Alberi e sacro. Dalla mitologia alla tradizione cristiana, Anna Maria SciaccaDott.ssa Anna Maria Sciacca, Lei è autrice del libro Alberi e sacro. Dalla mitologia alla tradizione cristiana, edito da Castelvecchi: quanto è profondo il legame tra alberi e mito?
Per prima cosa dobbiamo definire la parola mito: etimologicamente significa parola che narra, quindi racconto. Un racconto che abbia per protagonisti o per comparse gli alberi non presenta nulla di straordinario, tuttavia qualcosa di straordinario c’è: il valore del mito. Non si tratta di una storiella più o meno interessante, il mito per l’uomo antico ha una valenza cognitiva immensa, è scienza e fede insieme: scienza, perché la sua mente osserva i fenomeni naturali, non ne comprende la causa – per noi, oggi, scientifica – ed, allora, ne dà una spiegazione fantasiosa, magica, direi. È il suo modo di conoscere la natura. In questa spiegazione mitica si radica il senso del divino: è un nume potente che scaglia il fulmine dall’alto; o che fa tremare la terra, scuotendo il suo tridente; o che fa correre il sole nel cielo trasportandolo con un carro… dunque, il mito è conoscenza e fede religiosa insieme, abbraccia ogni aspetto dell’attività umana, ma in particolare si è focalizzato sugli elementi naturali più grandiosi, come accennato. L’elemento naturale più quotidiano e vicino all’uomo antico era l’albero, che gli forniva materie prime, cibo, riparo, difesa, ristoro. Inoltre, simboleggiava bene il legame tra la terra e il cielo: dalle radici alla chioma toccava tutti gli elementi, acqua, terra, aria, fuoco – celeste, s’intende – e, poi, stormiva…emetteva una voce diversa da specie a specie. Ora, se ciò che caratterizzava l’uomo nella sua fase espansiva era la fantasia creatrice, per dirla con Vico, la capacità libera e ingenua di immaginare miti, leggende eroiche, dei e semidei, cosa poteva attrarla di più se non l’albero, che si prestava ad essere sostegno del mondo, simbolo di ciclicità perenne, ed anche, grazie alla sua bellezza, espressione di sentimenti delicati, come ci ricordano le vicende di Piramo e Tisbe, Fillide e Acamante?

Quale importanza riveste il bosco nella religiosità arcaica?
Il bosco è il luogo sacro per eccellenza: è presente nella cultura religiosa di molti popoli – germanici, greci, latini, mediorientali -, è sede di culti misteriosi e, spesso, cruenti, quando la divinità lo richiede – pensiamo al rex sacrificulus del bosco di Nemi -. Gli alberi che lo formano sono inviolabili ed oggetto di venerazione, perché partecipano della divinità. L’uomo moderno colloca il suo dio in un tempio, in una sede costruita ad arte, con materiali diversi, forme diverse, ma sempre fatta con le sue mani. L’uomo arcaico, invece, sa che il nume è nella natura e che non tollera di essere rinchiuso entro mura più o meno sontuose: egli sta nella ὓλη. Questo termine greco indica l’intrico della selva, la materia organica caotica, a volte terrificante, ma sempre grandiosa per potenza e maestosità. È il bosco inaccessibile senza sentieri, inviolato, il luogo dove dimora e si può incontrare la divinità. Ma non a tutti è concesso di stare alla presenza del nume, solo a chi è iniziato al mistero divino: costui incontra il dio nel τέμενος, spazio tagliato fuori dal commercio umano. Anche in questo caso ci viene in aiuto l’etimologia della parola: τέμνω è il verbo greco che significa tagliare, separare. Quindi, all’interno del bosco vi è un angolo separato dal piede profano dove il dio viene incontro al suo sacerdote, a colui che fa da tramite tra il nume e gli uomini. Da τέμενος, deriva il termine templum, il tempio costruito da mano d’uomo, che pure, vagamente ricorda il bosco sacro: le colonne che lo decorano, infatti, sono una stilizzazione del potente tronco dell’albero e il capitello in cima è simbolo della chioma; vi è poi il νάος, la cella inaccessibile ai profani dove la divinità si manifesta al sacerdote. Il bosco, dunque, invita l’animo ad elevarsi dal buio del suolo alla luce del cielo, come l’interno della Sagrada Familia, a Barcellona, dove i pilastri si allargano a formare un tetto di rami senza nascondere il cielo.

