Al di là della psicoanalisi. Breve introduzione alla psicologia dinamica, Marco InnamoratiProf. Marco Innamorati, Lei è autore del libro Al di là della psicoanalisi. Breve introduzione alla psicologia dinamica edito da Mondadori Università: quando e come nasce la psicologia dinamica?
L’espressione “psicologia dinamica” nasce come sinonimo di “psicoanalisi” perché la teoria freudiana è una psicologia del “gioco di forze” che si svolge nell’inconscio. Di fatto è stata usata originariamente in Italia, in sede universitaria, soprattutto per evitare il ricorso proprio alla parola “psicoanalisi”, che era in qualche modo invisa sia alla tradizione cattolica, soprattutto guidata da Agostino Gemelli, sia alla filosofia idealista di Benedetto Croce. Tuttavia le radici della disciplina affondano in un periodo precedente a Freud; in pratica risalendo al momento in cui il concetto di inconscio da speculazione filosofica è diventato un concetto ammesso in ambito medico-scientifico, il che avviene con autori come Charcot, Ribot e Janet nella Francia di fine Ottocento.

Quale rapporto lega la psicologia dinamica alla psicoanalisi freudiana?
La psicoanalisi freudiana è il centro di irradiazione di tutte le possibili incarnazioni della psicologia dinamica contemporanea, come del resto lo è per tutte le forme di psicoterapia successive, che da Freud hanno preso comunque le mosse, anche se magari solo per distinguersene. In ogni caso, dal tronco della psicoanalisi freudiana si sono allontanate ramificazioni diverse, sia all’origine (con la psicologia analitica di Jung e la psicologia individuale di Freud), sia nel corso del tempo. Oggi esistono diverse forme di psicoanalisi che hanno elementi comuni ma anche punti di divergenza e in generale si sono tutte allontanate, ognuna a suo modo, dalla teoria freudiana originaria. La teoria dell’attaccamento di Bowlby può considerarsi parte della psicologia dinamica ma di fatto con la psicoanalisi ha veramente poco in comune.

In quali diverse tendenze si è ramificata la disciplina?
Sarebbe difficile riuscire a proporre una catalogazione completa in uno spazio limitato. Nel 1983 Greenberg e Mitchell, nel testo epocale Le relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica, distinguevano tra tre soli gruppi di teorici nell’ambito della psicoanalisi post-freudiana: coloro che nel solco di Freud potevano considerarsi esponenti del “modello strutturale delle pulsioni” (per i quali la pulsione sessuale rappresenta il fattore motivazionale dominante dell’essere umano); coloro che, come Sullivan, Fairbairn e Winnicott potevano dirsi esponenti del “modello strutturale delle relazioni oggettuali” (per i quali è invece la relazione con gli altri significativi a condizionare più di tutto la vita umana); un gruppo che avrebbe cercato un compromesso tra queste due tendenze, in cui trovavano posto sia gli eredi di Melanie Klein che la Psicologia del Sé di Kohut. Se questa visione era allora semplificata oggi lo è ancora di più, perché da una parte le ibridazioni e le integrazioni tra diverse tendenze sono numerose; dall’altra la ricerca di un’identità indipendente porta a distinguere, in modo spesso artificioso, per esempio tra psicoanalisi interpersonale, relazionale e intersoggettiva – quando le differenze sono veramente a livello di sfumature.

Quale evoluzione ha subito il pensiero psicodinamico?
Un’evoluzione teorica ma soprattutto un’evoluzione clinica, in direzione di una maggiore flessibilità e di una maggiore attenzione alle esigenze del paziente. Fino agli anni Cinquanta-Sessanta del Novecento, si perseguiva nella maggior parte dei casi un’ortodossia tecnica che prevedeva tre, quattro o anche cinque sedute alla settimana con un analista completamente neutrale e asettico, che doveva costituire uno schermo bianco sul quale il paziente “proiettava” i propri contenuti inconsci; spesso per diversi anni. In tempi più recenti si sono visti la disponibilità a impostare terapie di durata più breve e cadenze più dilatate ma soprattutto un sempre maggiore coinvolgimento dell’analista come essere umano nella relazione terapeutica. Anche se nessuno lo riconosce, è una vittoria di Jung, che fin dagli anni Venti additava la personalità dell’analista come il più importante strumento terapeutico.

Quale contributo offre il pensiero psicodinamico alla comprensione dello sviluppo psicologico?
Un contributo sostanziale. Come è noto, le teorie freudiane sullo sviluppo nascevano, è vero, dalla ricostruzione di cosa era accaduto ai pazienti di Freud nel corso dei loro primi anni: ma si trattava di pazienti adulti, se si esclude il piccolo Hans, che peraltro incontrò il padre della psicoanalisi solo due volte nella sua vita. Anche le esperienze di Melanie Klein, compiute osservando e interpretando il gioco dei bambini, erano in pratica il punto di partenza per estrapolazioni abbastanza fantasiose sulla mente infantile nel corso dei primi mesi di vita.

