenzione su quei fatti, che continuano a restare avvolti nel mistero.
Del resto, il disconoscimento, da parte di Morucci, di una sua paternità del “memoriale” sembra rispondere alla strategia del silenzio o delle mezze verità che magistrati del livello di Ferdinando Imposimato e Luciano Priore, i lunghi e defaticanti processi e le stesse commissioni parlamentari non sono riusciti a chiarire del tutto.

Insomma, nella “vicenda Moro” agiscono personaggi strani, come suor Teresilla Barillà, la cui personalità complessa, resa ancor meno chiara dal ruolo di suora e di confidente di Cossiga, continua a porre non pochi interrogativi, anche perché dalle sue audizioni, viene fuori un personaggio indistinto, con ruoli incomprensibili, pur dando a vedere di conoscere interessanti particolari sulla vicenda.
Su via Fani resta senza risposta anche la presenza di personaggi in divisa, della Polizia di Stato e dell’Alitalia, nonché di una moto Honda, per non parlare del ruolo del bar di via Fani, dove si sarebbero intrattenuti i brigatisti, anche nei giorni precedenti, per osservare il passaggio di Moro e definire le modalità dell’assalto.
Nel “Memoriale” di Morucci si parla dei “brigatisti non pentiti” senza dare spiegazioni delle molte incongruenze che ritorneranno anche nell’intervista di Moretti del 1994, né, tantomeno, fa conoscere particolari circa l’abbandono delle auto, dopo la strage, né della circolazione degli scritti di Moro e della loro scomparsa.

Altro interrogativo irrisolto è il luogo dove fu parcheggiata l’auto che trasportava il politico democristiano, tanto più dopo l’individuazione del garage della palazzina in viale Giulio Cesare, abitata, oltre che dal cardinale Ottaviani, da Giuliana Conforto, nel cui appartamento soggiornarono Morucci e Faranda.
Si viene anche a sapere che Giuliana è figlia di Giorgio Conforto che il Sismi qualificava come agente del KGB, di cui il capo della polizia, Coronas, era ben informato da una nota dello stesso.
Ebbene, alcuni ritengono che l’auto fu posteggiata in quel garage e, forse, lo stesso Moro fosse stato alloggiato li per qualche tempo: di qui l’equivoco di chi ritiene che Moro fu portato in Vaticano.
Restano da chiarire anche alcune dichiarazioni del colonnello Giovannone e, soprattutto, le interessanti dichiarazioni rese il 26 giugno 2017 da Bassan Abu Sharif, importante personalità politica palestinese, circa gli accordi italo palestinesi, raggiunti da Moro, fin dal 1974, grazie ai quali l’Italia poté godere di una certa tranquillità, non registrando atti terroristici ad opera di palestinesi.
Sharif ha informato la Commissione presieduta dall’onorevole Giuseppe Fioroni, delle migliaia di ragazzi e ragazze italiani, addestrati militarmente nei campi di Libano, Giordania e Siria, a migliore conferma dei rapporti tra Brigate Rosse e movimenti palestinesi, di cui parla anche la sentenza-ordinanza Priore su Ustica.
A quelle riunioni partecipò anche un agente infiltrato, la cosiddetta “fonte Damiano”, assassinato nel 1980. “Damiano” fornì molte informazioni su rapporto dei brigatisti con i palestinesi, ma rimase inattivo durante il sequestro Moro.
Fra i tanti interrogativi irrisolti, c’è anche quello sulla decisione della Dc di non intervenire per salvare Aldo Moro. Fu solo per non compromettere il rapporto di governo con il PCI? E quale fu il ruolo svolto da Prejcenik, inviato da Washington per assistere Cossiga durante il sequestro?

Quali interessi internazionali si nascondono dietro alla vicenda Moro?
Dietro la vicenda si nascondono molti interessi internazionali. Gli USA avevano interesse che la DC continuasse la politica anticomunista e Mosca, per ragioni opposte, chiedeva al Partito comunista italiano di continuare a lottare quel partito.
Ma nel “caso Moro” agirono anche i palestinesi e gli israeliani, per interessi vari e contrapposti, molti dei quali rimangono oscuri, per la comprensibile ragione di non compromettere i rapporti internazionali tra gli Stati, compreso lo Stato del Vaticano. Poco o nulla si sa anche del ruolo della mafia e di altre organizzazioni malavitose.

Si giungerà mai, a Suo avviso, ad una completa chiarezza su quei tragici eventi?
L’interessante impegno dei magistrati e quello dei parlamentari svolto nei processi e nelle audizioni della commissione sul “caso Moro” è riuscito a dare molte risposte agli angoscianti interrogativi sulla vicenda. Ma restano in piedi molti altri interrogativi che lasciano dubitare della possibilità di un chiarimento, esauriente e completo, su quei tragici eventi.
Sicché, pur dando atto che l’ultima Commissione parlamentare è riuscita a far luce su molti aspetti, tanto da poter scrivere, nella relazione conclusiva, del 7 dicembre 2017: «L’analisi, su base documentale, della vicenda del memoriale Morucci e dei percorsi dissociativi, qui richiamati, consente di individuare, con più precisione, gli attori politici e giudiziari che, nel corso degli anni ’80, realizzarono questo processo di stabilizzazione di una “verità parziale” sul caso Moro, funzionale ad una operazione di chiusura della stagione del terrorismo che ne esprimesse gli aspetti più controversi, della responsabilità dei singoli appartenenti a partiti e movimenti, al ruolo di quell’ampio partito armato, ben radicato nell’estremismo politico, di cui le BR furono l’espressione più significativa», non poche incertezze continuano ad angosciare.
Sono convinto che, finché resteranno in vita gli attori, la verità non sarà accertata e si dovrà attenderne la morte, per la verità storica. Una prospettiva lontana che rende ancora più angosciante il ricordo di una vicenda che mise in ginocchio l’Italia, di un dramma, quello di Moro, reso ancor più tragico dal permanere di incertezze, falsità e verità non dette. A distanza di quarant’anni, ho sentito il bisogno di ricordare quella tragedia che resta avvolta nelle nebbie di calcolati silenzi di quanti furono attori e di quanti assistettero al dramma di Moro e delle cinque vittime della sua scorta, un dolore che, però, non si accompagnò alla volontà di fare tutto quello che era necessario per salvare l’uomo, il politico, lo statista.
Grave errore che ancora pesa.