Dott.ssa Laura De Luca, Lei è autrice del libro A lei. Un faccia a faccia inevitabile pubblicato dalle Edizioni La Vela, il racconto in prima persona di un itinerario di scoperta della morte che fin da bambina domina le sue riflessioni: si può fare l’abitudine alla morte, «pensare che non sia una frattura, un altrove, un distacco»?
A lei. Un faccia a faccia inevitabile, Laura De LucaLo scopo di questa conversazione-confessione è proprio questo: l’addestramento alla morte, in senso socratico. Il vero filosofo, l’uomo retto, è pronto e disposto a morire in ogni momento. Nel Fedone, descrivendone gli ultimi istanti di vita, Platone fa dire a Socrate: “Tutti coloro che praticano la filosofia in modo retto rischiano che passi inosservato agli altri che la loro autentica occupazione non è altra se non quella di morire e di essere morti. E se questo è vero, sarebbe veramente assurdo per tutta la vita non curarsi d’altro che della morte, addolorarsi di ciò che da tanto tempo si desiderava e di cui ci si dava tanta cura”. Dunque se il vero filosofo affronta la morte come logica conseguenza dei principi che ha perseguito tutta la vita, può permettersi di bere serenamente la cicuta e di consolare gli allievi che, raccolti intorno a lui, lo piangono. Abbandonare questa fede e questa serenità proprio in punto di morte significherebbe contraddire tutta la vita passata. E che dire dell’evangelico “estote parati”? Il lungo tirocinio in vista della morte non dovrebbe però essere inteso come una semplice prevenzione della sorpresa relativa all’evento fatale e finale, quanto come una vita coerente con se stessi, essendo pronti a chiuderla nel rispetto di come la si è condotta. In questo senso si può sperare che la morte non sia altro che il naturale compimento e il migliore coronamento della vita. Per riassumere tutto con uno slogan: “dimmi come muori e ti dirò chi sei”.

Tutta la nostra vita proviamo a non pensare la morte, «riempiendoci di cose, di idee, di progetti, stordendoci con la salsa, la break dance, i corsi di vela, il vino buono, il cibo, le droghe pesanti, le urla nel traffico, i viaggi», eppure la morte è puro «compimento, pienezza»: come dovremmo pensare alla morte?
Forse come il culmine di un percorso, il raggiungimento di una meta, il meglio che possiamo dare di noi stessi. Martin Heidegger, classificato un po’ riduttivamente come esponente dell’esistenzialismo novecentesco, arriva alla conclusione che l’uomo è per la morte, è in quanto essere finito, orientato in tutto ciò che fa proprio in forza della sua finitudine. Certo, affrontare un pensiero come questo può comportare effetti deleteri sull’umore di tutti noi: la coscienza della fine non rallegra nessuno. E tuttavia, provando a capovolgere la prospettiva, che senso avrebbe una vita eterna, la coscienza di poter vivere all’infinito? Avremmo azzerate tutte le prospettive, in una generale demotivazione verso qualsiasi obbiettivo. Invece, proprio la “data di scadenza” delle nostre esistenze qualifica con certezza il nostro impegno qui-ed-ora, ci riporta al senso del limite, che la società contemporanea ha tragicamente smarrito, essendosi lasciata sedurre dalla presunzione dell’onnipotenza tecnologica. Niente di più anti-umano. Non siamo super-eroi, invincibili, eterni. Se da un lato questo può deprimerci, inducendoci all’horror vacui contemporaneo da riempire con infiniti quanto pretestuosi passatempi, dall’altro può indurci a concentrare i nostri sforzi verso la migliore realizzazione di noi stessi.

«Se fossimo eterni, la vita sarebbe solo una condanna»: è la finitudine a dar senso alla nostra esistenza?
Torno ad Heidegger: non solo la finitudine dà senso alla nostra esistenza, ma la orienta, le conferisce una direzione, uno scopo, una motivazione. Ciò ci mette anche in relazione col senso del tempo. È esperienza di tutti noi tendere a rinviare il completamento di un lavoro avendo molti giorni a disposizione per farlo. Affrontiamo invece l’impegno con grinta e rapidità quando sappiamo di dover rispettare una data di consegna. Risiede proprio nella nostra estemporaneità il motore delle nostre vite, l’energia e il brio dei nostri sforzi e delle nostre battaglie. Senza la morte… saremmo morti anche da vivi. Ma non sempre ne siamo consapevoli. Anzi quasi mai. Una inconsapevolezza che ci serve da anestetico circa la percezione della nostra finitudine. Purché non si esageri. Piccole dosi di coscienza sul tempo che “ci fugge” sarebbero benefiche, proprio per riconquistare quel senso del limite che abbiamo smarrito.

