“Adolescenti iperconnessi. Un’indagine sui rischi di dipendenza da tecnologie e media digitali” a cura di Sergio Mauceri e Luca Di Censi

Prof. Sergio Mauceri, Lei ha curato con Luca Di Censi l’edizione del libro Adolescenti iperconnessi. Un’indagine sui rischi di dipendenza da tecnologie e media digitali pubblicato da Armando: innanzitutto, cos’è la Technology Addiction?
Adolescenti iperconnessi. Un’indagine sui rischi di dipendenza da tecnologie e media digitali, Sergio Mauceri, Luca Di CensiIl volume analizza e discute i risultati di un’indagine sociologica, che ha coinvolto una campione di 3.302 adolescenti iscritti alle scuole secondarie romane e che concentra la propria attenzione su una specifica forma di dipendenza comportamentale denominata technology addiction. Si tratta di una forma di dipendenza comportamentale che assume come riferimento l’uso compulsivo da parte degli adolescenti di una vasta gamma di nuovi canali digitali: Internet, smartphone, Social Network Sites, piattaforme streaming e videogiochi. La locuzione è stata introdotta da Griffiths nel 1995, che la propose come un sottotipo di dipendenza comportamentale, con dei tratti che la accomunano alle altre forme di dipendenza da sostanze psicotrope e senza sostanza. Più specificatamente, Griffith ha definito la technological addiction come una dipendenza non chimica nella sua natura che implica eccessive interazioni uomo-macchina, distinguendo tra un’interazione passiva (come quella implicata dal medium televisivo) e una attiva (come quella implicata dai videogames). La comunità scientifica ha iniziato ad interrogarsi su tale fenomeno nei termini di una vera e propria “dipendenza”, simile a quella da abuso di alcol e droghe, a partire dal 1995, anno in cui lo psichiatra statunitense Ivan Goldberg propose di inserire nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) quella che venne denominata “Internet addiction”. Secondo Goldberg si può parlare di dipendenza da Internet quando la maggior parte del tempo e delle energie dell’individuo vengono spesi nell’utilizzo della Rete, creando in tal modo menomazioni forti e disfunzionali nelle principali e fondamentali aree esistenziali, come quella personale, relazionale, scolastica, familiare e affettiva.

Cosa rappresenta Internet per gli adolescenti?
Internet per gli adolescenti può essere ritenuto un ambiente comunicativo, al pari di altri. La sua frequentazione, il tempo di permanenza o il numero di accessi costituiscono indicatori interessanti, ma non esaurienti. Altrettanto importanti, infatti, appaiono i processi di attribuzione di senso a questa significativa porzione di realtà da parte degli adolescenti.

Si tratta cioè di stabilire una serie di connessioni interpretative tra il tempo dedicato all’uso della Rete, le motivazioni che vi sono alla base e i differenti tipi di bisogni che vengono (o meno) soddisfatti. In altre parole, bisogna ricorrere a un approccio cognitivo-comportamentale per risalire alle rappresentazioni valoriali che gli adolescenti elaborano rispetto alla Rete, identificandola ad esempio come spazio di interazione oppure di evasione.

Chattare, usare i social, giocare, gestire la posta elettronica, utilizzare siti come Youtube o Netflix, visitare siti pornografici, fare ricerche personali o per ragioni di studio, risultano essere le principali attività svolte dagli adolescenti in Rete.

In particolare, tuttavia, le attività svolte in modo più assiduo sono quelle riconducibili a due dimensioni apparentemente opposte: una individuale; l’altra collettiva. La metà degli intervistati, infatti, dichiara di utilizzare continuativamente soprattutto le piattaforme di streaming di contenuti, dai film alle serie, dai video in tutte le possibili declinazioni, fino ai brani musicali. Poco sotto si attestano le attività orientate alla costruzione e all’implementazione delle proprie reti di relazione: rispettivamente, infatti, circa il 45% dichiara di utilizzare Internet per chattare e circa il 44% per accedere ai social network. Ovviamente, appare molto interessante che, in questo caso, Internet si ponga contemporaneamente come un ambiente fondamentale sia per supportare dinamiche di tipo identitario, riconducibili a gusti, preferenze, passioni e stili di vita, sia per amplificare le capacità relazionali, attraverso la moltiplicazione delle occasioni di incontro, di interazione, di scambio e di condivisione.

