A come archeologia. 10 grandi scoperte per ricostruire la storia, Andrea AugentiProfessor Augenti, Lei è autore del libro A come archeologia. 10 grandi scoperte per ricostruire la storia edito da Carocci: quali sono le più importanti scoperte nella storia dell’archeologia?
Difficile rispondere a questa domanda in modo assoluto, universale. Nel mio libro ho fatto una selezione molto parziale e arbitraria, scegliendone 10 che ho ritenuto rappresentative e importanti attraverso un lungo arco cronologico (dalla Preistoria al Medioevo) e su un ampio spettro geografico (più continenti: Europa, Africa, Asia). Ma avrei potuto sceglierne altre 10, o avrei addirittura potuto, se avessi avuto più spazio, scrivere un libro completamente diverso, con cento o persino duecento scoperte. È stata un’operazione altamente soggettiva, quindi, nella quale ho cercato di concentrare quelle che a me sono sembrate alcune scoperte comunque molto significative. Da Lucy a Tutankhamon, da Ebla alla tomba del re Chiledrico, passando per la Cripta di Balbo a Roma, Troia, ed altre ancora.

Insomma: forse non è possibile dire in maniera assoluta quali sono le scoperte oggettivamente più importanti della storia dell’archeologia. Ne sono state fatte molte, e molte se ne faranno ancora, e ognuna sarà importante a modo suo, per motivi differenti dalle altre: questioni che riguardano il metodo, l’oggetto della scoperta, il modo in cui ci si è arrivati… A pensarci bene è proprio questo il bello della ricerca, e non solo di quella archeologica: che non finisce mai, e che ogni suo passaggio è importante. Anche quelli apparentemente meno significativi.

Come si giunge ad una scoperta archeologica?
Nei modi più disparati. In generale, un percorso tra i più frequenti è quello per cui si imposta una ricognizione di un’area, si individuano i siti archeologici che affiorano sul terreno, si seleziona quello più promettente (per la ricchezza dei resti, o perché in grado di rispondere a rilevanti sollecitazioni storiche ed archeologiche) e quindi lo si scava.

Ma conosco anche maniere molto diverse di arrivare a scoperte importanti. Si va dalla testardaggine di personaggi come Schliemann, che insiste per anni a cercare Troia, una città cantata in un poema, finché non la trova; e quindi, più in generale, possono essere le fonti scritte, i testi antichi a guidare l’archeologo verso la sua “preda”. O ancora, penso all’intuizione di Paolo Matthiae, che vede un reperto in un museo di Damasco e ci vuole vedere chiaro, prende un taxi e si fa portare nel sito a cui legherà il suo nome per tutto il resto della sua vita: Ebla. E poi ci sono le segnalazioni dei locali, che sono sempre coloro che conoscono meglio il territorio e il cui sapere (quella che i Britannici chiamano “local knowledge”) gli archeologi dovrebbero tenere sempre in altissima considerazione. Alcuni siti importanti sono stati individuati proprio in questo modo: penso a Rocca San Silvestro, in Toscana, uno dei castelli meglio scavati e capiti in tutta Europa, segnalato al mio maestro Riccardo Francovich da un sacerdote della zona.

Chi sono i principali protagonisti della storia dell’archeologia?
Anche qui, difficile fare una selezione. Se proprio dovessi fare alcuni nomi direi prima di tutto Augustus Pitt-Rivers, che negli ultimi decenni dell’800 ci ha insegnato una certa sistematicità da tenere sullo scavo, e nella redazione della documentazione. Poi direi Thomsen, lo studioso danese che, incaricato dal re del suo paese di ordinare la collezione regia di antichità, intuisce la necessità di una classificazione rigorosa, e giunge alla messa a punto della teoria delle 3 età: pietra, bronzo, ferro. Poi faccio un grande salto e arrivo alla metà del XX secolo, quando Mortimer Wheeler scrive il primo manuale di scavo stratigrafico: Archaeology from the Earth. E poi arrivo ai giorni nostri, con le figure-chiave di Ian Hodder, il padre dell’archeologia contestuale, la persona che ci ha insegnato che per comprendere davvero un sito, una scoperta, occorre calarsi il più possibile nel contesto culturale che ha generato quei resti materiali; e di Martin Carver, che ha realizzato a Sutton Hoo forse il più bel progetto di archeologia sul campo finora mai concepito, e che più in generale ha spinto sull’acceleratore di un’archeologia più flessibile nei suoi metodi e nelle sue scelte, un’archeologia che di volta in volta deve calibrare i suoi interventi tenendo conto del contesto stratigrafico e storico di cui si sta occupando

Come sono cambiate le tecniche di ricerca e scavo nel corso degli anni?
Le tecniche di scavo sono cambiate molto, soprattutto negli ultimi 50/60 anni. È più o meno il tempo in cui è venuto alla ribalta e si è diffuso in maniera capillare il metodo stratigrafico, quello appunto propugnato da Wheeler (che però non se ne può considerare l’inventore: non esiste un inventore del metodo stratigrafico, alcuni lo praticavano già a metà ‘800).