La morte si manifesta anche negli oggetti «di cui non riusciamo a privarci», che rivelano la miseria di «fidarci del tempo, la presunzione dell’eternità»: come dovremmo invece vivere le cose che ci circondano, «più longeve delle persone»?
Assecondando la loro consumazione, specchio e promemoria della nostra. Lasciar andare un oggetto significa affidarlo al suo destino di cosa deperibile, parallelo a quello di noi viventi. Restituirlo al tempo che lo ha generato significa accettare che si disgreghi. Musei e monumenti sono necessari, testimoniano le civiltà passate, raccontano la storia. E tuttavia è fatale che ci parlino di morte, che ci confermino quella finitudine che è la nostra cifra, il nostro stesso destino. Gli accumulatori seriali, gli anziani, diventano musei di se stessi, con case zeppe di oggetti ineliminabili e ricordi polverosi. Se non possiamo svuotare i musei storici né abbattere monumenti, in compenso possiamo riservare un destino del tutto diverso alle nostre case: potremmo allenarci piano piano a buttare nella spazzatura ogni giorno un oggetto dal quale in passato non avremmo mai pensato di riuscire a separarci. Anche questo può diventare un “leggiadro” addestramento al morire. Un amico poeta, molto anziano, ha una casa piena zeppa delle più svariate collezioni e di opere d’arte. Chiunque va a trovarlo riceve allegramente in dono un pezzo di questa sua casa-museo, che lentamente si svuota. Io ammiro la gratuità del suo progressivo e gioioso disfarsi delle cose che hanno allietato la sua vita e che stanno inaugurando, lui vivo, la processione del suo generoso funerale. Lo ricorderemo, ciascuno, per l’oggetto o per gli oggetti che ci avrà donato. Un lascito cosciente e anticipato, un’eredità frammentaria di cui lui stesso può sentirsi dire grazie.

«L’amore è stare in bilico», l’illusione di una «pausa di infinitesima eternità»: come si riverbera il senso della finitudine sui sentimenti?
Coerentemente con quanto già detto, è proprio il nostro limite che ci consente di affacciarci sull’eternità, se non altro come nostalgia o desiderio. Necessità vitale, come in molte persone quella della fede, darsi un “orizzonte di gloria”, una promessa di infinità: l’amore, l’incontro con l’altro, ci regala questa illusoria certezza, o questa certa illusione, che superare noi stessi sia in qualche modo possibile. Nello specchio dell’altro, dell’amato, riusciamo a dimenticare chi siamo, il nostro tempo, la nostra identità, la nostra miseria e a tuffarci in quell’infinito dal quale forse proveniamo: di fronte all’altro possiamo per un istante “assaggiare” la nostra morte nella beatitudine dell’incontro, dell’abbraccio. E credere, per un istante, che possa essere meravigliosa. Per questo la psicanalisi, ma prima ancora la poesia, ci hanno raccontato la fraternità fra Eros e Tanatos, la stretta parentela fra due esperienze che nell’esperienza quotidiana sembrerebbero essere agli antipodi.

Il libro si conclude con un’agnizione, la rivelazione che, come suggeriva Parmenide, la morte non è: «nella realtà è solo l’Altra che esiste», la Vita. Come dovrebbe tradursi questa icastica verità nelle nostre esistenze?
Beh, questo è il colpo di teatro finale. Dopo aver “dialogato” tutta la vita con la Nera Signora, scopro, passati i sessanta, che lei non esiste. Nel senso che non è quel limite, quel passaggio, quello stacco di cui si parlava anche al principio di questa intervista, ma esattamente la naturale conclusione di una vita, mentre la Vita, l’energia cosmica o come la si voglia chiamare, prosegue irresistibile, indipendentemente da noi eppure grazie a tutti noi, quelli che vivono ora, quelli che hanno vissuto, quelli che vivranno. Una verità semplice, elementare, così vicina che quasi non riusciamo a vederla, allo stesso modo in cui stentiamo a ritrovare un oggetto smarrito proprio in quanto è troppo in luce. Nelle nostre esistenze questa verità potrebbe tradursi in una accettazione serena, di nuovo socratica, che la morte non è un altrove, ma che ci accompagna fin dal nostro primo respiro. E non come un’ombra nera, ma come il nostro destino, la nostra essenza, la nostra più specifica qualità di individui. Nasciamo soli e moriamo soli: una verità che può spaventarci, ma anche chiamarci alla responsabilità di chiudere al meglio, coerentemente, quello che abbiamo incominciato nostro malgrado.

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