“Alcibiade. Il leone della democrazia ateniese. Stratega, politico, avventuriero” di Cinzia Bearzot

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Prof.ssa Cinzia Bearzot, Lei è autrice della biografia di Alcibiade, Il leone della democrazia ateniese. Stratega, politico, avventuriero, edita da Salerno: quale importanza riveste, nella storia della democrazia ateniese, la figura di Alcibiade?
Alcibiade. Il leone della democrazia ateniese. Stratega, politico, avventuriero, Cinzia BearzotNella storia della democrazia ateniese, Alcibiade si colloca al discrimine tra due epoche: quella che vedeva ancora il predominio degli aristocratici nella gestione della politica dello stato e quella dei cosiddetti “nuovi politici”, che vide invece l’affermarsi di un ceto politico di non nobili, portatori di uno stile politico diverso nella forma e nei contenuti. I rappresentanti di queste due prospettive potrebbero essere Pericle, aristocratico di grande famiglia, e Cleone, esponente dei ricchi ceti imprenditoriali che si stavano imponendo: il primo sempre composto e deciso a fare appello alla razionalità dell’assemblea, il secondo sguaiato nei modi e orientato a solleticare gli aspetti emozionali della massa. Stando al giudizio di Tucidide, la morte di Pericle costituì la fine di un’epoca, quella della politica come servizio al bene comune, caratterizzata da un equilibrato rapporto fra il leader politico e l’assemblea, e l’inizio di un’epoca nuova e deteriore, quella della demagogia, della politica come campo di affermazione personale, in cui le ambizioni, la sete di guadagno e la volontà di primeggiare costituivano il movente principale dell’azione di uomini orientati a manipolare l’assemblea per utilizzarla come una sorta di massa di manovra. Alcibiade riassume in sé caratteristiche di entrambe queste generazioni politiche: l’elevato retroterra sociale e culturale degli aristocratici e la spregiudicatezza dei successori di Pericle. Con questi ultimi condivise soprattutto la capacità di manipolare l’opinione pubblica e in particolare il popolo in assemblea: una capacità che gli permise non solo di mostrarsi convincente, ma soprattutto di superare le difficoltà più varie, dalla sconfitta nella battaglia di Mantinea del 418 (che egli presentava come un successo) alla fallimentare spedizione di Sicilia. Dopo il primo e il secondo esilio, ancora nel 405, come attestano le Rane di Aristofane, si discuteva in Atene su un suo eventuale richiamo.

Quali accuse possono essere mosse all’uomo politico?
Credo che l’aspetto più sconcertante della figura di Alcibiade consista nella sua spregiudicatezza. Pur cercando la sua affermazione nella democrazia, Alcibiade non accettava di condividere lo stile di vita democratico, che imponeva rispetto dell’uguaglianza e condivisione dei valori della comunità: si sentiva troppo superiore ai concittadini. Mosso dal proprio interesse personale, quello di poter tornare ad Atene dopo l’esilio del 415, egli passò da Atene a Sparta, in piena guerra; poi, resosi sospetto anche agli Spartani, da Sparta alla Persia; infine, si rivolse prima agli oligarchici ateniesi autori del colpo di stato del 411 e poi, non avendolo essi richiamato perché lo giudicavano inadatto a un’oligarchia, ai democratici della flotta ateniese di stanza a Samo, dai quali riuscì finalmente ad ottenere la nomina a stratego. Ancora verso la fine della sua vita, dopo il secondo esilio del 406, egli progettava di cercare l’aiuto del Re di Persia, per uscire dalla situazione di impasse in cui si trovava, esule in Tracia, costretto a fare il capo mercenario, in una condizione di insicurezza. Benché gli sia stata attribuita una “coerenza”, da identificare con la fedeltà al modello della democrazia moderata, ad Alcibiade si adatta molto bene il giudizio di Lisia, il quale, in una delle sue orazioni, dice che nessuno è oligarchico o democratico per natura, ma ciascuno opera le sue scelte considerando il proprio interesse. Alcibiade si inserisce bene in questo quadro di “morte delle ideologie” e di trasformismo politico.

Chi fu davvero Alcibiade?
Alcibiade fu un grande aristocratico, appartenente alla famiglia degli Alcmeonidi, che dai tempi di Clistene aveva fatto una scelta democratica; alla stessa famiglia apparteneva Pericle. Questo gli diede il retroterra necessario per affermarsi sulla scena politica ateniese: ricchezza, cultura, relazioni personali importanti a livello nazionale e internazionale. Aveva poi, a giudicare dalla nostra tradizione, grandi doti personali, dall’abilità retorica al talento militare, che esercitarono un grande fascino sul popolo e fecero sì che, in diverse occasioni, egli venisse considerato il solo capace di rovesciare la situazione a favore di Atene quando essa si trovava in difficoltà. Tuttavia, egli ebbe una costante tendenza alla trasgressione, a porsi al di sopra del comune comportamento morale, che indusse nell’opinione pubblica sospetti di tirannide. Sia Tucidide sia Senofonte, i grandi storici a lui contemporanei, ne sottolineano, accanto al grande talento, l’assenza di solidità morale, che gli impedì di sfruttarlo appieno.

