Aldo Manuzio editore, umanista e filologo, Giacomo ComiatiDott. Giacomo Comiati, Lei ha curato l’edizione del libro Aldo Manuzio editore, umanista e filologo pubblicato da Ledizioni: qual è l’importanza storica e culturale di Aldo Manuzio?
Aldo Manuzio (c. 1450-1515) fu uno dei grandi protagonisti della cultura italiana ed europea della prima età moderna. Grammatico e fine linguista, studioso e ricercato cultore della lingua e della cultura greca, abile traduttore (dal greco al latino), filologo, organizzatore di circoli culturali, ma anche intraprendente stampatore e businessman (se mi è concesso di usare un anacronismo) capacissimo, Aldo fu portavoce delle virtù più alte di un certo mondo pratico e della cultura umanistica più raffinata in un’epoca di grandi cambiamenti culturali (è il periodo della prima ampia diffusione della stampa in Europa), storici (fu la stagione delle grandi guerre d’Italia) e letterari (nella penisola si stava decidendo, ad esempio, quale tra le molte varietà linguistiche si dovesse utilizzare come lingua delle lettere e della comunicazione tra i dotti). Manuzio è stato una figura chiave dell’umanesimo e del primo Rinascimento italiano ed europeo. Gli studiosi lo hanno sempre sottolineato e molti eventi che sono stati organizzati negli ultimi anni (ed in particolare nel corso del 2015, in occasione del cinquecentenario della sua morte) hanno contribuito a metterlo in evidenza. Tra le attività dedicate alla sua figura e alla sua opera poliedrica c’è stata anche una conferenza (organizzata per mia cura e svoltasi a Padova nel dicembre 2015) i cui frutti sono stati raccolti nelle pagine del libro da lei citato.

Ma perché da un punto di vista concreto Aldo è stato una figura tanto importante? Perché, in primis, ha rivoluzionato l’oggetto libro, nonché i modi e i tempi della lettura in Occidente. Ha contribuito a modificare il nostro rapporto con i libri, permettendo la nascita di pratiche e forme di lettura che sono quelle di cui ancora oggi facciamo esperienza e che sono diversissime da quelle esistite fino agli anni Novanta del Quattrocento. È poi stato un promotore instancabile e coltissimo non solo della letteratura latina e volgare (cioè italiana scritta dai moderni), ma anche della cultura ellenica, offrendo per la prima volta all’Europa occidentale strumenti affidabili ed efficaci per l’apprendimento della lingua greca su grande scala e nuove edizioni attendibili di testi di molti autori greci. Eco dell’importanza di una simile impresa si può trovare nelle parole di Erasmo da Rotterdam (amico e sodale di Manuzio) dedicate agli sforzi filoellenici di Aldo: “chi riporta alla vita – e questo è quasi più difficile che darla – le lettere in rovina innanzitutto realizza un’opera sacra e immortale, e compie un’impresa non nell’interesse di una provincia sola, ma di tutte le genti ovunque siano, di tutte le future generazioni”.

Come recita il titolo, in Manuzio si sono sovrapposti vari aspetti: quale ruolo egli ha giocato nella storia della stampa tra Quattro e Cinquecento?
Il titolo scelto per il volume da me curato vuole ricordare quanto variegata e complessa sia stata l’opera di Manuzio e i saggi raccolti nel libro sono dedicati ad un’ampia casistica delle sue attività. Il ruolo di stampatore è sicuramente uno di quelli centrali tra quelli svolti da Aldo e forse quello per cui ancor oggi è più celebrato.

Manuzio fu artefice di alcune vere e proprie rivoluzioni nel campo della produzione libraria. Aldo non è stato propriamente l’inventore del libro tascabile o del libro economico, come a volte si crede, (il libro tascabile – in piccolo formato, cioè l’ottavo – era già abbastanza diffuso nei decenni precedenti l’inizio dell’attività di Manuzio soprattutto tra i libri devozionali o in quelli scolastici), ma egli fu il primo a comprenderne appieno le potenzialità e a stampare nel formato dell’ottavo anche i testi di autori greci, latini e italiani già noti (dai poeti agli storici, dai filosofi ai retori e fino ai geografi), oltre che alcune nuove opere composte dai suoi contemporanei.