Una sorta di caratterizzazione più funzionale sembra, invece, emergere dalle percentuali riferibili alle attività di ricerca, effettuate per fini di studio (9%) o per altri motivi non meglio specificati (15%). Il gioco online sembra essere una delle attività meno frequenti, con solo il 30% degli studenti che dichiara di utilizzare Internet per giocare in modo episodico (solo qualche volta). A seguire, la gestione dei propri account di posta elettronica, con circa il 66% degli intervistati che dichiara di farlo qualche volta o raramente.

L’ultima area di utilizzo indicata, e peraltro, quella che ottiene le più basse percentuali in termini di utilizzo, è quella riguardante la fruizione di contenuti pornografici online. A tale proposito, quasi la metà del campione dichiara di non aver mai utilizzato Internet per visitare siti pornografici, ma si ritiene che il dato sia sottostimato, come attestato da altre ricerche, a causa della desiderabilità sociale associata a risposte che occultino questo tipo di pratica.

Dove passa il confine tra uso, abuso e dipendenza da Internet?
In effetti è possibile distinguere livelli diversi, come quelli dell’uso, dell’abuso e della dipendenza.

Nel primo caso, infatti, intendiamo riferirci a quei processi di uso generale di Internet, ovvero alle modalità di frequentazione (o di fruizione) di un habitat mediale sterminato ed eterogeneo.

Nel secondo a un accesso più ricorrente e continuativo ad alcune sue porzioni (piattaforme, servizi, contenuti, etc.), non sempre riconducibile a una logica funzionale e soprattutto a una esplicita consapevolezza.

Nel terzo alla trasformazione (simbolica) di Internet in uno spazio in cui perdersi, anziché trovarsi, a seguito della combinazione di alcuni fattori, potenzialmente patologici se compresenti, quali la reiterazione, la perdita di controllo e la compulsione.

In particolare, i rischi di dipendenza da Internet sono stati rilevati, chiedendo – attraverso il questionario utilizzato – la frequenza con cui gli adolescenti avessero sperimentato le seguenti situazioni nel corso dell’ultimo mese:

  • Mi sono accorto di essere rimasto online più a lungo di quanto avessi previsto
  • Ho trascurato lo studio per passare più tempo online
  • Le persone a me vicine mi hanno fatto notare di aver trascorso troppo tempo online
  • Mi sono sentito/a in ansia o nervoso/a quando avrei voluto essere connesso/a ad Internet ma non ho potuto
  • Ho scelto di passare più tempo online anziché uscire con gli amici/partner
  • Mi sono soffermato a pensare a quello che avrei potuto fare in Rete mentre non ero connesso/a
  • Mi sono sentito/a in colpa per aver passato troppo tempo in Internet
  • Senza Internet mi sono sentito/a annoiato/a
  • Ho risposto male a qualcuno che mi ha disturbato quando ero connesso/a
  • Ho perso ore di sonno perché sono rimasto sveglio fino a tardi utilizzando Internet

La compresenza di più sintomi di dipendenza immette l’adolescente in una condizione in cui la Rete domina i propri pensieri e mette in moto comportamenti compulsivi che entrano in collisione con altre sfere esistenziali e relazionali.

Il rischio connesso all’Internet Addiction in particolare coinvolge circa un quarto del campione. Si tratta di una percentuale particolarmente elevata, che attesta la facilità con cui si può transitare dall’uso gratificante all’uso disfunzionale della Rete.

Nel volume si descrive anche la nomophobia: cos’è e quali caratteristiche assume questa nuova dipendenza del terzo millennio?
Tale è il radicamento con cui lo smartphone è entrato nella nostra esistenza che sono sorti spontanei dei neologismi che riguardano il rapporto con questo device. Il neologismo “nomophobia”[1] indica la paura di rimanere senza smartphone e quindi senza la possibilità di connettersi a Internet in qualsiasi momento ed è stato coniato in occasione di uno studio condotto da YouGov e commissionato da UK Post Office. La ricerca ha rilevato che in Gran Bretagna il 53% degli intervistati afferma di essere vittima di attacchi d’ansia quando non usa il cellulare, quando ha la batteria scarica o quando è in assenza di copertura di rete. La quasi totalità del campione di adolescenti romani possiede un proprio smartphone e circa il 27% è risultato a rischio di nomophobia. Si tratta di soggetti che descrivono stati di ansietà, nervosismo e disorientamento nelle situazioni in cui non possono disporre del proprio smartphone.

Uno dei comportamenti denunciati dalle associazioni, confermato anche da ricerche internazionali, è l’incapacità di controllo e la bassissima soglia di attenzione associata alla nomophobia. Questo tipo di comportamento ha delle ovvie ricadute sulla vita sociale degli intervistati, che in questo modo aumenta la distanza tra la vita reale e quella digitale e soprattutto si traduce nell’incapacità di provare sentimenti.

