Aiutateci a casa nostra. Perché l'Italia ha bisogno degli immigrati, Nicola Daniele ConiglioProf. Nicola Daniele Coniglio, Lei è autore del libro Aiutateci a casa nostra. Perché l’Italia ha bisogno degli immigrati edito da Laterza: è vero che gli immigrati ci rubano il lavoro e abbassano i salari?
L’obiettivo di questo libro è quello di contribuire al dibattito attuale sull’immigrazione mettendo in evidenza in particolare gli effetti che questo fenomeno ha sull’economia dei paesi ospitanti, come l’Italia.

È una lettura non ideologica basata interamente su studi validati dalla comunità scientifica internazionale. Mi auguro che aiuti ad informare questo dibattito che è completamente distorto e spesso basato su ‘falsi miti’. Uno di questi falsi miti è proprio quello che ha appena richiamato: gli immigrati ci rubano il lavoro e abbassano i salari. In realtà, decenni di ricerca condotti in vari paesi, incluso il nostro, dimostrano il contrario: gli immigrati rendono il mercato del lavoro più dinamico e, attraverso un effetto positivo sulla crescita economica, creano nuove opportunità di lavoro anche per i nativi. Questo avviene anche quando gli immigrati posseggono in prevalentemente basse qualifiche e livelli d’istruzione. I motivi principali sono due. Primo, gli immigrati svolgono spesso lavori complementari a quello dei nativi. Lavori che i nativi preferiscono non fare, come quelle occupazioni che in inglese vengono definite delle 3D: ‘Dirthy, Dangerous e Dull’ (sporchi, pericolosi e ripetitivi). Il caso delle 700 mila badanti in Italia è emblematico: il lavoro offerto da questo esercito di lavoratrici e lavoratori consente a milioni di italiane e italiani di ottenere servizi lavorativi che altrimenti non potrebbero permettersi e di dedicare le proprie energie ad attività (spesso lavorative) più remunerative o semplicemente preferite.  Questa ‘complementarietà’ tra immigrati e nativi fa si che la competizione sul mercato del lavoro, e pertanto l’effetto su immigrazione e salari, sia assente o molto modesto. Questa considerazione non implica che non vi siano cittadini italiani che sono in concorrenza con gli immigrati sul mercato del lavoro. Ci sono e sono soprattutto cittadini in condizioni di vulnerabilità. L’immigrazione produce molti vincitori e alcuni ‘vinti’. Una seria politica di gestione del fenomeno deve tener conto di questi effetti redistributivi e compensare – attraverso strumenti di politica economica – chi subisce conseguenze negative.

Il secondo motivo è legato al fatto che il numero di opportunità lavorative di un sistema economico non è fisso e immutabile. Spesso l’ostilità verso gli immigrati è legata a questa erronea percezione: se un immigrato ‘occupa’ una posizione lavorativa, l’altra faccia della medaglia sarà un nativo che ha ‘perso’ tale posizione. Questo modo di pensare al funzionamento di un’economia è completamente errato. Se fosse vero, paradossalmente le opportunità lavorative totali dell’economia italiana oggi dovrebbero essere simili a quelle dei tempi dei romani. I sistemi economici sono in continua evoluzione e la quantità e la qualità (ovvero la produttività) delle risorse produttive (lavoro, capitale, tecnologie) modifica le opportunità lavorative e la ricchezza delle nazioni. Attraverso l’immigrazione aumentano le risorse produttive a disposizione di un paese. La crescita esponenziale di città come New York, Tokyo, Londra, Shangai ecc. è una ‘storia d’immigrazione’: i nuovi arrivati sono motore di crescita.

Il libro cerca di non cadere nella retorica dell’ “aiutiamoli a casa loro” ma neanche in quella di pensare che sia possibile e persino auspicabile un mondo senza frontiere. Per una gestione sostenibile del fenomeno migratorio servono vie di mezzo, una politica che favorisce l’immigrazione regolare nel rispetto della capacità di un paese di assorbire i flussi in entrata.

Gli immigrati rallentano lo sviluppo della nostra economia?
Immigrazione e crescita economica vanno di pari passo e si autoalimentano. Per capire questo basta farsi una semplice domanda: dove sono gli immigrati in Italia? Si scoprirà che in Lombardia ci sono 10,4 immigrati ogni 100 abitanti mentre in Calabria solo 1,9. Gli immigrati si spostano nelle regioni più dinamiche con maggiori tassi di crescita. Allo stesso tempo l’arrivo di nuovi immigrati spinge in alto la crescita economica grazie all’aumento di risorse produttive e di domanda aggregata (si, anche gli immigrati consumano beni e servizi!).

Certo, lo sviluppo dipende anche dalla ‘qualità’ del capitale umano che viene attirato. Purtroppo, il nostro paese non attira immigrati con elevate competenze che potrebbero dare un impulso ancora più forte alla crescita economica. Nel libro cerco di discutere quali sono i motivi alla base di questa scarsa attrattività del nostro paese verso i talenti migliori. Uno di questi motivi è proprio nella gestione del fenomeno migratorio, nelle politiche migratorie poco selettive che spesso costringono all’irregolarità. Riconoscere questo ‘cortocircuito’ è un passaggio fondamentale per disegnare politiche che ci consentano di competere con altri paesi avanzati per attirare i migliori cervelli dal resto del mondo.

