Prof.ssa Anna Tonelli, Lei è autrice del libro A scuola di politica. Il modello comunista di Frattocchie (1944-1993) edito da Laterza: quando e come nascono le scuole politiche comuniste?
A scuola di politica. Il modello comunista di Frattocchie (1944-1993), Anna TonelliIl progetto di un sistema di scuole pensate per formare la classe dirigente del Partito comunista viene avviato nel ’44, quando è ancora in corso la guerra. Già un ventennio prima, Antonio Gramsci aveva sottolineato l’importanza delle scuole di partito per l’elevamento politico e ideologico dei quadri da addestrare alla rivoluzione sociale. Ma è Togliatti e il gruppo a lui vicino a dare impulso al disegno educativo che doveva portare il partito dalla clandestinità alla ricerca di un ruolo centrale nell’organizzazione delle masse. Proprio nel momento in cui si avvia il ritorno alla democrazia, il Pci doveva dimostrarsi capace di convertire le aspirazioni rivoluzionarie in un nuovo sistema di valori e riferimenti ideali che fossero in grado di rompere con il passato fascista. Per questo diventava impellente avere uomini pronti, capaci, preparati a raccogliere la sfida di quella che di lì a breve sarebbe diventata l’Italia repubblicana. Il partito doveva radicarsi in ogni spazio della società e proporsi come riferimento centrale nel processo di ricostruzione del paese. In questo senso le scuole rappresentano uno dei terreni di radicamento più importanti, dove il Pci esercita il suo potere pedagogico per poter fornire quadri dirigenti adatti alla nuova Italia democratica. In breve tempo, vengono avviate le due scuole centrali, Roma (che poi diventerà Frattocchie) e Milano, insieme alle scuole provinciali e poi di sezione. Si tratta delle prime strutture che inaugurano i corsi a partire dal ’45, e saranno poi imitate, seguite e affiancate da un sistema di scuole sempre più sofisticato e organizzato nei decenni seguenti”.

Quali erano la finalità e i programmi didattici di queste prime scuole?
Le prime scuole erano rivolte soprattutto a operai e contadini, e cioè alle classi popolari che avevano bisogno di alfabetizzazione politica: sono loro a rappresentare l’avanguardia da formare per rappresentare il partito nelle realtà locali. È vero che fino agli anni ’50 sui banchi delle scuole centrali, soprattutto a Frattocchie, si trovano anche i nomi di chi sarebbe diventato poi il gruppo dirigente del partito: Luciano Barca, Marisa Cinciari, Gabriele De Rosa, Antonio Tatò, Giglia Tedesco, Pio La Torre, Alessandro Natta, Luciana Viviani, Maria Antonietta Macciocchi e Alfredo Reichlin. Ma la maggioranza degli allievi proviene dai ceti meno abbienti che hanno la possibilità di studiare a spese del partito che fornisce gratuitamente alloggio, vitto e materiali di studio. I corsi duravano da un massimo di un anno a un minimo di tre mesi e gli alunni dovevano sottostare a rigorose regole di comportamento e di studio. I programmi prevedevano una decina di temi di approfondimento riassunti in un centinaio di lezioni a corso. Si studiava il materialismo storico, la storia del partito bolscevico e quella del movimento operaio, i problemi agrari e del capitalismo, l’organizzazione del partito e del sindacato. Qualche anno più tardi fa l’ingresso anche l’economia politica, una materia molto ostica per i quadri non alfabetizzati, ma indispensabile per gestire e governare le amministrazioni locali. Il metodo di studio prevedeva all’inizio le riunioni in brigata per permettere l’aiuto collettivo dei più preparati a coloro che dimostravano più difficoltà, poi si passa invece allo studio individuale per selezionare gli elementi migliori. In ogni caso, l’allievo prescelto si doveva sentire onorato di essere stato selezionato dal partito e quindi doveva ripagare questo investimento con un impegno esemplare che facesse emergere senso di sacrificio, disciplina, abnegazione e capacità nell’apprendimento”.