Questa è stata senz’altro una delle novità più rilevanti nel corso della storia dell’archeologia del XX secolo. Bisogna però anche aggiungere che non ha trovato subito terreno fertile ovunque, e ancora in alcune zone del nostro pianeta non trova cittadinanza. In Italia, ad esempio, l’affermazione della stratigrafia è stato anche un evento politico: legato alla generazione degli archeologi che avevano fatto il ’68, e che attraverso lo scavo stratigrafico – che porta all’attenzione anche i materiali più umili, come i cocci di ceramica – intendevano rompere con una pluridecennale tradizione di archeologia intesa come storia dell’arte antica.

Dopo di questa, direi che un’altra importante novità è stata l’introduzione delle cosiddette “indagini geofisiche”, le tecniche che permettoni di indagare il sottosuolo senza sottoporlo a scavo (resistività, magnetometria, georadar e altro ancora). Grazie a queste tecniche – a cui ora si affiancano il telerilevamento, il LIDAR – ora possiamo iniziare uno scavo con molto maggiore cognizione di causa, sapendo in anticipo dove si trovano le strutture e che andamento hanno, oppure si può addirittura usarle per mappare interi insediamenti (città, villaggi) senza affondare il piccone nel terreno. Ottimi risultati di questo genere sono stati raggiunti, per citare due luoghi e due esprienze molto distanti tra loro, nella città antica di Falerii Novi, nel Lazio, e ad Angkor, in Cambogia.

Poi aggiungerei la diffusione delle varie specializzazioni legate alla bioarcheologia: archeobotanica, archeozoologia, solo per citarne due; e, più in generale, anche quelle legate alla geoarcheologia. Insomma, tutte quelle discipline che consentono all’archeologo di ricostruire nel dettaglio il contesto di riferimento dei siti che indagano: come era fatto il terreno e l’ambiente circostante, che piante c’erano e quali venivano coltivate e poi usate per l’alimentazione, quali animali… Oggi uno scavo che non consideri questi aspetti è giustamente considerato uno scavo meno valido, molto più povero di informazioni.

Ma forse, più in generale, la vera novità di questi ultimi decenni è ormai una diffusa consapevolezza del fatto che non si può fare più uno scavo con uno o pochi archeologi: sempre di più l’archeologia è un lavoro di équipe, di squadre nutrite di ricercatori, ognuno dei quali è specializzato in versanti differenti della disciplina e contribuisce con il suo apporto alla crescita del numero e del livello delle informazioni.

Quale, tra le 10 da Lei raccontate, ritiene la più importante scoperta archeologica della storia?
Di nuovo, per i motivi che ho già esposto si tratta di una domanda alla quale è davvero difficile rispondere. Ognuna di quelle scoperte ha la sua importanza, storica così come metodologica.

Forse però posso risolvere l’impasse con un espediente: sceglierei la tomba di Tutankhamon, ma non per l’importanza della scoperta in sé (Tut, come lo chiamano gli inglesi, non era in fondo un faraone particolarmente importante e famoso). La scelgo perché è la scoperta che più tutte ha fatto guadagnare all’archeologia un posto di primo piano nei media, e nella nostra società. E questo anche perché fu gestita benissimo da Lord Carnarvon, il mecenate che la finanziò, e che assoldò un press-agent appositamente per farla fruttare al meglio. Ecco, da questo punto di vista dobbiamo moltissimo a Tutankhamon e a Lord Carnarvon: grazie a quella scoperta si cominciano a indirizzare i riflettori sull’archeologia, e l’antico entra nell’immaginario collettivo in maniera davvero sensibile. Scoperte come questa hanno permesso poi a molti archeologi di essere più considerati per il lavoro che facevano, e quindi hanno contribuito alla diffusione della pratica archeologica.

Qual è lo stato di salute della ricerca archeologica oggi?
Dal punto di vista della preparazione dei ricercatori, della loro capacità progettuale, lo stato di salute è senz’altro molto buono. Le università formano studiosi aggiornati, molto attenti agli sviluppi metodologici della disciplina. Invece è molto peggiore il livello di attenzione che viene dalle istituzioni e dagli enti locali all’archeologia. Pochi i fondi da destinare ad indagini, poca – a volte nulla – l’intenzione di valorizzare il passato dei singoli territori grazie al lavoro e alle analisi degli archeologi. Il risultato è che spesso ci dobbiamo arrangiare con poche migliaia di euro per compiere indagini che sarebbero molto più dispendiose, e – questa è una cosa che ci portiamo dietro ormai da molti decenni, fin dagli anni ’70 del secolo scorso – nessuno capisce che il nostro lavoro non finisce con lo scavo: dopo prosegue in laboratorio, con l’analisi scientifica di quanto si è scavato (reperti, stratigrafia…).

La sensazione generale è che si pensi diffusamente che in fondo questo non è proprio un mestiere, ma un po’ un divertimento, e quindi che non è poi il caso di finanziarlo in tutte le sue fasi di lavoro. E allora si finisce per privilegiare altri comparti: la storia dell’arte con le sue mostre, gli “eventi”… L’archeologia italiana deve fare ancora molto per riuscire ad affermarsi in maniera completa nella nostra società. E questo avverrà anche quando gli archeologi capiranno fino in fondo che dobbiamo imparare a raccontare le nostre storie in maniera avvincente, accattivante. La materia lo consente, ma bisogna fare anche uno sforzo di impostazione e di stile per arrivare ad un pubblico più ampio, e da lì ripartire per affermare le nostre esigenze di ricercatori presso le istituzioni.