I migranti consumano il nostro welfare state?
Anche questo è un mito che l’analisi economica ha sfatato sulla base di analisi rigorose condotte in molti paesi avanzati. L’ipotesi nota come Welfare Magnet, o ‘calamita del welfare’, sostiene che un sistema di protezione sociale generoso possa essere un fattore di attrazione di individui con una elevata probabilità di essere beneficiari netti. Secondo questa ipotesi gli immigrati scelgono di andare nei paesi con un welfare state più generoso per ‘sfruttarlo’ e, pertanto, mettendone a rischio la sostenibilità. Questa ipotesi non è mai stata validata. Al contrario, molto spesso gli immigrati sono più giovani ed in salute dei nativi e i loro contributi, attraverso contributi al sistema previdenziale e fiscale, sono più elevati rispetto alle risorse utilizzate.

Nel nostro paese la voce di costo principale del sistema di Welfare è senza dubbio il sistema previdenziale. Nel suo XVI Rapporto annuale, l’INPS nel 2017 ha stimato un apporto positivo netto degli immigrati alle casse previdenziali di circa 1,7 miliardi annui fino al 2040. Non è una cifra trascurabile, a titolo di esempio è equivalente a ¼ di tutte le risorse destinate al sistema universitario del nostro paese.

Anche in questo caso i falsi miti sono alimentati da distorsioni mediatiche che danno risalto a episodi singoli – come le case popolari assegnate a qualche famiglia di immigrati – o a singole misure di welfare. Infatti, se è vero che l’apporto complessivo degli immigrati al welfare state è positivo (questo vale per sistema pensionistico e sanità), esistono singole misure che vedono la popolazione immigrata maggiormente beneficiaria in proporzione alla popolazione. Si tratta in genere di misure (spesso sussidi o benefici di servizi reali) che rappresentano una fetta limitata dei costi complessivi del welfare legate a condizioni di povertà e disagio.

Perché senza immigrati il nostro sistema di welfare andrebbe a picco?
Ci sarebbero sicuramente effetti negativi. Quelli probabilmente più gravi sarebbero legati alla minore sostenibilità del sistema pensionistico italiano. Ci sarebbe inoltre un problema serio sulla tenuta del sistema sanitario. Oggi, i collaboratori domestici (in gran parte stranieri) forniscono quello che alcuni sociologi hanno definito un ‘welfare low-cost’; servizi di cura a famiglie con bambini ed anziani che in assenza di migranti sarebbero più costosi e pertanto meno accessibili. Nel libro si discute delle conseguenze economiche di uno scenario di fantasia: la scomparsa da un giorno all’altro di questo esercito di lavoratori stranieri che sono occupati come badanti dalle famiglie italiane stimato in oltre 700 mila. Uno scenario che ridurrebbe il benessere di milioni di Italiani di ogni ceto sociale.

Come possiamo attirare migranti con qualifiche elevate e perché farlo è fondamentale per l’innovazione?
Mentre noi discutiamo aspramente (e spesso in modo disumano) sugli arrivi via mare sulle nostre coste di poche migliaia di naufraghi il nostro paese sta sperimentando un drammatico declino demografico dovuto da una bassa natalità e, sempre più, dall’emigrazione di migliaia di giovani italiani con elevate qualifiche. Il dato reale è che l’immigrazione non basta più ad invertire questa pericolosa rotta demografica. Il benessere di un paese come il nostro dipende dalle dinamiche di produttività e l’innovazione e il capitale umano rappresentano la leva principale della produttività.

Piuttosto che costringere gli immigrati in condizione di irregolarità, l’Italia dovrebbe dotarsi a mio avviso di politiche selettive in grado di attirare i migranti a più elevate qualifiche. Esistono molti esperimenti nel mondo da cui è possibile apprendere, ad esempio le politiche selettive di paesi come il Canada e la Nuova Zelanda. Nell’ultimo capitolo del libro ho provato a dare un contributo in tal senso discutendo la possibilità di introdurre schemi di immigrazione temporanea che privilegiano lavoratori con qualifiche elevate e/ qualifiche di cui le realtà produttive del paese hanno bisogno.

Occorre tuttavia ricordare che non solo non attiriamo immigrati ad elevate qualifiche ma perdiamo, come già detto, ogni anno migliaia di giovani talenti che si formano nelle nostre università (con un costo elevato per i contribuenti italiani). Questo trend ha poco a che fare con le politiche migratorie ma dipende da un modello di specializzazione dell’economia italiana (settori a scarso livello tecnologico) e da un modello prevalente di impresa (micro-imprese a bassa domanda di capitale umano) che non consente un adeguato impiego del capitale umano che generiamo. Per mantenere i nostri giovani talenti ed attirarne altri dal resto del mondo servono politiche economiche differenti che promuovano l’innovazione tecnologica.