Per le donne erano previsti corsi separati.
La questione delle donne a scuola è stato un terreno totalmente inesplorato, e per questo molto interessante e anche sorprendente. Il Pci non ha mai brillato per un atteggiamento aperto e paritario nei confronti delle militanti. Anzi, il caso delle scuole dimostra una posizione fortemente maschilista e discriminatoria. Le poche donne ammesse inizialmente ai corsi misti dovevano dimostrare molto più degli uomini di essersi meritate l’ingresso a scuola con una militanza coraggiosa antifascista, vissuta anche in carcere o nelle azioni dirette contro il nemico nazifascista. Ma nei corsi misti esisteva un problema morale, legato a possibili relazioni o innamoramenti fra i corsisti, che veniva stigmatizzato dai comunisti. Spesso erano le ragazze ad essere accusate di poca moralità o di provocazione nei confronti degli alunni. Ho trovato anche il caso di due alunne bolognesi che vengono espulse dalla scuola perché accusate di “andare a caccia di uomini”. Anche per questo, viene inaugurata una scuola riservata solo alle donne, la scuola Anita Garibaldi di Faggeto Lario, sul lago di Como, che aveva lo scopo di formare politicamente i gruppi femminili. A frequentare i corsi di Faggeto Lario sono soprattutto casalinghe, operaie, braccianti, contadine, impiegate, sarte: donne che hanno ruoli di secondo piano nelle varie organizzazioni, ma che sono inviate alla scuola per apprendere un metodo di studio utile al lavoro concreto. A differenza dei corsi maschili o misti, quelli femminili prevedevano anche approfondimenti dei problemi dell’emancipazione e del movimento femminile, insieme a nozioni di anatomia e igiene, considerati necessari per lo sviluppo della formazione delle future dirigenti.

Come si sviluppa l’attività dell’Istituto di Studi Comunisti?
L’Istituto di Studi Comunisti che poi viene definito semplicemente “Frattocchie” dal nome della località in cui sorge, viene inaugurato nel ’55, dopo cinque anni di revisioni e aggiustamenti di tipo architettonico. Alcuni dirigenti vedono in quell’edificio un “casermone” freddo e poco accogliente rispetto all’idea di un college ante litteram. Perciò vengono piantati alberi, costruiti campi da pallavolo e bocce, abbellito il parco con panchine e statue. L’intenzione è quella di intitolare la scuola a Palmiro Togliatti, ma sarà lo stesso segretario a rifiutare l’intitolazione, per ragioni scaramantiche e di contenuto. “Non si dà il nome di un vivo a una organizzazione qualsiasi se non per augurargli di morire”, tuona Togliatti, considerando l’omaggio come dannoso e diseducativo per il rischio di avviare “il culto della personalità”. E così la scuola rimarrà solo Istituto di Studi Comunisti (fino al ’73 quando invece diventerà Istituto Togliatti), una delle più moderne e avveniristiche scuole di politica. Aveva aule capienti fino a duecento posti, con l’aula magna impreziosita dal dipinto di Guttuso ‘La battaglia di Ponte dell’Ammiraglio’, un centinaio di camere biposto, una biblioteca specializzata con 5.000 volumi, sale di lettura, la palestra, un museo con tavole scientifiche sull’evoluzione dell’uomo, un’infermeria con ambulatorio medico e gabinetto per esami radioscopici. Da lì sono passati tutti i dirigenti a tenere lezioni (Togliatti, Longo, Ingrao, Macaluso, Gruppi, Caracciolo, D’Alema, solo per fare alcuni nomi) e gli allievi che sarebbero poi diventati gli uomini chiave nelle amministrazioni locali.

