Aldo Manuzio e la nascita dell’editoria, Gianluca MontinaroProf. Gianluca Montinaro, Lei ha curato l’edizione del libro Aldo Manuzio e la nascita dell’editoria pubblicato da Olschki: qual è l’importanza di Aldo Manuzio nella storia dell’editoria?
L’editoria a stampa dimostra di essere un’attività molto poco dinamica, soprattutto se si considera nell’arco dei suoi cinque secoli di vita. che esiste da poco più di cinque secoli, ovvero da quando – all’incirca a metà del Quattrocento (1450-1455) – Johann Gutenberg, a Magonza, applicò le sue competenze (probabilmente maturate nell’ambito della lavorazione di metalli e pietre preziose) allo sviluppo della tecnica della stampa a caratteri mobili. Come è noto fu Gutenberg a stampare il ‘primo’ libro: la celebre Bibbia delle ‘42 linee’. Eppure né Gutenberg né i suoi epigoni – gli stampatori tedeschi che introdussero quest’arte in Italia (probabilmente il primo libro stampato nel nostro Paese, a Subiaco, nel 1465, fu il De divinis institutionibus adversus gentes dello scrittore latino Lattanzio) – colsero con chiarezza le potenzialità di questa ‘invenzione’. Aldo Manuzio (1450 ca.-1515), invece, non si limitò a essere ‘stampatore’ – ovvero a produrre libri secondo richiesta, mercato o committenza – ma interpretò questa professione vestendo i panni di ‘editore’, il primo editore nella storia della stampa. Ciò significa che Manuzio «si avvicinò ai libri – come scrive Mario Infelice – avendo in mente un preciso e coerente programma culturale», non dettato dall’esterno ma mosso da proprie visioni e propri progetti. L’editoria, sia dal punto di vista di statuto ideale sia di attività pratica, deve – quindi – tutto a Manuzio. E sostanzialmente è cambiata ben poco (e quasi sempre in peggio) rispetto a cinquecento anni fa.

Quali innovazioni introduce Manuzio nella stampa?
L’azione di Manuzio si sviluppa, parallelamente, su due fronti: quello editoriale (il ‘pensiero’) e quello dell’attività di stampa vera e propria (la ‘pratica’). Manuzio è stato il primo a «concepire l’editoria – scrive Roberto Calasso (Adelphi) – come forma. Forma in ogni direzione. Innanzi tutto, ovviamente, per la scelta e la sequenza dei titoli pubblicati, poi per i testi che li accompagnano, poi per una forma tipografica del libro e per le sue caratteristiche di oggetto». I titoli impressi da Manuzio, fanno tutti (o quasi) parte di un progetto di grande biblioteca della classicità («Aldo ha intenzione di costituire una biblioteca la quale non abbia altro confine che il mondo stesso», dice di lui Erasmo da Rotterdam). Sono titoli scelti con cura, studiati, emendati, prefati e composti per la stampa con la massima attenzione. Nessuno, prima di lui, aveva concepito la stampa come mezzo per esprimere un programma culturale. Dal punto di vista meramente pratico, i libri di Manuzio presentano – o a ‘istituzionalizzare’ rendendole sistematiche- alcune innovazioni che esistono ancora ai nostri giorni: la numerazione delle pagine, l’indice, l’utilizzo di accenti, apostrofi, elementi di punteggiatura, simboli di nota, errata-corrige… Non fu, invece, il primo – come leggenda vuole – a utilizzare il formato in ottavo né, tantomeno, a inventare quelli che oggi siamo soliti chiamare ‘tascabili’.

