Alain Elkann, il Suo ultimo romanzo, pubblicato da Bompiani, si intitola Anita. La morte è il convitato di pietra dell’intero romanzo, potremmo definirla la vera protagonista del racconto, una presenza ingombrante, muta ma inquietante, che scatena in Milan, Misha, riflessioni sul destino ultraterreno. Possiamo definire Anita un romanzo esistenzialista?
In un certo senso sì. Rileggendolo mi accorgo che è un romanzo in qualche modo filosofico in cui, come dice lei, è protagonista la morte però non morte intesa come tragedia, malattia, ma morte intesa come la condizione umana. Tutti noi sappiamo che nasciamo e moriamo mentre non sappiamo cosa succederà dopo la morte, che è uno dei dibattiti del libro, e quindi ognuno può immaginarsi il dopo morte come crede: ci sono degli esempi, gli antichi egizi piuttosto che quello che si immagina Dante nella Divina Commedia: il dopo morte come un grande romanzo. C’è chi ha la fede e crede nelle regole particolari c’è chi non ce l’ha e pensa che dopo non ci sia nulla: insomma non c’è nessuna prova di quello che succederà dopo la morte mentre invece abbiamo tutti il libero arbitrio di decidere cosa fare di noi cioè del nostro corpo, se farci cremare, se farci seppellire, se donare degli organi a degli ospedali e via dicendo.

Questo libro è uno strano dibattito di due persone che nel corso della loro storia d’amore, un uomo e una donna, Misha e Anita, pensano di disporre di se stessi in modo diverso: Anita vuol essere cremata, anche se crede nella reincarnazione, mentre Misha vuole essere seppellito anche se non crede in una vita dopo la vita o comunque è scettico. Intorno a questo argomento si sviluppa un libro che in certi punti secondo me è ironico, addirittura comico, però non è un libro triste, su una morte triste: la morte viene trattata come una delle cose della vita e quindi ognuno decide, così come decidi di comprare una casa o di andare in un determinato posto, decidi cosa fare di te stesso. In questo percorso di decisione ci possono essere dei dubbi, dei cambiamenti, infatti Misha ha molti pensieri intorno a questo fatto: da un lato pensa che sarà sepolto poi si domanda se non sarebbe meglio anche per lui essere cremato e via dicendo. Tutto questo, come dico, è trattato secondo me in modo leggero, come un dato di fatto della vita, non come una tragedia.

«La vita è seria, frivola, superficiale, tragica, triste, terribile, stupenda, ma poi finisce per tutti»: quanto è forte in Alain Elkann il «sentimento della fragilità»?
Io spesso penso al fatto che è curioso come la condizione umana, che è molto fragile perché basta un incidente, una malattia per morire, nello stesso tempo l’uomo è capace di costruire moltissimo, cioè di costruire la civiltà, l’arte, di costruire la scienza, di fare invenzioni, di modificare nei secoli la vita umana stessa, il come si vive e quindi la vita umana è una cosa sospesa in cui io penso sempre che bisogna andare avanti, bisogna fare quello che si sente di fare, ma non dipende da noi quando questo finirà. Per uno scrittore, come nel mio caso, è inevitabile che la mia opera letteraria sia un’incompiuta: uno a un certo momento muore e così finisce la propria opera. Il destino umano è che non si può decidere della propria vita, si può decidere cosa fare mentre si vive ma non si sa quanto si vivrà né in quali condizioni, spesso nella vita di una persona ci sono degli incidenti o uno intravede la morte poi magari sopravvive però è chiaro che la condizione umana è una condizione molto fragile.

È l’amore l’antidoto alla morte?
L’amore è un sentimento molto importante che ci aiuta a vivere, ci rende felici, ci fa soffrire, modifica il corso della nostra vita. È un sentimento molto importante quello dell’amore ed è a maggior ragione importante secondo me ai giorni d’oggi in cui sembra che il mondo diventa sempre più uniforme, ecologico. Ci aspetta un mondo fatto di robot, di intelligenze artificiali ma credo che il sentimento amoroso non possa cambiare. Uno degli strumenti per esprimere l’amore da sempre è l’arte, la poesia e credo che questo non finirà mai. È forse la cosa più importante della vita.

