Alba nera. Il fascismo alla conquista del potere, Antonio CariotiDott. Antonio Carioti, Lei è autore del libro Alba nera. Il fascismo alla conquista del potere edito da Solferino: è davvero possibile considerare la conquista del potere da parte del fascismo come un fatto unico e irripetibile?
Ogni evento storico è unico nei suoi termini precisi, ma possono verificarsi vicende simili. Per esempio undici anni dopo la marcia su Roma ci fu l’avvento al potere di Adolf Hitler, che senza dubbio presenta diverse analogie. Nel 1936 instaurò la dittatura in Grecia Ioannis Metaxas, che per molti versi s’ispirava a Benito Mussolini, così come altri politici europei del tempo. Se invece la domanda è riferita al giorno d’oggi e all’Italia, mi pare proprio che siamo distanti anni luce dalla condizione politica, economica, demografica, culturale, internazionale di un secolo fa. Rischi per la democrazia ce ne sono anche adesso, e non lievi, ma non vedo all’orizzonte alcuna riedizione aggiornata del fascismo.

Quali vicende condussero Mussolini dalla fondazione dei Fasci di Combattimento all’insediamento come capo del governo?
In un primo tempo l’iniziativa fallì, con la disfatta dei Fasci alle elezioni del 1919. Ma poi Mussolini seppe sfruttare le tensioni politiche, assumendo la guida del ceto medio nazionalista che gridava alla «vittoria mutilata» rispetto all’esito della Prima guerra mondiale e intendeva reagire duramente ai propositi rivoluzionari dei socialisti. Grande importanza ebbe la struttura paramilitare delle squadre d’azione, che cominciò a colpire gli slavi in Venezia Giulia (incendio del Narodni Dom, luglio 1920) e i socialisti in Emilia (strage di Palazzo d’Accursio, novembre 1920). La sanguinosa campagna squadrista, estesa in gran parte d’Italia, procurò ai fascisti una visibilità che permise loro di inserirsi nei Blocchi nazionali del leader liberale Giovanni Giolitti alle elezioni del maggio 1921 e di entrare alla Camera, pur mantenendo una piena autonomia politica. Mussolini non riuscì a imporre alle camicie nere il successivo patto di pacificazione da lui firmato con i socialisti, ma affermò la sua leadership con la nascita del Partito nazionale fascista (Pnf) nel novembre 1921. Poi giocò ambiguamente sul piano parlamentare e su quello della piazza, fino all’azzardo riuscito della marcia su Roma, quando il re Vittorio Emanuele III rifiutò di firmare il decreto per lo stato d’assedio nella capitale, che avrebbe probabilmente messo in scacco i fascisti. E Mussolini a fine ottobre del 1922 divenne capo del governo.

Su quali appoggi e sostegni poté contare il Duce?
La base principale del movimento fascista furono i giovani del ceto medio, spesso reduci di guerra, aspramente ostili ai socialisti, ma anche insofferenti verso la classe politica liberale del passato. Molto importante fu l’appoggio di proprietari terrieri grandi e piccoli, minacciati dalle lotte delle leghe bracciantili rosse, e di alcuni ambienti industriali. Inoltre le squadre fasciste, nella loro violenta lotta ai «bolscevichi», poterono contare spesso sulla benevolenza, a volte sulla complicità, delle forze dell’ordine e degli ambienti militari, allarmati per il sovversivismo antipatriottico dei socialisti. Benché i governi liberali ordinassero di reprimere ogni forma di violenza, nei riguardi delle camicie nere le loro direttive rimasero solitamente inattuate. E anche i vertici vaticani guardavano di buon occhio a Mussolini, che poi li ripagò con i Patti lateranensi del 1929.

Quali fattori politici, economici e sociali consentirono al fascismo di sottomettere l’Italia?
L’eredità atroce della guerra e la conseguente crisi economica, aggravata dalle agitazioni sociali, favorirono una soluzione dittatoriale, perché si diffuse la convinzione che solo una guida forte avrebbe potuto riportare l’ordine e la crescita, mentre i governi liberali, sorretti da maggioranze precarie, apparivano molto deboli e il confuso estremismo dei socialisti non offriva un’alternativa praticabile.

Quanto influirono il carisma e l’intuito del Duce?
Parecchio. Mussolini si dimostrò abilissimo. Sfruttò il fermento prodotto da Gabriele D’Annunzio con l’impresa di Fiume, ma poi lo abbandonò al suo destino quando venne cacciato dalla città adriatica. Capì che i proclami rivoluzionari dei socialisti erano vuote parole e che si poteva sfidarli nelle piazze. Si alleò con Giolitti alle elezioni del 1921, ma poi riprese piena libertà d’iniziativa una volta entrato in Parlamento. Alternò pose intransigenti e offerte accomodanti, disorientando gli avversari. Nel 1922 fece credere che si sarebbe accontentato di qualche ministero, ma poi pretese e ottenne la guida del governo. Quanto al carisma, ne aveva abbastanza da convincere tutti i capi fascisti che non sarebbero andati da nessuna parte senza di lui. Il che in fondo era vero.