Quali malintesi si nascondono dietro slogan come “aiutiamoli a casa loro!”?
L’emigrazione è per i paesi più poveri un fattore di sviluppo. I migranti inviano nei paesi di origine un flusso enorme di rimesse che è di gran lunga superiore al flusso di aiuti ufficiali allo sviluppo. Ad esempio nel nostro paese, i cittadini stranieri hanno inviato ogni anno, tra il 2013 e il 2017, circa 6,3 miliardi di euro. Nello stesso periodo il complesso delle risorse che il nostro paese ha destinato agli “aiuti ufficiali allo sviluppo”, ovvero all’obiettivo di aiutare i paesi poveri, è stato in media pari a 3,6 miliardi di euro (meno dello 0,2% del Prodotto interno lordo).

La ricerca scientifica ha messo spesso in discussione l’impatto reale degli aiuti allo sviluppo che spesso sono poco efficaci e non raggiungono necessariamente i paesi più poveri e le fasce di popolazione più povere all’interno dei paesi poveri. Al contrario le rimesse raggiungono in modo più capillare le famiglie dei migranti nei paesi di origine, ne sostengono i consumi e favoriscono (laddove ne esistono le condizioni) gli investimenti produttivi.

Inoltre, nessun aumento realistico dei flussi di aiuti allo sviluppo sarebbe in grado di fermare la spinta migratoria futura che dipende essenzialmente dagli squilibri demografici tra paesi poveri e paesi ricchi.  Tra il il 2017 e il 2030, si prevede infatti che la popolazione del continente africano crescerà di circa 450 milioni. Nel 2050 si prevede un raddoppio della popolazione attuale in Africa a fronte di una riduzione del numero di cittadini europei. L’aumento dei flussi tra una popolazione giovane e in crescita del continente africano e la vecchia Europa non solo sarà inevitabile ma sarà assolutamente necessaria.

Non possiamo evitare l’immigrazione ma possiamo fare in modo che l’immigrazione sia proficua e sostenibile da un punto di vista sia economico che sociale per tutti: per i migranti, per i paesi di destinazione e per i paesi di origine.

Perché investire sull’integrazione dei nuovi arrivati è vitale per l’economia italiana?
Investire è la parola giusta. Ogni euro speso in politiche di integrazione porta frutti potenzialmente rilevanti per il nostro paese. Un immigrato ben integrato è in grado di dare in pieno il suo apporto allo sviluppo economico e civile della società ospitante. Investirà nel capitale umano proprio e della propria famiglia, contribuirà al finanziamento dei beni collettivi, fornirà il proprio contributo in termini di innovazione, produrrà un maggior grado di internazionalizzazione dell’economia e, aspetto non residuale, farà in modo che la ‘diversità’ che apporta sia un elemento di ricchezza.

L’assenza di integrazione al contrario genera quello che gli economisti chiamano esternalità negative: genera comportamenti e situazioni di irregolarità che riducono il benessere sociale.

Quali politiche per l’immigrazione?
Occorre abbandonare completamente a mio avviso la visione del fenomeno migratorio come un problema di sicurezza nazionale. Di immigrazione dovrebbero occuparsi di più i ministeri economici e meno il Ministero dell’Interno.

Il problema principale nel nostro paese in questo momento è la ristrettezza dei canali ‘legali’ per ottenere un visto. Le politiche restrittive hanno fallito: non riducono l’entità dei flussi complessivi ma semplicemente costringono i migranti in condizioni di irregolarità. L’irregolarità produce solo sfruttamento e mancata integrazione.

Nell’ultimo capitolo del libro avanzo una proposta, l’utilizzo di schemi di immigrazione temporanea (a punti in entrata e in itinere) in grado di fare allo stesso tempo politiche selettive e di facilitare l’integrazione economica e sociale degli immigrati e delle loro famiglie. Schemi di immigrazione temporanea che possano tuttavia rappresentare una strada per la cittadinanza laddove questa sia la volontà del migrante nel rispetto delle regole stabilite dal paese ospitante.

Nicola D. Coniglio ha conseguito il Ph.D. in Economics presso la University of Glasgow (Regno Unito) ed è attualmente professore associato presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” dove insegna Economia Internazionale e Politica Economica. I suoi interessi di ricerca riguardano l’economia delle migrazioni, economia urbana e regionale, economia internazionale. Ha pubblicato su riviste internazionali numerosi saggi sull’economia dei processi migratori. Per Il Mulino ha pubblicato uno dei primi lavori sull’economia dell’immigrazione irregolare in Italia, L’esercito degli invisibili: aspetti economici dell’immigrazione clandestina (con Maria Concetta Chiuri e Giovanni Ferri), Il Mulino, Bologna (febbraio 2007). Ha conseguito l’EPAINOS prize per il miglior lavoro di ricerca presentato da un giovane ricercatore nella conferenza annuale della European Regional Science Association nel 2003 e nel 2004.