«I miei figli e i miei nipoti sono la colonna vertebrale della mia vita, e ho cercato di non tradirli mai. Saranno loro a giudicarmi»: quanto c’è di autobiografico nei Suoi libri?
Quello che dico sui miei figli e sui miei nipoti è sicuramente vero e fa parte del discorso dell’amore di cui parlavamo prima. Uno ama i propri figli e i propri nipoti e quindi sono parte molto, molto forte della propria vita. A volte ti danno delle straordinarie soddisfazioni, a volte ti danno delle preoccupazioni. Insomma sono loro che diventano la colonna vertebrale, la spina dorsale, di una vita, sia individualmente, sia come famiglia. Credo molto che anche la famiglia sia una cosa molto importante nella costruzione di una vita. I miei romanzi sono autobiografici, non vorrei dire una banalità assoluta, come dice Flaubert “Madame Bovary sono io”. Chiaramente, tutti i personaggi di un romanzo nascono da me. Evidentemente, anche se poi il romanzo è una trasformazione della realtà, è un’invenzione, è una storia, la storia nasce inevitabilmente dalla propria esperienza, dai propri sentimenti, dalle proprie ossessioni, da quello che ci colpisce in quel momento, e quindi è inevitabilmente autobiografico. Uno scrive quello che in quel momento sente, quello che lo ispira. Sì, penso che i romanzi non siano la propria storia, non siano la storia di se stessi, ma si nutrano dell’esperienza della vita dello scrittore o dei sentimenti o di ciò che lo colpisce in quel momento.

Quando è nato il Suo amore per i libri e la lettura?
Credo che sia una cosa che nasce quando si è bambini. Mi piaceva molto, fin da piccolissimo, quando mia nonna mi leggeva i romanzi classici dei bambini: ricordo quand’ero malato veniva a trovarmi e mi leggeva i libri dell’infanzia, i libri di Giulio Verne, i libri che si leggevano allora ai bambini. Poi sono sempre stato curioso delle storie. Quindi sì, ho letto sin da bambino e penso che per chi si abitua a leggere, la lettura è un sistema di vita: credo di non avere mai fatto un viaggio in vita mia senza avere nella valigia almeno un libro, credo che non ci sia, da moltissimo tempo, un giorno della mia vita in cui non leggo. Leggere è un fatto quasi chimico, fa parte integrante della mia vita. E poi i libri sono una curiosità: da un lato ci sono i classici, i libri già pubblicati e dall’altro lato i libri che stanno scrivendo e che escono a poco a poco. Uno è tentato sia di andare a guardare, a leggere ciò che di nuovo si pubblica, il nuovo romanzo, una biografia, o un saggio sia di andare a leggere o a rileggere dei libri che ormai sono dei classici. Poi ci sono due tipi di letture: letture che si fanno per il proprio divertimento, per distrazione, per il proprio piacere e altre volte si leggono dei libri per il proprio lavoro o per una ricerca. Il libro e la biblioteca hanno sempre fatto parte integrante della mia vita e lo fanno ancora oggi.

Spesso ho avuto nel corso della mia vita un desiderio impellente di comprare un libro, una voglia assoluta di andare a comprare un libro e di leggerlo: credo che non ci sia nessuna cosa che mi piace di più di quando uno entra in un libro e ti dà fastidio essere disturbato e non vedi l’ora di tornare a leggerlo. Poi, piano piano, quando il libro ti prende e va verso la fine te lo centellini perché non vorresti che finisse… leggere è un segreto legittimo: uno legge in silenzio e poi che cosa ci resta di ciò che abbiamo letto, qualcosa che a volte ritorna inaspettatamente e allora, talvolta, uno nella vita reale si ricorda o paragona qualcosa che ha letto: insomma, è una rete, un sistema che è stato sicuramente molto importante nella mia vita.

Viene prima la passione per la lettura o quella per la scrittura?
Nel mio caso probabilmente è venuta prima la passione per la lettura perchè da bambino non pensavo di scrivere, il desiderio reale di scrivere è sorto intorno ai 18/20 anni mentre avevo già letto parecchi libri prima. Sono cose abbastanza diverse: uno impara dai libri anche per scrivere o ha dei maestri; sono due cose diverse che poi, a un certo punto, diventano complementari.