Quali miti si sviluppano intorno ad alberi simbolici come quello cosmico o quello della vita?
L’albero cosmico è presente nella tradizione culturale di molti popoli antichi, cambia aspetto in relazione all’area geografica, adattandosi alle diverse realtà: frassino per i popoli nordeuropei, betulla per la steppa siberiana, ficus religiosa per l’India, sicomoro per l’Egitto, ma tutti hanno caratteristiche comuni. Infatti, le radici affondano nell’abisso dell’universo, il tronco sostiene lo spazio vitale, la chioma tocca le regioni divine. È esso stesso un mito, anzi, il mito cosmologico per eccellenza, è la raffigurazione della forma dell’universo, della vita che vi si svolge e della sua fragilità: nella rappresentazione di Yggdrasill, l’albero cosmico della mitologia scandinava e germanica, le radici traggono linfa dalle acque ctonie e danno vita al tronco e ai rami, che ospitano i mondi di tutte le creature, mentre le Norne spalmano fango sulla corteccia, per impedirle di deteriorarsi, fino a quando arriverà il crepuscolo degli dei e la fine di questo complesso sistema. Quindi, Yggdrasill è destinato a subire l’attacco del male, che porterà alla distruzione dei mondi e degli dei esistenti, ma esso sopravvivrà e sosterrà la nascita di un cielo nuovo e di una terra nuova. Cambiano i nomi e le ritualità, ma il desiderio profondo dell’uomo, sotto ogni latitudine ed epoca, è sempre lo stesso: l’eternità nel bene. Sull’albero della vita c’è un poco di confusione: la cabala e il misticismo ebraico lo considerano schema del mondo e dell’universo, altre tradizioni lo ritengono albero genealogico di una stirpe o di un popolo, altri ancora lo identificano con l’albero della conoscenza. I Babilonesi ponevano sulla soglia del cielo due alberi, quello della verità e quello della vita. In effetti, tra vita, conoscenza e verità c’è uno stretto rapporto, perché la conoscenza veritiera del senso della vita permetterebbe all’uomo di passare dalla sua condizione di mortale fragilità all’immortalità divina. È qui che s’inserisce la tentazione del serpente ai danni di Eva e Adamo: la Genesi dice che gli alberi erano due, della conoscenza e della vita, ma solo al primo si accostarono i nostri progenitori. Anche questa pianta è un mito ed è presente nella tradizione di molti popoli antichi sempre in forma di triade: Adamo ed Eva, serpente e albero con pomi nella Bibbia; Gilgamesh, serpente e ramo spinoso nel Poema di Gilgamesh; Odino, serpente e Yggdrasill nell’Edda Poetica; Eracle, drago e pomi fatati nel Giardino delle Esperidi.

Cosa succede ai miti pagani con l’avvento della religione ebraico-cristiana?
Se la religione ebraica è rimasta, nel corso dei secoli, legata alle vicende del suo popolo, il Cristianesimo, che pure trae origine dall’ebraismo, si caratterizza per una vocazione ecumenica, vuole annunciare la buona novella della salvezza a tutte le genti: per adempiere a questo mandato deve necessariamente entrare in contatto con il paganesimo. Nel tentativo di far breccia fra uomini abituati da secoli al politeismo, a rituali misterici, a volte cruenti, ad un codice espressivi basato su dei maggiori e minori, deve utilizzare l’immaginario collettivo pagano e reinterpretarlo in chiave evangelica. Negli scritti dei primi padri della chiesa, il problema dei rapporti fra mondo greco-romano e mondo ebraico-cristiano è stato a lungo dibattuto ed ha portato a posizioni di intransigente rifiuto della cultura classica o, all’opposto, di ragionevole accettazione di alcuni suoi elementi, almeno. Per tornare ai miti, moltissimi, certo, spariscono, quelli legati a culti orgiastici ad esempio, ma anche molti altri che non potevano adattarsi al messaggio evangelico. Altre credenze, invece, si sono perpetuate grazie ad una forma di sincretismo che ha permesso la sopravvivenza di parecchie usanze rituali. Gli alberi resistono al cambio di mentalità, anzi, Cristo stesso diviene l’albero della salvezza: dal tronco di Iesse germoglierà un virgulto… dice Isaia. Inoltre sia l’Antico che il Nuovo Testamento si riferiscono spesso all’albero come esempio di vita e di morte: quello secco non produce opere di bene, quello fiorito sì. Anche alcuni miti permangono e si adattano alla nuova religione, naturalmente con riferimento alle figure di Cristo e di Maria, sua madre: la palma è albero benedetto, perché ha dato ristoro alla Santa Vergine durante la fuga in Egitto; il cipresso è presente nell’iconografia mariana, a ricordare il dolore della madre di Gesù; il frutto del melograno spesso è in mano alla Vergine, come simbolo di prosperità, come lo era stato nella raffigurazione della Gran Madre pagana. Molti altri potrebbero essere gli esempi, ma bastano questi a dimostrare che il mondo antico non muore con l’avvento del Cristianesimo, anzi, in parecchi casi ne costituisce lo strumento espressivo di divulgazione.