Le cose, tuttavia, hanno cominciato a cambiare fin dagli anni Quaranta, quando René Spitz compì le sue prime osservazioni sui neonati in ospedale. Di fatto si può affermare che la teoria degli organizzatori psichici di Spitz rappresentava già un contributo sostanziale alla comprensione della mente infantile: l’idea che il sorriso discriminatore, l’angoscia dell’estraneo e la padronanza del no costituiscono altrettanti indicatori di tappe dello sviluppo psicologico è stata un’acquisizione apparentemente definitiva. Di grande importanza è stata anche la teoria della separazione-individuazione proposta da Margaret Mahler negli anni Settanta, che tuttora conserva un valore euristico nella descrizione di come il bambino raggiunga la “costanza oggettuale” (ovvero la definitiva coscienza che l’allontanamento del caregiver non comporta la sua possibile perdita).

Un vero e proprio punto di svolta, tuttavia, si è avuto con la pubblicazione, già nel 1985, del libro di Stern Il mondo interpersonale del bambino, che costituiva in pratica il primo tentativo di far dialogare la psicologia clinica con quella sperimentale. A partire da allora è nata la cosiddetta infant research nell’ambito della psicologia dinamica: una tradizione di ricerca che si basa sia sugli elementi clinici della psicoanalisi che sull’osservazione empirica e sperimentale dei bambini fin dalla prima infanzia. Ed è una tradizione di ricerca che ha un ruolo di rilievo nell’ambito più generale della psicologia dello sviluppo.

Quali aspetti della visione psicodinamica sono condivisi tra i diversi teorici e su quali, invece, esiste un dibattito tuttora vivo?
Volendo molto semplificare si può dire che almeno su questi punti c’è in sostanza un accordo: l’esistenza di una rilevante parte inconscia della mente; il concetto di conflitto psichico (cioè la dinamica tra diverse tendenze consce e inconsce); la visione evolutiva della personalità e della psicopatologia (e quindi l’importanza delle prime relazioni); l’importanza di transfert e controtransfert (cioè della relazione analitica).

Tuttavia, già su cosa significhi “inconscio”, sul ruolo del conflitto, sulle modalità dello sviluppo, sulla definizione precisa del transfert e sull’uso del controtransfert ci sono discussioni. Per esempio, già cinquanta anni fa autori come Roy Schafer cominciarono a mettere in discussione che si potesse definire l’inconscio come un’entità a sé stante e si dovesse invece parlare di pensieri inconsci, sentimenti inconsci, affetti inconsci e così via. La diversità di idee sulle motivazioni incide sulle convinzioni a proposito dello sviluppo psicologico. Il tentativo di offrire una definizione operativa (cioè empiricamente verificabile) del transfert è stata tutt’altro che unanimemente accettata. La possibilità che il controtransfert dell’analista possa essere esplicitata al paziente e entro quali limiti è assai discussa.

Ma diverse opinioni esistono perfino sullo statuto epistemologico della psicoanalisi – cioè su che tipo di disciplina la psicoanalisi sia; se una scienza (e nel caso che tipo di scienza) un’ermeneutica o addirittura una forma di arte/artigianato.

Di quale importanza è l’analisi dei meccanismi di difesa in relazione alla questione della personalità normale e patologica?
L’osservazione di quali meccanismi di difesa vengano utilizzati da una persona per gestire le situazioni potenzialmente ansiogene è un elemento rilevante per comprendere il livello di organizzazione della personalità. Tuttavia non è sufficiente l’uso sporadico di un singolo meccanismo di difesa per una diagnosi. Si tratta quindi di uno strumento di rilevante importanza ma di non facile e automatica applicazione.

Marco Innamorati si è laureato in filosofia e psicologia, dottore di ricerca in storia della scienza, psicologo e psicoterapeuta. Insegna psicologia dinamica e dello sviluppo e filosofia della scienza presso l’Università di Roma “Tor Vergata”, dove coordina il corso di laurea in Scienze dell’Educazione. Tra i suoi libri: Psicoanalisi e filosofia della scienza (FrancoAngeli, 2000), Riprendere Jung (con Mario Trevi, Bollati, 2000), Il meccanismo intimo dello spirito. La psicologia di T. Ribot nel suo contesto storico (FrancoAngeli, 2006), Jung (Carocci, 2013), Freud (Carocci, 20162), Storia critica della psicoterapia (con Renato Foschi, Raffaello Cortina, 2020). Di recente è uscito anche Amici anche no (Sonzogno, 2020), testo umoristico scritto con Luca Manzi, autore della fortunata serie televisiva Boris.

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