Come poté svilupparsi un partito armato dedito all’uso sistematico della violenza?
Dopo tre anni e mezzo di guerra, con centinaia di migliaia di morti, la società italiana era assuefatta alla violenza. I socialisti dichiaravano di voler «fare come in Russia», cioè prendere il potere con la forza. Lo Stato oscillava tra impotenza e spinte repressive. In una situazione del genere i fascisti capirono che c’era spazio per un’organizzazione paramilitare dedita allo scontro fisico con i «sovversivi» in nome della patria minacciata, perché la borghesia l’avrebbe vista con favore e le autorità di polizia l’avrebbero tollerata. Fu così che lo Stato perse di fatto il monopolio della forza e finì per essere conquistato da un partito che piegò le istituzioni ai suoi fini, cancellando ogni libertà.

Quali errori commisero i capi del movimento operaio e la vecchia classe dirigente liberale?
I socialisti si fecero abbagliare dall’esperimento rivoluzionario sovietico, che non solo era avvenuto in condizioni completamente diverse da quelle dell’Italia, ma già allora mostrava il suo volto dispotico e fallimentare. Fu un errore clamoroso, che impedì al Psi di far valere in modo costruttivo il suo vastissimo consenso elettorale. Nel gennaio 1921 mentre la violenza squadrista infuriava, a Livorno i comunisti si scissero dai socialisti sulla questione dei 21 punti imposti dal dittatore russo Vladimir Lenin per l’adesione alla sua Internazionale: un comportamento suicida. La classe dirigente liberale era a sua volta divisa, impaurita e non capì il pericolo rappresentato dal fascismo. I suoi leader s’illusero di poter addomesticare Mussolini, che invece li travolse. Un grosso problema fu anche la diffidenza reciproca tra i raggruppamenti liberali e il nuovo Partito popolare di don Luigi Sturzo, fondato nel 1919, che rappresentava le masse cattoliche e aveva raccolto molti voti: un loro accordo avrebbe potuto isolare Mussolini, ma non si verificò.

C’è chi afferma che se Mussolini non avesse commesso l’errore di entrare in guerra al fianco di Hitler, sarebbe morto di vecchiaia come Francisco Franco: condivide questa analisi?
La «storia con i se» è una pratica scivolosa: si rischia di formulare ipotesi campate in aria. Però, anche sulla base delle letture che sto facendo per un nuovo libro che uscirà in giugno sull’Italia nella Seconda guerra mondiale, mi sento di dire che il paragone con Franco non regge. La Spagna, appena uscita stremata da una guerra civile terribile, aveva una posizione geografica periferica, che le aveva permesso di rimanere fuori anche dal primo conflitto mondiale, e soprattutto non aveva mai concluso un’alleanza militare con Hitler impegnativa come il Patto d’Acciaio firmato da Italia e Germania. Mussolini si tirò indietro quando i nazisti invasero la Polonia e suscitarono la reazione di Londra e Parigi, nel settembre 1939, ma tutti i documenti ci dicono che era intenzionato a entrare prima o poi in guerra al fianco di Hitler (anche se pensava di farlo più tardi, intorno al 1942) già prima che le armate tedesche travolgessero la Francia, tra maggio e giugno del 1940. Di fronte all’avanzata inarrestabile dei nazisti, giunti ormai alle porte di Parigi, era impensabile che il Duce rimanesse neutrale, dopo aver invocato ed esaltato la prova delle armi per tutta la sua carriera politica. Certo, il re, i militari e molti gerarchi fascisti erano perplessi, ma per evitare la guerra avrebbero dovuto spodestare Mussolini: un’operazione non solo difficile in sé nel 1940, ma tale da suscitare quasi sicuramente la pronta e brutale reazione del Terzo Reich. Dico di più: ammesso e non concesso che il Duce potesse rimanere neutrale anche dopo la vittoria della Germania sui francesi, avrebbe dovuto guardarsi dai nazisti trionfanti, poiché sarebbe apparso ai loro occhi un alleato inaffidabile. Non dimentichiamo che l’Italia aveva annesso dopo la Prima guerra mondiale l’Alto Adige o Sud Tirolo che dir si voglia, abitato da una popolazione di lingua tedesca, e che nel Terzo Reich non mancavano tentazioni di recuperarlo in nome dell’ideologia pangermanica. Insomma, il fascismo che si distacca dal nazismo nel momento del maggiore successo di Hitler mi sembra uno scenario poco plausibile: significa immaginare un Mussolini decisamente diverso da quello reale, un esercizio tutto sommato sterile.

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