Che cosa cambiava per il lettore? Cambiava il modo di vivere la lettura e di poter interagire con il libro. I primi libri a stampa (così come molti manoscritti) erano volumi di grande formato, consultabili solo negli studi e nelle biblioteche, posati su grandi leggii. Il formato ottavo (di circa 20×14 cm) consentiva una completa portabilità del libro, che diventa per la prima volta un oggetto da viaggio o da passeggio, che si poteva portare con sé e che si poteva leggere a proprio piacimento quando e dove si preferiva. Non era mai successo che su grande scala e per opere non liturgiche (o grammaticali) venisse offerta questa nuova possibilità di lettura, che sarà poi quella secondo la quale l’Occidente – fino ad oggi – farà esperienza del libro a stampa. I testi che Manuzio pubblica in questa piccola veste vengono inoltre presentati privi del commento che tradizionalmente li accompagnava nei volumi di grande formato. Quindi grazie all’opera di Aldo le lettrici ed i lettori europei poterono avvicinarsi ai testi liberi da ogni apparato marginale e godere della lettura in modi e tempi nuovi e prima quasi inconcepibili.

Non va poi dimenticato che Manuzio è stato promotore anche di altre importanti innovazioni nel mondo della stampa. Nelle sue edizioni egli introduce il maiuscoletto, un nuovo sistema di interpunzione e – forse l’elemento più noto tra le novità aldine – il carattere corsivo, trasferendo dal manoscritto al libro il tratto aggraziato della scrittura umanistica corrente. I caratteri corsivi (creati per Aldo dall’incisore Francesco Griffo da Bologna) fecero la loro iniziale comparsa nella silografia in apertura dell’edizione delle Epistole di Santa Caterina (stampate nel settembre del 1500), ma vennero utilizzati in modo cospicuo per prima volta nella stampa dell’opera completa di Virgilio del 1501.

Il pubblico dimostrò di apprezzare immensamente queste innovazioni (il formato in ottavo ed il corsivo soprattutto). Ne sono prova non solo i moltissimi ritratti di gentildonne e gentiluomini che si fanno dipingere tenendo in mano un enchiridio (ossia, alla lettera, un libro che sta in una mano) – si pensi al Ritratto di giovane con libro verde del 1502 c. di Giorgione – ma anche il fatto che le edizioni manuziane vennero immediatamente contraffatte a opera di una concorrenza sleale e spregiudicata.

L’edizione aldina di Petrarca, edita da Pietro Bembo, si caratterizza per l’impiego di un nuovo sistema di interpunzione e notazione: cosa ha significato la sua introduzione per il modo di leggere i testi poetici?
Tra le grandi novità che Aldo introdusse nelle sue edizioni ci fu un nuovo sistema di interpunzione e di notazione. Con questi due termini si indicano quei sistemi di segni convenzionali (oggi familiari a tutti) che ritmano e caratterizzano la scrittura. Le interpunzioni sono ovviamente la virgola, il punto, il punto interrogativo, i due punti, il punto e virgola, le parentesi, ecc. Con notazioni ci si riferisce, invece, al sistema di apostrofi, accenti e spazi tra le parole. Questi due sistemi – che nella percezione di noi moderni sono così intimamente legati alla scrittura ed alla stampa che sembrano parte di esse e da esse imprescindibili – non erano in realtà né diffusi né regolamentati prima degli interventi operati da Manuzio. Esistevano ed erano esistiti sistemi di interpunzione sofisticati anche prima della rivoluzione manuziana (erano già propri dei grammatici antichi e di quelli carolingi, ma anche di figure di rilevo come Petrarca o Boccaccio), ma non erano normativi né ampiamente utilizzati. Sarà l’intraprendenza e l’invenzione di Manuzio, sostenuto e consigliato da Pietro Bembo e dal circolo di umanisti che vivevano a Venezia negli anni a cavallo tra il Quattro ed il Cinquecento, a dar vita ad un sistema nuovo, coerente e compatto di simboli interpuntivi e notazionali (molto vicino a quello usato ancora oggi). Merito della produzione di libri a stampa sarà quello di assicurare una standardizzazione ed una diffusione di questi modelli su larga scala: dalla tipografia aldina a Venezia sarebbero stati adottati in tutta la penisola italiana e poi, a decenni (o a volte secoli) di distanza, in tutta Europa ed infine nell’intero mondo occidentale. Occorse tempo affinché questo accadesse e fu un processo tortuoso e pieno di resistenze prima che le innovazioni prendessero fermamente piede.

