“Giovanni Spadolini. L’ultimo politico risorgimentale” di Federico Bini e Giancarlo Mazzuca

Giovanni Spadolini. L'ultimo politico risorgimentale, Federico Bini, Giancarlo MazzucaGiovanni Spadolini. L’ultimo politico risorgimentale
di Federico Bini e Giancarlo Mazzuca
Rubbettino Editore

«Come ha sottolineato Alberto Mazzuca, che è stato allievo di Giovanni Spadolini alla facoltà di Scienze Politiche del «Cesare Alfieri» di Firenze, il Nostro è stato professore, giornalista, politico. Ma anche grande lettore, grande mediatore, grande innovatore, grande portatore di senso delle istituzioni, grande storico. Diceva: «Non esiste storia che abbia carattere univoco, univalente, unitario; né quindi può valere una storiografia che sia unilaterale, univoca… Il fine dello storico deve essere invece quello di cogliere la vibrazione, il ritmo, la cadenza della storia che è antinomia e dramma». Spadolini era un personaggio un po’ vanesio (ma, chiarì Bruno Visentini, «un vanesio di qualità») e un po’ pomposo, sapeva essere intransigente su determinate cose come la scelta europea, aveva forti doti di equilibrio, era un ottimo conversatore, era appassionato della sua città, Firenze. E fin da ragazzo era stato un po’ in carne: suo padre lo chiamava «Giovannone», i suoi allievi «Spadolone». Lui è stato davvero tutto, ma, a ben pensarci, è rimasto quasi sempre un uomo solo.

Proprio per questo, non è facile scrivere su di lui tanto più che è stato, a tutti gli effetti, un «Padre della Patria». Attraverso una ricostruzione storica quanto più veritiera e corretta delle fonti, abbiamo cercato di illustrare l’esistenza di un uomo che, fin dalla sua adolescenza, ha deciso di spendere la sua vita al servizio del Paese. E lo ha fatto nella piena consapevolezza che politica e cultura sono un binomio quantomai inscindibile. Spadolini è stato certamente un grande sognatore perché dentro di sé sognava un’Italia migliore, ma, nello stesso tempo, seppe anche attraversare le pericolose e insidiose notti oscure della «Repubblica dei partiti» con la schiena dritta ed un irrinunciabile rigore morale. Nel mezzo, una stagione di impegno accademico, culturale e civile nei principali quotidiani italiani, dal «Mondo» di Pannunzio all’Università, dalla guida del «Resto del Carlino» e del «Corriere della Sera» alla presidenza del Consiglio. Più direttore che presidente, ha sempre amato e preferito che lo chiamassero «direttore».

A cento anni dalla nascita (1925-2025), Giovanni Spadolini è una figura più attuale che mai. Dalla fondazione del Ministero della Cultura alla Presidenza del Consiglio, fino ai bellissimi anni da senatore a vita, quindi anche Ministro della Difesa e Presidente del Senato, seppe guidare il Paese con orgoglio, fermezza e passione risorgimentale alimentata da una retorica e da un’enfasi oratoria degna della migliore stagione del Parlamento giolittiano. Spadolini vive in queste pagine probabilmente con più pregi che difetti. Sicuramente li ha avuti, come tutti gli uomini mortali, ma, in quanto alla sua dimensione pubblica, dall’università, al giornalismo e alla politica, ha sempre mantenuto una dignità e un’autorevolezza che oggi ci fanno un po’ rimpiangere una certa Italia. Quell’«altra Italia» o anche una certa «idea di Italia» che da Piero Gobetti arrivava a Ugo La Malfa e si rintracciava con grande fatica «archeologica» nei più diversi filoni e protagonisti del pensiero moderno a cavallo tra Ottocento e Novecento. Perché Spadolini, uomo dell’Italia del Novecento, non può essere capito o interpretato nella sua spiritualità senza andare a guardare all’Ottocento e quindi a un’Italia che ancora doveva essere Stato e quindi Nazione. Sarà lui, con il suo sano e fiero patriottismo, a risvegliare la voglia di sventolare e abbracciare il tricolore. Mancò, a coronamento di una carriera ad altissimi livelli, solo l’elezione a Presidente della Repubblica, ma la politica, comunque, gli aveva già tributato l’onore delle armi e soprattutto l’onore di entrare all’interno della storia da protagonista, da «Padre della Patria».»