La nomophobia, anche in letteratura, risulta essere in relazione con la dipendenza da Internet; infatti anche dalle nostre analisi risulta che i soggetti iperconnessi tendenzialmente fanno anche un uso compulsivo dello smartphone.

L’uso disfunzionale di uno smartphone danneggia tutte le sfere della vita di una persona, da quella psicologica a quello fisica, da quella finanziaria a quella sociale, riducendo anche la sensazione di piacere, dolore e stress perché costituisce un vero e proprio rifugio dal mondo reale.

Nello specifico, analizzando gli usi e le tempistiche è emerso un uso spasmodico del cellulare legato soprattutto a Internet e ai social network già nelle prime ore della giornata, ma anche durante l’orario scolastico, nel pomeriggio, quando di solito si dedica il proprio tempo ai compiti scolastici e durante le ore serali e notturne, dato che potrebbe confermare anche i disturbi del sonno.

Dalla letteratura di riferimento e dai risultati dell’analisi è possibile descrivere in maniera sintetica quelli che sono i cinque sintomi della nomophobia, che sono denotati in particolar modo dalle componenti della “dominanza”, della “tolleranza” e dell’“astinenza”:

  • ignorare le conseguenze o phubbing – la tendenza ormai diffusa di ignorare gli altri durante le interazioni sociali per dedicarsi invece al proprio smartphone o la drastica diminuzione dell’attenzione verso attività scolastiche a causa del tempo eccessivo trascorso con il device;
  • perenne preoccupazione o ansia – uno stato di malessere, agitazione e ansia che si prova quando si è lontani dal proprio telefono cellulare o non lo si sente squillare da un po’ di tempo;
  • incapacità di controllare il desiderio – questo sintomo è molto intuitivo poiché richiama la sensazione di attaccamento, che porta, come si è già riportato, le persone a controllare il proprio cellulare anche più di 200 volte al giorno. Tale comportamento funge da porta d’accesso ad un aumento esponenziale, potenzialmente problematico, dell’uso dello smartphone nel tempo;
  • perdita di produttività – ci si riferisce al continuo rimando di impegni di studio a causa dell’utilizzo spropositato dello smartphone;
  • sensazione di perdita e di ansia – ultimo sintomo della dipendenza da smartphone è la sensazione di ansia, perdita di riferimenti contestuali e sensazione di angoscia in cui dicono di ritrovarsi gli adolescenti iperconnessi quando non hanno lo smartphone a propria disposizione.

Cosa rivela la Vostra ricerca riguardo alla diffusione della social network addiction?
In genere, i social network sembrano soddisfare i bisogni di socializzazione delle nuove generazioni perché rappresentano uno spazio di espressione della propria identità individuale, permettendo di appagare la ricerca di autostima e di scambio relazionale e sociale attraverso un processo di rappresentazione di una immagine di se stessi socialmente desiderabile e attraverso l’opportunità di costruire e ampliare le proprie reti sociali, rimanendo comunque a contatto con le esperienze di vita quotidiana con i propri coetanei. Spesso tuttavia rischia di innescarsi un meccanismo perverso per cui il sé, accettato nella rete dei social, non arrivi a maturare un livello di autonomia e di distacco emotivo, psicologico e cognitivo dalla rete dei contatti, sufficiente ma necessario per costruire un equilibrio psicofisico individuale. È come se l’Io fosse in grado di riconoscere se stesso solo attraverso il riflesso della propria immagine costruita in Rete e, soprattutto, attraverso il consenso e l’approvazione dalla rete dei contatti. In tal senso, i social diventano la pagina infinita di un diario personale in cui riportare incessantemente le emozioni personali, i propri stati d’animo, le proprie azioni e spostamenti, sempre in condivisione con i propri amici alla ricerca disperata di like. Nella ricerca condotta, quasi tutti gli studenti partecipanti alla ricerca possono essere definiti social media user in quanto sono iscritti almeno a un social e ne utilizzano mediamente almeno due; l’utilizzo frequente, continuato e costante tuttavia sembra caratterizzare circa l’80% dei giovani. WhatsApp è il social utilizzato più frequentemente quasi da tutti, seguito a breve distanza da Instagram e Youtube, mentre altri social come Facebook, Messenger, Google+ e Snapchat sono poco identificativi della generazione degli studenti intervistati. Il gruppo di adolescenti, emerso dall’analisi, che evidenzia i rischi più preoccupanti di dipendenza è quello degli a-sociali dipendenti, che include circa un quinto degli intervistati. Si tratta dunque di un profilo particolarmente a rischio di giovani che sembrano percepirsi come isolati rispetto al contesto familiare e a quello scolastico e riversano il loro tempo chattando su Whatsapp o navigando su Instagram per contrastare la noia. Si aggiunga che il mancato accompagnamento delle famiglie nell’uso dei social può costituire un ostacolo forte allo sviluppo della consapevolezza fruitiva dei social network e amplificare il rischio di dipendenza. Si tratta del profilo più a rischio di patologie di dipendenza mediale, in cui la relazione simbolica con l’oggetto mediale diventa specchio del proprio Io, fino a sostituire completamente la realtà circostante.