Qual era il sistema creato da Manuzio? Bisogna innanzi tutto dire che i sistemi interpuntivi che egli creò furono tre: uno diverso per ogni lingua in cui stampò (il greco, il latino ed il volgare italiano). Vorrei qui soffermarmi sul sistema utilizzato per le edizioni di opere volgari. Fu questo un sistema di interpunzione basato su sei segni: la virgola, il punto e virgola, il doppio punto, il punto, il punto interrogativo e la parentesi. Ad essi se ne aggiunsero poi altri: le virgolette per le citazioni, le lineette per spezzare le parole a fine rigo e la numerazione delle pagine. La prima volta che questo sistema fu utilizzato in un’opera a stampa fu nel De Aetna di Bembo, pubblicato nel febbraio del 1496. Ma il sistema trovò ancor più ampia risonanza quando venne adottato nell’edizione delle opere volgari di Petrarca (il Canzoniere e i Trionfi), apparse nel 1501, ed in quella delle Terze rime (cioè la Commedia) di Dante, stampata nel 1502. In queste edizioni il sistema a sei segni è operante per tutta la lunghezza del testo. Non tutti i segni introdotti avevano la stessa funzione che noi gli attribuiamo oggi (ad esempio il punto e virgola, oltre che per indicare una pausa intermedia tra quella espressa dalla virgola e quella del punto, era usato per introdurre le relative – “Voi; che ascoltate” – secondo una prassi che sarebbe stata poi abbandonata). Ma a parte alcune divergenze rispetto all’uso moderno, in questi libri pubblicati da Aldo vide la luce un uso sistematico e organico del sistema interpuntivo che ancora oggi utilizziamo e sentiamo essere proprio della parola scritta.

Alle novità del sistema interpuntivo si aggiunsero quelle rappresentate da un nuovo e metodico sistema notazionale. Manuzio, da un lato, introdusse in modo sistematico uno spazio tra alcuni gruppi di parole, come tra articoli e nomi o tra preposizioni e nomi, che fino ad allora spesso venivano scritte senza soluzione di continuità (quindi prima della rivoluzione manuziana – ma a lungo anche dopo di essa – la frase “il cane corre in casa” poteva trovarsi benissimo scritta come “ilcane corre incasa”). Dall’altro, regolò l’uso degli apostrofi e degli accenti, che fino ad allora erano quasi inutilizzati nella prassi scrittoria (o, se lo erano, ciò avveniva senza alcuna regolarità). Manuzio – anche in questo caso consigliato da Bembo – mutuò un nuovo sistema notazionale dal mondo dei manoscritti greci e lo applicò alla lingua italiana, sulla base dell’idea che il volgare d’Italia fosse caratterizzato da una cerca conformità con quello della lingua greca. Aldo era animato da un forte desiderio di regolarità e omogeneità. Tuttavia, lungi dall’essere considerata ausilio alla lettura, la selva di accenti e apostrofi risultò inizialmente estranea ai lettori. Alcuni (i più) si prestarono a decodificarla e ad impararla (e così il nuovo sistema si diffuse), ma non sono poche le voci di dissenso che si alzarono verso questo complesso apparato di simboli. Si ricordi qui quella del veneziano Antonio da Canal, che ancora nel secondo decennio del Cinquecento sosteneva indispettito che chi avesse voluto godere della dolcezza della poesia volgare era costretto “a studiar el bosco dei tituli e quando gli avese imparati, alora ghe saperia meno”.

Quali diverse letture dell’emblema aldino dell’ancora e del delfino hanno dato Erasmo da Rotterdam e Michele Trivoli?
I tipografi e gli stampatori della prima età moderna utilizzavano spessissimo come marchio di fabbrica – al fine di dimostrare che l’edizione che il lettore teneva in mano era effettivamente uscita da una specifica officina tipografica – un emblema più o meno complesso, costituito spesso da una figura ed a volte accompagnato da un motto. L’emblema di Manuzio, forse il più famoso emblema della storia dell’editoria, è un’ancora alla cui asta è abbracciato un delfino. Apparve a stampa per la prima volta nel giugno del 1502 nel secondo dei tre volumi della grande silloge di testi in versi e prosa di vari autori cristiani (Poetae christiani veteres).

Due importanti umanisti legati ad Aldo per motivi diversi – Erasmo da Rotterdam e Michele Trivoli – diedero due letture opposte dell’emblema, una paganeggiante (ad opera del primo) ed una cristiana (offerta dal secondo). Erasmo in uno degli adagi che costituiscono l’omonima opera (Adagia), pubblicata proprio da Manuzio nel 1508, descrive l’emblema dell’ancora e del delfino e lo lega alla frase “festina lente” (affrettati lentamente). L’erudito olandese ricorda che il motto venne usato dall’imperatore Ottaviano Augusto nei suoi scritti per invitare alla rapidità nell’azione ed, al contempo, alla lentezza nella preparazione di ogni decisione, e che tale motto trovò un correlativo figurativo nell’immagine dell’ancora attorno a cui si lega un delfino (l’ancora, che trattiene la nave, simboleggia la lentezza; il delfino rappresenta la velocità e corrisponde ai risoluti moti dell’animo che l’ancora è capace di moderare), coniata nel retro di una moneta romana recante, sull’altra faccia, il volto dell’imperatore Tito Vespasiano. Erasmo racconta che fu proprio Manuzio a mostrargli questa moneta, che gli era stata offerta in regalo da Bembo alcuni anni prima. Erasmo dunque propone un’interpretazione paganeggiante dell’emblema.