È di recente uscita, sempre per i tipi di Bompiani, una raccolta delle sue interviste dalla fine degli anni ottanta ad oggi. «Fare interviste è come un prolungamento dell’università, perché ognuna è come una lezione privata tenuta da una persona eccezionale, su un argomento differente» ha affermato Lei: quali, tra quelle da Lei realizzate, l’ha segnata maggiormente?
Fare interviste è stata un’esperienza complementare a quella di scrivere racconti o romanzi in quanto uno in un’intervista non scrive un saggio, non esprime delle opinioni su un tema specifico. Facendo un’intervista in fondo cerchi di raccontare in uno spazio breve, a meno che non si tratti di un libro, un romanzo che invece di avere come protagonista un personaggio immaginario ha come protagonista il personaggio che tu intervisti. La mia tendenza è quella, anche in un’intervista breve, che diventi come un racconto, che ha un inizio e una fine e quindi questo genere giornalistico non disturba, non interferisce, il desiderio creativo di scrivere un romanzo. Quando dico che è come un’università è perché io ho scelto di fare interviste eclettiche, cioè non specializzate – non faccio interviste a sportivi o a scrittori – a personaggi molto vari e diversi tra loro e quindi ho la sensazione, ancora adesso che faccio un’intervista settimanale per il quotidiano La Stampa o per il mio blog alainelkanninterviews.com, ogni settimana ho l’impressione di imparare qualcosa di nuovo nei campi più svariati. Posso intervistare una persona che dirige una casa di moda o un uomo politico e parlare di una questione politica o un architetto, un’artista, uno scienziato oppure un biografo che scrive la biografia di un personaggio e quindi parlare di quel personaggio. Ogni settimana acquisisco certamente delle conoscenze diverse. Fare interviste, ti obbliga, anche se non fai interviste che sono una notizia giornalistica, a seguire l’attualità, a leggere i giornali, a cercare di capire in tante cose diverse quello che succede e via via scegliere dei personaggi che ti sembrano interessanti in quel momento da intervistare.
Qual è l’intervista che ho preferito? Difficile dirlo perché ne ho fatte tante, non è perchè non voglio dare il nome di una persona o discriminarne un’altra ma non c’è questa cosa dell’intervista preferita. Complessivamente sono state tutte molto interessanti, alcune sono state più avventurose, altre più difficili da fare, altre più divertenti, altre più appassionanti ma sono tante e quindi è difficile sceglierne una.

I dati Istat evidenziano come oltre il 60% degli italiani non legga: quali a Suo avviso le cause e quali le possibili soluzioni?
Ogni paese ha delle caratteristiche diverse, direi che la letteratura e il libro non sono la principale caratteristica del carattere italiano in quanto gli italiani sono più portati ad essere artigiani, interessati alle arti figurative, alle arti plastiche, forse alla musica. Non so se la lettura nei tempi passati è stata così forte, come in altri paesi, in Italia. Prendiamo l’esempio di un paese cugino che è la Francia: i francesi sono tradizionalmente dei lettori più forti perché la letteratura, il libro hanno nella vita francese, nella cultura francese un posto forse più importante. Quindi c’è questa premessa alla base dopodiché è evidente che, in una società, oggi, dove si è continuamente distratti attraverso il telefonino da informazioni, blog, tweets, agenzie, Instagram e via dicendo, che ci invadono la vita molto più di prima, evidentemente si riduce il tempo della lettura. Come ho detto all’inizio di questa intervista, nel mio caso la lettura è diventato un sistema di vita che ho cominciato fin da bambino, quindi penso che chi possa creare questo desiderio di lettura sono sia la scuola che la famiglia. Se un ragazzo vive in una famiglia dove si legge, dove si parla di libri o ha dei maestri e poi dei professori che invogliano alla lettura, se fin da ragazzo prendi questa abitudine, poi non l’abbandoni mai. Sono però convinto che in ogni paese i cosiddetti lettori forti non siano moltissimi, quelli cioè che leggono un libro alla settimana. Certamente è un peccato che si perdesse la lettura. Un’altra cosa che ha modificato molto le abitudini è Google: ormai abbiamo un sistema nel quale schiacciamo un bottone e qualunque cosa ci venga in mente in trenta secondi abbiamo una risposta. Quindi questo indebolisce per esempio la frequentazione delle biblioteche: in Italia ci sono delle biblioteche meravigliose, in tante città italiane, e non so quanto esse siano frequentate e se è diminuita la frequentazione delle biblioteche. Il fenomeno del best-seller, del libro che è di moda, che tutti comprano, a volte comprano e non leggono, è una cosa che è sempre esistita, anche nel passato.