Come si sviluppa l’attività editoriale aldina?
L’attività di Aldo attraversa varie fasi. Dopo essere stato precettore di Alberto III Pio, principe di Carpi, si trasferì a Venezia. Qui, grazie probabilmente all’aiuto economico del suo pupillo e del patrizio veneziano Pier Francesco Barbarigo, si mise in società con Andrea Torresano e diede alle stampe il suo primo volume: gli Erotemata di Costantino Lascaris (1495). Nella prefazione Aldo dichiara la sua missione: «dedicare tutta la vita all’utile dell’umanità. Dio mi è testimone che nulla desidero di più che giovare agli uomini. Infatti, sebbene possiamo condurre una vita quieta e tranquilla, ne abbiamo invece scelto una operosa e piena di fatiche: perché gli esseri umani sono nati non per godere di piaceri indegni di un uomo onesto e colto, ma per lavorare faticando e compiere sempre qualcosa che sia degno di un uomo». Nei primi anni di attività si dedicò a stampare solo opere in greco. Nel 1499, oltre alle guerre che avevano gettato la Penisola nella recessione, facendo languire i commerci (con conseguenti fallimenti e chiusure, fra cui anche quelli di tipografie e stamperie), si aggiunse la morte di Pierfrancesco Barbarigo. Fu per Aldo un momento difficile durante il quale dovette anche stampare libri su commissione (uno di questi è la celeberrima Hypnerotomachia Poliphili) per cercare di sopravvivere. Nel 1501 si apre una seconda fase: è in questo momento che – con il Virgilio (Vergilius) – appaiono le celebri ‘aldine’. Come detto non fu Aldo a inventare il formato ‘tascabile’ ma fu lui ad avere la geniale intuizione che quel formato, così comodo e agevole, fino ad allora utilizzato solo per i libri di preghiere (ovvero gli unici volumi che si portavano con sé), aveva infinite potenzialità. Capisce che esiste un pubblico che desidera leggere e che il formato in ottavo sarebbe andato a colmare una lacuna di mercato sgombra da concorrenza. Ecco il motivo dell’enorme successo delle ‘aldine’. Nel 1509, a causa della sconfitta di Agnadello e dell’enorme pericolo corso dalla Serenissima, Manuzio è costretto a lasciare Venezia e a rifugiarsi a Ferrara e in altri luoghi. Ritornò in laguna, riattivando la stamperia, solo nel 1512. Morì tre anni più tardi, lasciando l’impresa ad Andrea Torresano (che nel frattempo era divenuto suo suocero, avendo Aldo sposato sua figlia Maria).

Quali sono i testi più notevoli da lui stampati?
Difficile dare una risposta che non sia un mero elenco di titoli e date: tutti i volumi impressi da Manuzio sono notevoli. Dovendo dare alcune indicazioni direi il suo primo volume, gli Erotemata di Costantino Lascaris (1495, significativamente indicato da Tommaso Moro come l’unico libro di grammatica posseduto dagli abitanti della perfetta isola di Utopia). Quindi il De Aetna (1496) di Pietro Bembo. E poi la celebrerrima Hypnerotomachia Poliphili del 1499, sulla cui attribuzione si continua a dibattere: questo volume è considerato uno dei libri più belli mai stampati dall’uomo. Il testo, scritto in una lingua artificiosa, misto di latino e italiano, è accompagnato da 172 xilografie, anch’esse di autore ignoto. E le Epistole di santa Caterina da Siena (1500) in cui la parte illustrativa ha altrettanta importanza e nella quale per la prima volta Manuzio sperimentò, sia pure per le sole parole «Jesu dolce Jesu amore», il carattere corsivo. Nonché, ovviamente, il Virgilio del 1501. Direi i Poetae Christiani veteres (1502, volume ove appare per la prima volta la nota marca aldina: l’ancora e il delfino con il motto «festina lente»), gli Adagia (1508) di Erasmo e il De rerum natura del 1515, la sua ultima fatica.

Qual è l’eredità di Aldo Manuzio?
Come dicevo in apertura Aldo ha modificato radicalmente la visione della stampa, trasformando quest’ultima in editoria, nei modi e nei termini in cui ancora oggi la percepiamo e la conosciamo. Forzando i concetti potremmo dire che Manuzio ha trasformato la stamperia in editoria. E tutti seguirono il suo esempio. In ultima analisi ha contribuito a modificare il rapporto con il libro, favorendo quel modo di leggere ‘personale’ e ‘introspettivo’ che tutti noi ora adottiamo. Leggere, con Aldo, diventa definitivamente un’azione privata, che coinvolge e agisce sull’anima e sullo spirito dell’individuo. Aveva ben chiaro questo concetto: e proprio per tal motivo impegnò tutta la sua vita a stampare libri belli e curati, il cui contenuto potesse rendere ‘migliori’ gli uomini.

Gianluca Montinaro (Milano, 1979) è direttore della Biblioteca di via Senato di Milano e dell’omonima rivista mensile. Storico delle idee, si interessa ai rapporti fra pensiero politico e utopia legati alla nascita del mondo moderno. Ha insegnato presso l’Università IULM. Fra i suoi saggi: Il carteggio di Guidobaldo II della Rovere e Fabio Barignani (2006); L’epistolario di Ludovico Agostini (2006); Fra Urbino e Firenze: politica e diplomazia nel tramonto dei della Rovere (2009); Ludovico Agostini, lettere inedite (2012); Martin Lutero (2013); L’utopia di Polifilo (2015); Pesaro 1614 (2015).