“A morte il tiranno” di Matteo Cavezzali

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A morte il tiranno, Matteo CavezzaliÈ dedicato al tema del tirannicidio il libro A morte il tiranno di Matteo Cavezzali, edito da HarperCollins. Come dichiara l’Autore, il libro si propone di fare «riscoprire la Storia, le storie di persone ribelli, di popoli oppressi, di vendette e di rinascite, ma soprattutto un’occasione per continuare a riflettere su questa domanda: perché obbediamo al potere?»

Come verificò nei suoi esperimenti lo psicologo sociale Stanley Milgram, «L’obbedienza è uno degli elementi fondamentali della struttura della vita sociale. Ogni forma di vita collettiva si basa su un sistema di autorità: solo chi vive in isolamento completo non è costretto a sottomettersi o a ribellarsi a ordini esterni. È il meccanismo psicologico che lega azione individuale e fini politici. È il meccanismo psicologico che unisce uomini e sistemi di autorità.»

«Chi vive in una società ha solo due scelte: sottomettersi alle autorità, e vivere serenamente, oppure ribellarsi, pagandone le conseguenze.» Domanda provocatoriamente Cavezzali: «Quanti di voi avrebbero rischiato la vita per ribellarsi a Hitler, a Mussolini o a un qualsiasi altro dittatore o monarca, avendo la certezza di perdere lavoro, famiglia, amici e probabilmente anche la vita?»

Il loro gesto ha prodotto il risultato sperato? «Solitamente no, ma a volte invece sì. La conseguenza di un tirannicidio non è mai prevedibile. Si può ottenere una repubblica o la liberazione dall’invasore, ma più spesso si finisce per far scoppiare una guerra civile o per far nascere un nuovo tiranno che subito rimpiazza il precedente.»

L’idea del tirannicidio nasce nella Grecia antica: «L’assassinio del re è per i Greci sinonimo di coraggio ed eroismo, fin da quando Aristogitone e il suo giovane amante Armodio uccisero Ipparco, il figlio del tiranno Pisistrato, pagando con la vita la loro impresa. I due sarebbero così entrati nella leggenda, al punto da venire immortalati in effigi e statue anche dai Romani. Quel loro gesto sarebbe stato l’atto fondativo della democrazia ateniese.» Teologi cristiani come Pietro Lombardo o Juan de Mariana giustificarono il tirannicidio; Thomas More, nel suo Utopia affermò: “Con l’uccisione dei governanti pronti alla guerra, si salvano le vite di migliaia di persone innocenti”.

Come lui la pensavano Vittorio Alfieri, il padre fondatore degli Stati Uniti, nonché presidente, Thomas Jefferson e Benjamin Franklin.

Il racconto prende le mosse dall’archetipo di ogni tirannicidio, l’uccisione di Giulio Cesare. «Cesare non sarebbe mai morto se Bruto e Cassio non si fossero incontrati. Per quanto Bruto odiasse Cesare, non avrebbe mai trovato il coraggio o il modo di ucciderlo senza il supporto di Cassio. Cassio era stato un fedele seguace di Pompeo nella guerra civile. Dopo la sconfitta Cesare lo aveva risparmiato offrendogli un incarico pubblico di rilievo, proprio per sanare i dissidi, ma Cassio voleva vendetta. Fu lui a ordire il piano dell’omicidio – forse su impulso di Cicerone –, che però non avrebbe funzionato se a trarre nella trappola Cesare non ci fossero state persone di cui questi si fidava. Ed è qui che entrò in gioco Bruto, il quale riuscì a convincere un manipolo di fedelissimi di Cesare a voltargli le spalle. Tra costoro ce n’era uno dal nome simile al suo, Decimo Bruto, che aveva combattuto accanto a Cesare in Gallia, e che in quelle Idi di marzo lo avrebbe poi persuaso a uscire di casa per andare in senato.»

Il racconto del cesaricidio è avvincente: «Il segnale viene dato da Cimbro. Si avvicina a Cesare fingendo di volergli chiedere un favore, e tirandolo per la toga gliela strappa dal petto. A quel punto i congiurati lo circondano. […] Probabilmente nessuno dice una parola, in quel frangente. Il primo ad avventarsi sul corpo del dittatore è Casca, che lo assale alle spalle colpendolo al collo, di striscio. Seguono gli altri, uno dopo l’altro, in una macabra gragnuola di colpi […]. Dei 23 colpi, solo uno è fatale. Lo dichiarerà poco dopo il medico Antistio esaminando il cadavere. A uccidere Cesare è una sola di quelle pugnalate, la seconda, quella che lo trafigge al petto. Non si sa di chi è la mano che sferra quel fendente letale. Il momento dell’esecuzione è concitato e molto violento. I congiurati sono stretti tra loro, si buttano addosso a Cesare brandendo il coltello, ma la calca è tale che si feriscono a loro volta. Cesare si copre la testa con la toga, barcolla e cade ai piedi della statua di Pompeo. L’omicidio di Cesare si consuma come un rituale. 23 pugnalate, 23 congiurati. Ognuno ha il dovere di colpire il tiranno con il proprio pugnale, un solo colpo per ciascuno, così che tutti saranno egualmente colpevoli e complici del più famoso delitto della Storia. “Sic semper tyrannis” dice allora Bruto, secondo la tradizione: questa sarà sempre la fine che spetta ai tiranni.»

E così scorrono episodi più o meno noti: Gaetano Bresci e l’assassinio del re Umberto I il 29 luglio 1900, l’omicidio del principe ereditario al trono d’Austria e Ungheria, Francesco Ferdinando d’Asburgo ad opera del diciannovenne Gavrilo Princip, il 28 giugno 1914 e via via sino ai tentativi falliti di assassinare Adolf Hitler e Benito Mussolini.

Come osserva nel suo epilogo Cavezzali, il mondo conosce ancora regimi dispotici e dittatoriali. E, come la storia ci ha insegnato, «finché ci sarà un potere che opprime una parte del popolo esisteranno persone che tenteranno di assassinare chi quel potere lo detiene, al fine di cambiare le cose. In meglio, o in peggio.»

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