Dove affonda le sue radici la tradizione dell’abete di Natale?
Nel Medioevo, quando nell’area geografica germanica si diffuse una leggenda, che aveva per protagonista Seth, figlio di Adamo: sentendosi prossimo alla morte, Adamo mandò il figlio a cercare il Paradiso Terrestre. Quando Seth lo trovò, un bimbo nascosto tra i rami di un albero, gli dette tre semi (cipresso, cedro, pino), che il giovane piantò presso la tomba del padre, quando tornò a casa. Da quei semi nacque una nuova specie di albero, l’abete, dal cui legno la tradizione – ma ce ne sono altre differenti – vuole che fosse ricavata la croce di Cristo: Adamo causò la rovina dell’uomo, Gesù ne è il salvatore, e il legame tra i due è l’abete. Il Natale è l’inizio della redenzione umana con la nascita di Gesù, cade in inverno nel periodo del solstizio, che riporta a poco a poco la luce e l’abete è albero sempreverde dell’inverno: quindi, ricoprirlo di festosi addobbi è simbolo di rinascita sia della luce che della speranza di gioia eterna.

Quali miti si legano all’ulivo?
Abbiamo già detto che il mito è un racconto fantastico, ma questo non vuol dire che non abbia legami con la realtà materiale: è il caso dell’ulivo. Quest’albero è sempre stato fondamentale per il sostentamento dell’uomo: il suo legno duro, il suo frutto indispensabile per l’alimentazione e per gli usi dell’olio, la sua longevità, lo hanno reso prezioso per tutti i popoli che lo hanno conosciuto nel tempo. È anche un valido esempio di come un elemento della tradizione pagana possa essere rivitalizzato in altre culture religiose, cristiana in particolare. Un mito molto diffuso in Grecia – ne parla lo storico Erodoto – lega l’ulivo al re Cecrope, fondatore di Atene: qui veridicità e fantasia s’intrecciano, perché Cecrope è certo un personaggio mitico, ma il pozzo d’acqua salata sull’Acropoli esisteva veramente. Dunque, Poseidone ed Atena si contendevano il possesso della città e si sottoposero al giudizio degli dei. Il dio marino scosse il tridente e fece scaturire un piccolo mare, detto poi Eretteide, ma Atena vi fece nascere accanto un ulivo, che per la sua utilità è il dono più prezioso che si potesse fare al genere umano. In epoca cristiana quest’albero era considerato benedetto: l’olio è lo strumento dell’unzione crismatica; nel Medioevo si narrava che, quando Eva col figlio Seth andò nell’Eden alla ricerca dell’albero della misericordia, l’arcangelo Michele le donò un ramo di ulivo, che ella piantò sulla tomba di Adamo. Ne crebbe l’albero da cui la colomba staccò un ramoscello per portarlo a Noè nell’arca e da cui fu ricavato il legno per la croce di Gesù. Siamo di fronte ad una forma di sincretismo che cercava di non distruggere le credenze popolari, mentre le indirizzava a veicolare messaggi diversi.