L’isolamento sociale tipico di questo gruppo può contribuire ad aggravare il profilo educativo dei giovani che, probabilmente, per la voglia di accendere e inseguire la propria vita online, tendono a percepire la scuola come poco stimolante e noiosa e di conseguenza a trascurare gli impegni ad essa connessi. Gli ambienti online proposti dai social possono rappresentare per questi ragazzi una via di fuga da una quotidianità che non li soddisfa e non sembra consentire un’adeguata espressione del proprio sé.

Come si manifesta la dipendenza da videogiochi?
L’inclusione della dipendenza da videogames tra le patologie riconosciute deriva in parte da studi di matrice psicologica e psichiatrica che hanno individuato nel gioco patologico di piccoli gruppi di gamer assidui un disturbo comportamentale legittimo.

Nella nostra ricerca sono stati considerati a rischio di gioco problematico gli adolescenti che si contraddistinguevano per aver effettuato tentativi infruttuosi di ridurre o interrompere il gioco; per aver perso di interesse per altri hobbies o attività (salienza comportamentale); per la prosecuzione del gioco nonostante i problemi da esso causati. A proposito degli eccessi connessi al gioco e delle loro possibili conseguenze, i giocatori problematici dichiarano che capita “molto spesso” o “spesso” di giocare più a lungo di quanto vogliano, sentirsi arrabbiati o furiosi per non aver raggiunto un nuovo livello di gioco o di provare il bisogno inarrestabile di andare avanti una volta raggiunto un obiettivo. Un rischio di dipendenza severo coinvolge una quota di intervistati inferiore rispetto agli altri dispositivi digitali: 9%. Si tratta di giocatori molto assidui che, tuttavia, rispetto alle altre forme di dipendenza indagati si distinguono perché non esibiscono segnali di malessere e disagio nettamente superiori rispetto a chi non sviluppa questa specifica forma di dipendenza.

Quali rischi comporta la dipendenza da tecnologie e media digitali?
I rischi maggiori che gli adolescenti esperiscono sono quelli di intensificare situazioni pregresse di disagio relazionale e di ritiro sociale, come anche quella di trascurare le attività di studio, incentivando così la povertà educativa.

Quali sono le possibili cause della dipendenza da tecnologie e media digitali?
L’indagine si è concentrata molto sui fattori che predispongono alle diverse forme di dipendenza da tecnologie e media digitali. In particolare, circa un terzo del campione esperisce più di una forma di dipendenza e risulta per questo essere iperconnesso. Alla base dell’iperconnessione vi è generalmente un disagio relazionale esperito a vari livelli.

Il disagio relazionale vissuto dagli adolescenti multidipendenti conferisce conferma ai risultati delle ricerche precedenti che identificano tra i possibili fattori di rischio che predispongono a comportamenti di abuso delle tecnologie digitali la sociopatia. Nello specifico, questi studenti appaiono in una posizione di marginalità sociale nelle relazioni tra pari e sperimentano una condizione di ritiro sociale: privilegiano le attività in solitudine rispetto alle interazioni; hanno maggiori difficoltà a stabilire relazioni di amicizia significative o caratterizzate da profondità, come anche relazioni di natura sentimentale; si sentono più spesso esclusi dai compagni di classe o traditi dagli altri. Anche le relazioni verticali con i propri insegnati, frequentemente caratterizzate da una carenza di comprensione, confermano la problematicità del rapporto con l’istituzione scolastica, anche attestata dalla sensazione di noia provata in classe. A questa complessa compresenza di sintomi intensi di disagio relazionale si aggiunge la maggiore esposizione a situazioni pressanti e stressogene. Come esito del disagio socio-emotivo vissuto, sono sovradimensionati tra gli adolescenti iperconnessi anche i casi che hanno maturato un basso livello di autostima e che tendono, come conseguenza, a tenere celati aspetti importanti della propria personalità nelle interazioni sociali. Nel complesso, la multidipendenza sembra essere dovuta ad insieme composito di fonti di frustrazione interne al processo di socializzazione primaria e secondaria. Altresì, è possibile ipotizzare che questi fattori di rischio stabiliscano con la dipendenza un rapporto a due vie, ovvero che il disagio socio-emotivo vissuto primariamente possa essere – amplificato dalla relazione disfunzionale ed estraniante con le tecnologie e i media digitali.