Quando e come nasce il mito delle Frattocchie?
Il mito di Frattocchie nasce a metà degli anni ’70, in concomitanza con i successi elettorali del Pci nelle amministrative del ’75 (il record di consensi e il tentativo non riuscito per un soffio del sorpasso con la Dc) e nelle politiche del ’76. Tutti si chiedevano le ragioni di questo exploit e andavano a cercare risposte nelle scuole. Giornalisti italiani e stranieri vanno a visitare Frattocchie e ne restano affascinati. Vittorio Gorresio sulla “Stampa” paragona Frattocchie ai college inglesi, Paolo Mieli sull’”Espresso” a un’università americana. Si fanno accreditare a Frattocchie anche giornalisti del New York Times, di quotidiani francesi e tedeschi. Il mito di Frattocchie contagia pure un anticomunista convinto come Indro Montanelli che finisce per descrivere gli alunni di Frattocchie come coloro che andranno a formare la burocrazia più efficiente ed onesta del paese. La mitologia è poi favorita dalle testimonianze e dai racconti dei protagonisti che non esitano a dipingere l’esperienza alla scuola fra le più importanti e coinvolgenti della propria vita.

Chi erano gli allievi e quali i programmi didattici?
Gli allievi degli anni ’70 sono di provenienza e caratteri diversi dai precedenti. Hanno fra i 21 e 26 anni, si sono iscritti al Pci durante la segreteria di Berlinguer, hanno un grado di scolarizzazione più alto, anche se discendono spesso da famiglia operaia. In un partito alla guida di 6 regioni e 29 province, c’è bisogno di nuovi quadri dirigenti per governare comuni, associazioni di categoria ed enti. Per questo le scuole si moltiplicano, creando sette nuovi istituti interregionali e regionali, per ospitare quanti più alunni possibili da distribuire poi su tutto il territorio. Anche i programmi cambiano per il bisogno di passare dalla teoria alla prassi. Vengono ridimensionate le lezioni sul marxismo leninismo a favore di maggior spazio riservato all’economia e all’organizzazione. Rimane ferma la triade filosofia/economia/storia, ma vengono aggiunte anche sessioni dedicate alla logica per usare i ragionamenti e la linguistica per parlare in pubblico in modo chiaro e convincente e farsi capire.

Quali vicende condussero al declino della Scuola?
Già alla fine degli anni ’80, prima del crollo del muro di Berlino, era evidente la crisi del Pci, sia sul piano finanziario sia su quello del consenso. Le scuole costano troppo e il partito non è più disposto a investire sul sistema educativo. Sono cambiati i tempi e il Pci stenta a trovare una risposta convincente al periodo del riflusso e del disimpegno di massa. Il tramonto dell’impero comunista e la trasformazione del Pci in Pds prima e Ds poi finisce per avere ripercussioni negative anche sul sistema educativo. All’inizio degli anni ’90 viene decretata chiusa l’esperienza delle scuole. In seguito al ‘buco’ dei bilanci, gli amministratori dei Democratici di Sinistra sono costretti a vendere i ‘gioielli’ di famiglia. Insieme al palazzo di Botteghe Oscure, viene venduto anche il complesso di Frattocchie. Si è aggiudicato l’operazione il gruppo Tosinvest della famiglia Angelucci, imprenditori romani con investimenti nelle cliniche mediche, che probabilmente abbatterà gli edifici della più famosa scuola politica d’Italia”.

Qual è l’eredità delle Frattocchie?
Anche se tutti i partiti della scena contemporanea si richiamano a quel nome, l’eredità di Frattocchie non è stata raccolta da nessuno, anche perché non esistono più i partiti di massa tradizionali ed è scomparsa la volontà di formazione permanente. Le scuole di politica attuali consistono in brevi soggiorni e corsi dove i giovani militanti vanno ad ascoltare relatori e partecipano a dibattiti su alcuni temi di politica corrente. Niente a che vedere con l’esempio di Frattocchie che intendeva la scuola come una palestra di formazione continua e di dura conquista del traguardo dell’abilitazione alla carriera politica. Non è una visione nostalgica o una celebrazione di un modello che ha avuto anche molte ombre, insieme alle luci. Ma la constatazione che la politica ha perso il senso dell’impegno, della passione, dell’esercizio allo studio. Sembra quasi che per fare politica sia necessario essere abili con gli slogan, con i social, con i tweet. Studiare per la politica è out. Ma così si vedono gli effetti in una classe dirigente sempre più squalificata e impreparata. Forse la nascita di una nuova Frattocchie, di qualunque partito o movimento, sarebbe da accogliere con un sospiro di sollievo”.

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