Il tema della vita e della morte ricorre spesso in relazione agli alberi: in che modo si esprime?
In vari modi: innanzi tutto, nella maniera di percepire l’albero da parte dell’immaginario collettivo. Ci sono, infatti, arbores felices e arbores infausti, ma anche nell’intitolazione delle varie piante agli dei inferi o celesti. Inoltre, il ciclo vitale dell’albero è esso stesso un avvicendarsi di vita e di morte e, poi, ci sono i sempreverdi, che simboleggiano il perdurare della vita nella morte dell’inverno. Il tema della morte domina la fama di alberi, per altri versi bellissimi, come il noce, che è associato alle streghe, ai sortilegi sinistri, che nuocciono al fisico e alla psiche: in realtà, il noce contiene la iuglandina, un alcaloide nocivo; gli antichi non lo conoscevano, ma avevano intuito la presenza di qualcosa di negativo. Stessa sorte tocca al tasso, sacro ad Ecate, albero della morte per eccellenza: presente nei giardini per la sua adattabilità ornamentale, è, però, temuto per gl’influssi mortali che esala; in effetti, contiene la tassina, sostanza letale se assorbita in dosi elevate. A parte questi casi, legati all’osservazione diretta di certi effetti sul fisico umano, il tema della morte che s’intreccia alla vita è presente in tutti gli alberi sacri agli dei inferi: ad Ade sono intitolati il bosso, il cipresso, il pioppo nero, il mirto, che nel calendario arboreo indica il mese dei morti. È interessante notare che nelle raffigurazioni dell’oltretomba compare spesso un piccolo bosco di pioppi neri e bianchi: i primi simboleggiano la discesa nell’Ade, i secondi la speranza di una forma di rinascita. Ancora una volta il mito ci ricorda che l’idea di una fine definitiva ed irrevocabile ripugna alla mente umana.

Quali, tra i miti da lei raccontati, ritiene più emblematici del legame profondo fra alberi e sacro?
Le cose che esistono in natura hanno uno stretto legame con lo Spirito, perché da lui sono state create e, quindi, contengono in sé la presenza del sacro: in particolare, gli elementi dinamici della natura, che partecipano di nascita, sviluppo, morte e rinascita. Questo è un elemento importante, la rinascita, perché l’animo umano teme l’idea di una fine definitiva, desidera in qualche modo sopravvivere al ciclo materiale: non omnis moriar, non morirò del tutto, dice Orazio, se in qualche misura rimane qualcosa di me stesso. Ecco, allora, che l’albero è, tra gli elementi naturali, quello che meglio esprime l’ansia di rinascita. Certo, dal seme germoglia una nuova vita, ma è una vita nuova, simile alla matrice, ma altra da essa. L’albero, invece, perde le foglie, secca, lo vediamo morto per alcune stagioni, ma improvvisamente riprende vita: è proprio quello stesso albero di prima, non un altro. Inoltre, se il termine sacro (sacer) nella sua origine indoeuropea indica l’atto di dirigersi verso il cielo, cosa risponde a quest’idea più dell’albero, che è ben piantato in terra e si protende verso l’alto, racchiudendo nella sua struttura materiale la forza vitale? In questo senso il legame fra albero e sacro è adombrato nella convinzione degli antichi popoli, che in molti tronchi risieda una divinità: nella quercia una ninfa amadriade ad esempio, ma molto di più in quei miti in cui una vita intera è trasformata in creatura vegetale, Dafne in alloro, le sorelle di Fetonte in pioppi. Non dimentichiamo che nel mondo antico tutte queste metamorfosi sono volute dalla divinità, è il dio che interviene e risponde così ad una richiesta di aiuto. Quindi, se la vita in qualsiasi forma è sacra, l’albero che la racchiude lo è altrettanto, per questo deve essere oggetto di rispetto, come ci ricorda anche Dante: Uomini fummo ed or siam fatti sterpi; ben dovrebb’esser la tua man più pia, se state fossimo anime di serpi (Inf. XIII, 37/38). Qui cambia il contesto, ma nella sostanza permane il legame tra la rigidità del legno e la sacralità della vita.

Anna Maria Sciacca è stata per quasi 40 anni docente di Italiano, Latino e Greco nei licei romani, occupandosi non solo dei contenuti letterari e delle forme linguistiche di espressione, ma anche di metodologie didattiche. Con il collocamento a riposo si è dedicata, per interesse personale, alla lettura di autori ed autrici del mondo tardo-antico e medievale. Ne è scaturito un lavoro di traduzione del testo, con relativo commento storico e linguistico di opere legate al contesto culturale cristiano. Per la casa editrice Castelvecchi Anna Maria Sciacca ha curato la traduzione e il commento di: Pelagio, Cristianesimo o Ricchezza (2016), Ildegarda di Bingen, Visioni (2016), Rosvita di Gandersheim, Leggende e Drammi sacri (2017). Con la casa editrice Aracne ha pubblicato: Guardando il cosmo (2015)

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