In che modo è possibile educare contro i rischi espositivi della Rete?
A riguardo, l’ultima parte della ricerca, è stata orientata proprio sulla progettazione di un percorso di Digital Literacy, rivolto in primis agli studenti delle scuole, coinvolte nella ricerca, per riflettere sul tema della consapevolezza digitale. Tale educazione può essere sicuramente estesa ai giovani, soggetti a rischio di dipendenza mediale, ma soprattutto può essere estesa agli adulti (ad. esempio genitori, insegnanti o educatori in senso generale, o ancora ai cittadini) per diffondere maggiore consapevolezza e responsabilità rispetto alla mediazione culturale riprodotta dai media e per costruire insieme percorsi socioculturali preventivi e di reintegrazione in caso di fenomeni di dipendenza mediale. In questo quadro, certamente i giovani vanno orientati in percorsi educativi più focalizzati sulla consapevolezza fruitiva partendo dalla loro abilità tecnologica, prevalentemente esperienziale, nel saper maneggiare diversi dispositivi digitali, mentre nel caso degli adulti è importante insistere anche su alcuni principi di base, di carattere comunicativo. In tal senso, le linee guida, progettate nella ricerca, quale strumento formativo di Digital Literacy sia per gli studenti che per i loro genitori, ha assunto caratteristiche differenti, più orientate al potenziamento delle digital soft skills nel caso degli studenti, e più incentrate su strategie di socializzazione in termini di prevenzione, monitoraggio e intervento formativo rispetto al fenomeno della dipendenza mediale nel caso dei loro genitori.

Il percorso partecipativo di riflessione con gli adolescenti ha previsto diversi momenti:

  • presentazione dei risultati più rilevanti emersi dall’indagine quantitativa inerenti ciascun istituto, attraverso la condivisione delle percentuali dei soggetti a rischio di dipendenza, della frequenza d’uso dei diversi dispositivi e delle principali attività svolte in Rete;
  • illustrazione dei campanelli d’allarme associati ai profili di dipendenza mediale;
  • trasmissione di alcune linee guida, formulate sotto forma di “call to action”, con l’intento di invitare gli studenti ad assumere atteggiamenti critici e propositivi rispetto all’utilizzo dello smartphone e della Rete.

A completamento dell’intervento di ricerca, sono state elaborate alcune linee guida indirizzate ai genitori e ai docenti di tutti gli istituti coinvolti nel progetto con un duplice obiettivo: da una parte fornire agli educatori risorse informative e strumentali utili a conoscere più approfonditamente il fenomeno della dipendenza mediale, dall’altra suggerire loro strategie di prevenzione, monitoraggio e intervento.

I contenuti sono stati raccolti in un documento, inviato tramite posta elettronica a tutti gli istituti che hanno partecipato all’indagine.

Sergio Mauceri è professore associato di Metodologia della ricerca sociale presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza Università di Roma. Ha pubblicato diversi volumi e numerosi saggi e articoli su riviste scientifiche nazionali e internazionali. Tra i suoi principali interessi di ricerca figurano le pratiche e le dinamiche della convivenza multiculturale, fenomenologie che interessano il mondo giovanile, come il pregiudizio omofobico, le varie forme di dipendenza da tecnologie digitali, i processi educativi e le tossicodipendenze.

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[1] “No-mobile-phone” è un’espressione coniata dall’ente di ricerca YouGov nel 2008 durante uno studio commissionato dal Post Office Ltd. «La Nomofobia è la paura o lo stato di ansia provocati dall’idea di non poter utilizzare il cellulare. In situazioni in cui questo dispositivo è lontano, è quasi scarico o quando non c’è campo, i soggetti affetti da nomofobia possono presentare sintomi come ansia, sconforto, instabilità emotiva e difficoltà di concentrazione» (Istituto di Psicologia e Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva, 2019).

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