Quale rapporto intrattenne con Socrate?
Alcibiade fu certamente fra i discepoli di Socrate e Platone ammette l’esistenza di una relazione amorosa, benché non indirizzata ai piaceri del corpo ma alla cura dell’anima. La tradizione ostile a Socrate, che lo considerava una “cattivo maestro” corruttore dei giovani, lo accusava di aver prodotto, con il suo sistema educativo, dei “mostri” come l’oligarca Crizia e appunto come Alcibiade: quest’ultimo era dunque considerato un esempio dei pessimi risultati della formazione socratica, certamente in riferimento alla sua indifferenza ai valori della comunità cittadina. La letteratura socratica, da Senofonte a Platone ai socratici minori, si impegnò a giustificare il maestro argomentando che Alcibiade, sviato dall’ambizione politica, si era in realtà rifiutato di seguire l’insegnamento socratico, limitandosi a trarre da esso l’abilità dialettica, fondamentale per saper parlare in pubblico e convincere l’uditorio in assemblea; con ciò egli aveva sprecato le grandi doti naturali che pure Socrate gli riconosceva e che avrebbero potuto fare di lui il “discepolo ideale” di Socrate.

Quali vicende segnarono maggiormente la sua carriera politica?
Senza dubbio la vicenda delle Erme e dei Misteri condizionò fortemente la carriera di Alcibiade. Egli aveva promosso la grande spedizione in Sicilia, nella quale gli Ateniesi riponevano grandi speranze di conquista e di arricchimento; nonostante non mancassero voci contrarie, Alcibiade aveva saputo convincere e persino entusiasmare l’assemblea e l’impresa era stata preparata con cura e con gran dispendio di risorse. Ma la notte prima della partenza della flotta per la Sicilia furono sfregiate le Erme, i busti del dio Hermes che si trovavano agli incroci delle strade di Atene. La cosa fu considerata di cattivo auspicio per la spedizione, e dietro la mutilazione, che secondo alcuni fu solo la bravata di giovani ubriachi, si videro gli intenti più diversi, compresa la volontà di abbattere la democrazia. Ne seguì un’inchiesta di sapore giustizialista (fu persino ottenuto di sottoporre a tortura i cittadini) che coinvolse anche Alcibiade, non in relazione alla mutilazione delle Erme, ma alla parodia dei Misteri Eleusini che si sarebbe svolta in più occasioni in case private. I Misteri Eleusini erano tra i riti più carsi agli Ateniesi e la parodia parve un segno del disprezzo aristocratico per i culti popolari; la ben nota tendenza di Alcibiade alla trasgressione alimentò i sospetti. Egli fu lasciato partire, ma quando era ormai giunto in Sicilia fu inviata una nave per riportarlo in patria e sottoporlo a processo per empietà: Alcibiade, temendo la condanna a morte che in effetti gli fu poi comminata in contumacia, non accettò di essere giudicato e fuggì, rifugiandosi a Sparta. Si era in piena guerra e si trattava di un vero e proprio atto di tradimento, che Alcibiade giustificò dicendo che, privato della patria ingiustamente, era disposto a tutto per riaverla; ma che rese Alcibiade sospetto e lo mise in grave difficoltà per diversi anni, fino al 407, quando riuscì a farsi richiamare in Atene, e lo costrinse a cercare appoggi un po’ ovunque, presso Spartani e Persani, oligarchici e democratici.

Come trascorse i suoi ultimi anni?
Dopo il secondo esilio, nel 406, Alcibiade si ritirò in Tracia, dove aveva dei possedimenti. Qui si dedicò all’attività remunerativa di capo mercenario, senza però mai rinunciare all’idea di essere richiamato ad Atene, dove i suoi sostenitori continuavano a svolgere un’insistente propaganda in suo favore. Alla vigilia della battaglia di Egospotami (405), che segnò la sconfitta di Atene nella guerra del Peloponneso, raggiunse l’accampamento ateniese e prese contatto con gli strateghi, offrendo loro dei suggerimenti di carattere logistico e strategico che non furono affatto graditi: gli strateghi temevano che egli si appropriasse della vittoria per farsi richiamare. Dopo la sconfitta di Atene, sentendosi insicuro in una Grecia soggetta all’egemonia spartana, fuggì in territorio persiano, dove fu ucciso mentre tentava di raggiungere la corte di Persia, per ingraziarsi il Re Artaserse II, dal quale forse intendeva ottenere aiuto per tornare ad Atene. Gli esecutori del suo assassinio sembrano da identificare con il satrapo persiano Farnabazo, su cui Alcibiade contava per essere accompagnato dal Re, e con i suoi parenti; ma i mandanti sono probabilmente da ricercare altrove, a Sparta o più probabilmente ad Atene, dove Crizia e i Trenta Tiranni temevano che Alcibiade potesse mettersi a capo della resistenza democratica e abbattere il regime oligarchico. Sono, queste, motivazioni di carattere politico: una tradizione parla però di un “delitto d’onore”, messo in atto dai fratelli di una giovane che aveva sedotto. Il proliferare di versioni sulla morte di Alcibiade indica forse che non si avevano le idee chiare in merito: non è un caso che Senofonte non dica nulla in merito. Certo la versione “privata” allude a una fine ingloriosa, degna più dell’Alcibiade trasgressivo e moralmente debole che dell’Alcibiade grande oratore e stratego, capace di rinascere continuamente dalle sue ceneri.

Cinzia Bearzot insegna Storia greca nell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ha pubblicato diverse monografie e circa duecento saggi minori su temi di storia politica e istituzionale del mondo greco e di storia della storiografia antica. Fa parte del Comitato Scientifico di diverse riviste e collane nazionali e internazionali ed è direttore della rivista “Erga/Logoi. Rivista di storia, letteratura, diritto e culture dell’antichità”. È vicepresidente dell’Istituto Lombardo – Accademia di Scienze e Lettere.

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