Quando mi chiedono perché amo la letteratura, mi viene spontaneo rispondere: perché mi aiuta a vivere“.
Così scriveva Tzvetan Todorov in La letteratura in pericolo, saggio del 2011 in cui si riflette sul peso e l’importanza che poesia e prosa possono avere nella vita quotidiana. Un’affermazione tanto semplice quanto vera. Qualsiasi amante di libri si entusiasmerebbe di fronte a queste parole, dicendosi “Cavolo! L’ho sempre pensato, ma non sono mai riuscito a esprimerlo così bene!”, come spesso accade davanti alle pagine scritte dai grandi autori.

Un lettore non avrà difficoltà a credere alle parole di Todorov perché ha modo di riscontrarne la veridicità ogni volta che legge. Ma possiamo dire la stessa cosa di un non lettore? Probabilmente no. Certo, la lettura è da sempre considerata un’attività prestigiosa. Prima era qualcosa destinato a pochi, ma anche oggi spesso associamo i lettori a parole come “intellettuale”, “persona acculturata”, “personalità sensibile”. Il mondo letterario è circondato da una sorta di aura sacrale. E forse è questo il motivo per cui alcuni sembrano quasi volersi giustificare quando ammettono di non prendere in mano un libro da tempo. Ci sono anche coloro che affermano con fierezza che non tutto il sapere deriva dai libri, ma dalla vita pratica. Che bisogno c’è di essere così ostili nei confronti di qualcosa non ritenuta importante, se non la si avvertisse veramente come tale?

Prestigio o meno, la percentuale di lettori forti nel nostro paese rimane ancora molto bassa. E per lettori forti s’intende chi legge almeno un libro al mese, quindi una media di 12 libri l’anno. Una quantità veramente irrisoria. È chiaro, allora, che ci siano molte più persone convinte che la letteratura non aiuti a vivere piuttosto che il contrario. Al massimo, possono pensare che chi legge viva in maniera più profonda (quando non si vuol dire “pesante”).

Leggere non è un’attività fisiologica, non mantiene in vita l’organismo. Ma questo non vuol dire che non lo aiuti o che sia un’attività priva di scopo. Ce lo dimostra il fatto che l’umanità è da sempre affamata di storie. Lo è stata fin dall’alba dei tempi lo è ancora oggi. I non lettori possono non gradire un libro, ma magari passano molto tempo in compagnia di Netflix. Oppure al cinema. Oppure ascoltando musica. O a teatro. Magari non fanno nulla di tutto questo, ma passano ore a raccontare le loro vite usando inconsapevolmente figure retoriche, ellissi, esagerazioni e quant’altro.

Siamo animali narrativi. Ci piace creare e ascoltare storie, reali o inventate che siano. Questo perché rappresentano per noi una fonte inesauribile di esperienza. Vediamo personaggi dai caratteri più diversi affrontare situazioni a noi più o meno familiari. Attraverso di loro impariamo non solo a conoscere e riconoscere emozioni e personalità, ma anche quali potrebbero essere le conseguenze di determinate azioni. Nei racconti possiamo sfogare le nostre passioni (Aristotele parlava di catarsi) per poi sentirci più liberi nella vita reale. Entriamo continuamente in relazione con altri tipi di esseri umani e reagiamo alle loro scelte come faremmo con un amico o un conoscente e anche questo può dirci tanto della persona che siamo. Affiniamo le nostre capacità logiche e di mind-reading quando siamo di fronte a un delitto o a un mistero.

Tutto questo costruisce esperienza. Le storie ci danno tanto materiale per crescere, per riflettere, per creare una scala di valori personali. Esse simulano aspetti del reale per darci qualche strumento in più nell’affrontarlo.

La scoperta dei neuroni specchio ha dimostrato quanto detto dal punto di vista biologico. Possediamo dei neuroni che si attivano nel momento in cui osserviamo qualcuno compiere un’azione finalizzata a uno scopo. La loro attivazione ci permette di “vivere” quell’azione, pur rimanendo immobili. È stato dimostrato che questo si verifica anche nel momento in cui si legge. L’immedesimazione e l’empatia nascono da questi meccanismi.
Tutta questa spiegazione potrebbe affascinare il non lettore, spingerlo a credere nell’importanza delle storie. Ma non è detto che lo spinga tra le pagine di un libro. D’altra parte, narrativi sono anche i film, le serie tv, gli spettacoli teatrali, le fotografie, i quadri… Perché la letteratura dovrebbe avere un valore in più? Forse perché la letteratura è l’arte che lavora con le parole, molto più di quanto non facciano le altre (che si basano soprattutto sulle immagini).

Il linguaggio è fondamentale per gli esseri umani, proprio come le storie. È il nostro strumento di comunicazione, ciò che ci permette di raccontare chi siamo, cosa proviamo, cosa desideriamo. I libri ti insegnano a usare le parole con consapevolezza, a leggerle, a interpretarle. Arricchiscono il vocabolario così che nell’esprimersi non si abbia difficoltà nell’uso delle sfumature di significato. Avere un lessico forbito e la capacità di costruire un periodo complesso sono indice dell’abilità di pensare in maniera profonda e articolata. E questo non può che comportare benefici, non solo al singolo, ma all’intera comunità.

Se neanche questo riesce a convincere i non lettori, non resta che fare una cosa: prendere in mano un buon libro e lasciare che esso compia la sua magia. Aiuterà davvero a vivere.

Federica Crisci