La lettura offerta da Michele Trivoli è, invece, di segno opposto. Michele era un greco del Peloponneso, giunto a Venezia mentre Erasmo seguiva la stampa dei suoi Adagia ed animatore – insieme a molti altri giovani greci che erano, come lui, precedentemente giunti in Italia nel corso degli anni Novanta del Quattrocento al seguito di Giano Lascaris – del circolo filellenico che si riuniva attorno ad Aldo. Michele si sarebbe poi trasferito in Russia e sarebbe stato conosciuto come Massimo il Greco. In una lettera che egli scrisse in russo alla metà degli anni Venti del Cinquecento al principe Vasilij Michailovič Tučkov-Morozov è proposta una lettura cristiana del contrassegno aldino. Michele sostiene che l’immagine dell’ancora e del delfino sia un modo per ricordare come conseguire la vita eterna: l’ancora rappresenta la fermezza e la forza della fede, mentre il delfino simboleggia l’anima umana, che sarebbe perduta senza la fede, così come una nave sarebbe in balia delle tempeste senza la sua ancora.

Queste due letture sono entrambe possibili e nessuna può essere esclusa dal momento che non risulta che Manuzio abbia espresso opinioni esplicite in alcuno dei due sensi. Non vanno certamente lette in contrapposizione frontale o antinomica, ma possono invece invitare a riflettere sulla polisemia figurativa degli emblemi, che hanno giocato un ruolo importantissimo nella cultura rinascimentale.

Come si sviluppò la relazione tra Manuzio e Pietro Bembo?
Il nome di Pietro Bembo è già apparso diverse volte nelle risposte alle altre domande che mi sono state poste. Ciò ovviamente non è casuale. Bembo è stato una figura importantissima per Manuzio durante tutto il corso della sua vita. Gli regalò non solo la moneta romana raffigurante l’effige che sarebbe poi diventa l’emblema della stamperia aldina; Bembo portò a Manuzio dalla Sicilia (dove si era recato per imparare il greco) il manoscritto della grammatica greca del suo maestro (Costantino Lascaris) che Aldo avrebbe stampato con enorme successo come strumento base per l’insegnamento del greco in Occidente; Bembo collaborò con Manuzio alla creazione del sistema notazionale e interpuntivo poi introdotto nelle opere uscite dalla tipografia aldina; editò molti dei testi pubblicati da Manuzio (in primis quelli di Petrarca e Dante); ed animò e sostenne il circolo e le attività culturali che avevano luogo attorno ad Aldo.

Ma chi era Bembo? Pietro Bembo (1470-1547) era un patrizio veneziano, figlio di un grande letterato e diplomatico, Bernardo, ed uno degli uomini più colti della sua epoca. Fu poeta e prosatore, finissimo erudito, grammatico e studioso di greco, volgare e latino, fu storico e cardinale, nonché il vero padre della lingua italiana che ancor oggi parliamo. Bembo e Manuzio furono due assoluti protagonisti della cultura veneziana (ed italiana) di fine Quattro ed inizio Cinquecento. Furono legati da profonda amicizia e da interessi comuni e si trovarono pienamente concordi nello sviluppare un nuovo grande progetto linguistico-culturale. Tale progetto, che inizialmente fu quasi esclusivamente centrato sulla lingua e sulla cultura ellenica, incluse progressivamente anche la lingua volgare italiana. Nella direzione di questa inclusione spinse principalmente Bembo, sempre più interessato al mondo delle lettere volgari (cui, da dopo la morte di Manuzio, si dedicò quasi esclusivamente), mentre Aldo privilegiò sempre per una politica culturale filellenica, seppur con molte e significative aperture al mondo latino e volgare. Questa divergenza di visioni raffreddò progressivamente i rapporti tra i due nella seconda parte della vita di Aldo. Rimasero comunque tra loro forti affinità e notevoli punti di incontro.