Quello che mi fa piacere è che ho l’impressione che resista di più il mondo cartaceo dei libri che il mondo dei giornali. Mentre tutti questi flash di informazioni, che riceviamo sui telefoni, ci hanno talmente bombardati e informato che la lettura dei giornali è meno consueta nelle abitudini dei ragazzi, probabilmente il libro ha mantenuto la sua esistenza. Certamente, sapere che il 60 per cento della popolazione non legge, non è un dato molto incoraggiante perché è principalmente attraverso la lettura, non solo di romanzi, di poesie, ma anche di saggi, di libri di storia, di libri di filosofia, di libri di storia dell’arte che uno si forma una cultura. È molto importante cercare di combattere per non perdere l’abitudine alla lettura e quindi alle scienze umane perché perdendo questo si perde un aspetto fondamentale dell’essere umano, cioè il suo aspetto poetico, inventivo, curioso, immaginativo.. sarebbe un peccato che venisse meno! Tutto ciò che si può fare, ma non lo dico perché faccio lo scrittore e voglio vendere i miei libri, dico come fenomeno educativo generale, tutto ciò che si può fare, che la scuola può fare, le famiglie possono fare, per invitare, educare, allenare o invogliare i ragazzi alla lettura è una cosa fondamentale perché chi non è ignorante è meno razzista… il razzismo nasce da paura e ignoranza e la lettura è uno degli antidoti forti a questa piaga che è l’ignoranza. Sarebbe un peccato che il paese che ha il maggior numero di capolavori, di musei, di storia, abbandoni la lettura.

Quali consigli si sente di dare ad un aspirante scrittore?
Scrittore è una parola grossa, scrittore alla fine dei conti è un mestiere, come fare l’architetto. Molte persone desiderano o hanno scritto un libro nella loro vita, un libro autobiografico.. essere scrittore è un’altra cosa, è una cosa che uno deve sentire dentro di sé: lo scrittore è, anche attraverso la fiction, un testimone del mondo in cui vive. Facciamo un esempio: per capire la mentalità russa, chi sono i russi, il modo migliore forse non è nemmeno di leggere i libri di storia ma di leggere i grandi romanzi russi dell’ottocento, i grandi scrittori: Tolstòj, Dostoevskij, Turgenev, Puškin, Čechov, ci danno, attraverso i romanzi, i racconti, le pièce di teatro, uno spaccato fortissimo di quello che è la mentalità e la società, a tutti i livelli e i piani, russa. Questo è il lavoro che compie uno scrittore, quello di essere testimone in fondo della propria epoca. Lo stile attraverso il quale si esprime può essere vario, può essere uno stile frugale, semplice, abbiamo un esempio italiano, come lo stile di Alberto Moravia o uno stile più elaborato o complesso come lo stile di Carlo Emilio Gadda. Questi sono due modi molto diversi di esprimersi ma in fondo il ruolo di uno scrittore è quello di testimoniare, di guardarsi intorno e saper trasferire nel libro, nella storia che scrive, ciò che lo ispira, ciò che lo circonda. Tutto ciò è una cosa che uno deve sentire dentro di sé, se ha questa esigenza – un vero scrittore non saprebbe come attraversare la vita se non potesse scrivere – perché in realtà lo scrittore si carica di una storia e poi la svolge, poi la scrive con il proprio stile, che può essere differente. Ci sono delle scuole di scrittura: negli Stati Uniti, in Argentina, sono molto sviluppate, anche in altri paesi anglosassoni. Quello è un di più: c’è chi sente questo bisogno di imparare un modo di scrivere o di aggregarsi a un genere, a una scuola, per esempio lo scrittore Raymond Carver ha inventato, è stato il maestro di una scuola di scrittura minimalista e molti scrittori americani che hanno cominciato a scrivere negli anni settanta, ottanta, hanno avuto come maestro e punto di riferimento Carver.

Non ci sono secondo me delle regole assolute, si dice il fuoco sacro… bisogna sentire dentro di sé questa esigenza, questa voglia e poi può darsi che col tempo, con lo svolgersi delle cose, la scrittura si migliori e che uno impari a scrivere. I destini sono strani, ci sono stati grandi scrittori che hanno scritto un’opera da giovanissimi e poi sono anche morti presto, altri che hanno scritto molto più tardi nella vita, altri che hanno scritto uno solo o due soli libri, altri che hanno fatto delle opere molto vaste. Non penso che si possa definire una regola. Sinteticamente, quello che consiglio a chi vuole essere uno scrittore, è di scrivere e poi si vede… poi si vede se è un fuoco di paglia o se è invece una vocazione o un sistema di vita.