Quali sono i metodi e gli strumenti che Manuzio adoperò per promuovere gli studi greci nel corso di tutta la sua carriera?
Aldo si adoperò durante tutto il corso della sua vita per promuovere gli studi ellenici e le lettere greche. Con qualche schematizzazione si possono indicare quattro direzioni principali lungo le quali egli indirizzò i suoi sforzi. Primo: in un’epoca in cui pochi erano i maestri di greco in Occidente e scarsi gli strumenti che spiegassero ai discenti i rudimenti della lingua era necessario produrre e diffondere nuovi testi grammaticali e lessicografici affidabili per l’apprendimento del greco. Manuzio lavorò in primis in tal senso. Si procurò (grazie all’aiuto di Bembo) nuovi manuali di grammatica greca (ad opera di eruditi greci risiedenti in Italia come Costantino Lascaris e Teodoro Gaza) che stampò più volte tra il 1494 ed il 1515, con o senza traduzione latina (il latino era la lingua scolastica par excellance, nota a tutti coloro che intraprendevano un percorso di studi letterati e che poteva dunque fungere da punto di partenza per l’apprendimento di un’altra lingua). Per otto volte pubblicò poi diversi lessici greci di varia natura (gli antenati dei moderni dizionari), contribuendo così a fornire su ampia scala gli strumenti per l’apprendimento della lingua greca. Manuzio lavorò anche all’assemblaggio di testi grammaticali, come un libretto, intitolato Appendix aldina, articolato in due sezioni: la prima teorica contenente alcuni precetti essenziali per l’avviamento allo studio del greco, la seconda costituita da una breve antologia – composta soprattutto da preghiere e versi morali – per familiarizzare gli studenti con i testi di uso più comune. La seconda direzione di lavoro di Aldo fu la latinizzazione di altri testi elementari da includere come strumenti esemplificativi in calce alle opere di studio o di lettura per offrire un numero di scritti che servissero da ponte per lo studio del greco. In terzo luogo, Manuzio dedicò costanti cure filologiche alla ricostruzione testuale delle opere greche che avrebbe poi stampato al fine di offrire ai lettori volumi oltremodo accurati e corretti. Infine, pubblicò moltissime opere di autori greci (Museo, Aristotele, Teocrito, Giamblico, Dioscoride, Nonno di Panopoli, Stefano di Bisanzio, Tucidide, Sofocle, Erodoto, Euripide, Origene, Luciano, Filostrato, Ammonio, Senofonte, Omero, Demostene, Platone solo per citarne alcuni) sia in lingua originale sia in traduzione latina, offrendo così all’Europa un patrimonio di opere su cui basare e costruire una nuova conoscenza del mondo e della cultura ellenica.

A distanza di oltre cinquecento anni dalla sua morte (1515), qual è l’eredità di Aldo Manuzio?
L’eredità che ha lasciato Manuzio con la sua complessa opera di studioso, di erudito e di stampatore è ampia e variegata. Il nostro modo di percepire e vivere la lettura, le forme con cui interagiamo con la carta stampata e con i libri in particolare, nonché il nostro rapporto con la pagina scritta (fatta di parole ordinatamente spaziate tra loro, di virgole e punti, di caratteri corsivi, di virgolette citazionali e di lineette per andare a capo) devono davvero molto ad Aldo ed alle rivoluzioni culturali che egli contribuì ad alimentare con il suo lavoro. Molto inoltre deve a Manuzio tutta la cultura occidentale, che, nata da quella greca e con essa sempre in vario modo in contatto, trovò nuova linfa proprio nel rifiorire degli studi ellenici avvenuto grazie all’indefesso lavoro di Aldo.

Ma forse l’eredità più preziosa che Manuzio potrebbe offrire alla contemporaneità è quella offerta dall’universo intellettuale che egli è stato capace di costruire, un universo composto da tre mondi linguistici e culturali diversissimi, che, interagendo, si sono resi capaci di un vicendevole arricchimento. Ci si ricordi, infine, che Aldo – come ha scritto uno dei più importanti studiosi del Novecento italiano, Carlo Dionisotti – “resta esemplare di una cultura forte, libera e alta abbastanza per affrontare a viso aperto l’ignoto, il diverso da sé e l’avverso, senza esclusioni né reticenze né riverenze servili”.

Giacomo Comiati è Research fellow presso l’Università di Oxford, dove col­labora al progetto ‘Petrarch Commentary and Exegesis in Renaissance Italy (1350-1650)’, e Research associate del Corpus Christi College. Si è laureato in filologia moderna all’Università di Padova, frequentando la Scuola Galileiana di Studi Superiori, ed ha ottenuto il dottorato di ricerca in Ita­lian Studies presso l’Università di Warwick con una tesi dedicata alla fortuna di Orazio nel Rinascimento italiano. I suoi interessi di ricerca riguardano la letteratura italia­na e latina del ’400 e del ’500 e la ricezione dei classici nel Rinascimento.