5 stelle. Chi decide. Come decide. Centralismo e partecipazione all’interno del movimento, Cristiano GianollaDott. Cristiano Gianolla, Lei è autore del libro 5 stelle. Chi decide. Come decide. Centralismo e partecipazione all’interno del movimento edito da Castelvecchi: cosa c’è dentro il più importante fenomeno politico italiano degli ultimi anni?
Grazie per questa intervista e per l’interesse nel mio lavoro di ricerca. Il Movimento 5 Stelle (M5S) ha assunto un protagonismo di assoluto rilievo nel panorama politico italiano, la sua ascesa è stata graduale e non priva di contraddizioni, ma è comprovata sia dai risultati delle elezioni che dal rilievo della sua proposta partecipativa. Direi dunque che la partecipazione è uno degli elementi caratteristici del M5S ma non l’unico e neppure il prevalente in modo assoluto. Non credo infatti che sia possibile comprendere il Movimento senza la sua vertente verticistica sia perché esso è nato dall’iniziativa di due persone, Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio – e non come iniziativa sociale di una collettività –, sia perché al suo interno convivono forme di partecipazione in una gestione centralista. Per i detrattori la partecipazione è totalmente oscurata dal centralismo, io ritengo piuttosto che il Movimento sia fortemente caratterizzato da entrambi anche se la dinamica di sviluppo evidenzia una sempre maggiore prevalenza centralistica.

Dentro al movimento ci sono dunque persone che lavorano sui territori, che talvolta definiscono e spesso adottano procedimenti decisionali partecipativi e inclusivi. Ma c’è anche una leadership ben definita, fatta dal capo simbolico, Beppe Grillo, e da quello strategico, Davide Casaleggio. Fra la base delle attiviste e degli attivisti è stata creata una classe di rappresentanti che col tempo si è parzialmente convertita in una classe dirigente, fra di essi è emerso il leader politico Luigi Di Maio ma ci sono altre figure note sia a livello centrale che nei vari territori. Tutto questo processo è stato tutt’altro che lineare e sono sorti vari conflitti ad ogni livello, io ho potuto analizzare lo sviluppo del Movimento nel territorio di Latina durante la divisione del meetup storico. Ho poi intervistato anche molti rappresentanti di ogni livello amministrativo, da quello comunale a quello europeo.

Come funziona il movimento?
Il Movimento è un partito politico non ancora cristallizzato e che forse non lo sarà mai. Ha adottato una intenzionale capacità camaleontica, anche se le strutture che si è dato nel dicembre 2017 caratterizzano un forte cambiamento rispetto ai proclami di destrutturazione organizzativa che caratterizzavano il suo discorso iniziale. Ai cambiamenti strutturali seguono modi di funzionare diversi. Si è passati da una “spontaneità stimolata” che ha condotto alla nascita di vari gruppi meetup in tutto il territorio italiano e all’estero, fino a una struttura ben definita di partito politico. I gruppi locali sono tutt’ora ufficiosi, ossia sono comunità che si identificano con il Movimento ma che quest’ultimo non riconosce ufficialmente. La logica dalla leadership è diversa: ogni singolo attivista fa parte del movimento in quanto singola persona ma non esistono sezioni locali. Questa viene realizzata attraverso l’iscrizione alla piattaforma Rousseau – che analizzo a fondo nell’ultimo capitolo del libro – in cui tutti i membri possono votare e partecipare individualmente nei modi e nelle forme definiti dalla leadership. Rousseau è evoluto nel tempo e le funzioni da esso sviluppate sono state ampliate a mano a mano. Per esempio, attraverso Rousseau vengono scelti i candidati anche per le elezioni delle grandi città, mentre in passato i gruppi locali erano liberi di definire procedure, programmi e candidature. Inoltre Rousseau risolve alcuni dei casi di conflitto nei territori, anche se non tutti. Per esempio il caso di Latina non è stato risolto attraverso Rousseau e la città ha avuto una lista certificata del M5S alle elezioni 2016. Tutto questo mostra che la partecipazione alla base è presente anche se in misura sempre inferiore, mentre quella centralizzata dalla leadership, basilare per il funzionamento del movimento, viene sempre più identificata con Rousseau, ovvero la piattaforma decisionale. Non tutte le decisioni però sono prese con Rousseau e la leadership definisce cosa debba e possa essere deciso collettivamente e su cosa decidere direttamente.

In che modo convivono nel Movimento 5 stelle partecipazione dei cittadini e centralismo decisionale?
Far convivere queste due tendenze opposte è la vera arte politica del Movimento. Per un verso esiste ancora una forte propulsione idealistica, ovvero l’entusiasmo per un progetto di cambiamento politico che sia in grado di coinvolgere le persone comuni e dare loro la possibilità di influire nelle decisioni che le riguardano. Col passare del tempo, però, lo sbilanciamento fra le decisioni prese centralmente e quelle prese collettivamente si allarga a favore delle prime, specialmente a mano a mano che il M5S assume incarichi di governo. Passare da una politica di protesta e opposizione alla responsabilità istituzionale costituisce un processo che mette a dura prova la propulsione idealistica perché ci si confronta con la realtà politica e sociale. Ma c’è anche un altro aspetto che deve essere messo in evidenza, per quanto criticabile il M5S propone strumenti decisionali estremamente più evoluti rispetto a quelli delle altre forze politiche. Io credo che da un certo punto di vista il Movimento rappresenti un ideale di organizzazione alternativo della politica e dia spazio ad un insieme molto grande di persone nuove rispetto all’élite che conosciamo. La possibilità che una persona qualunque si canditi e venga eletta per incarichi politici è molto grande nel M5S e questo fa sì che chi partecipa riesca a giustificare una dose sempre maggiore di centralismo. Non è un caso che quanto più successo elettorale riscuote il Movimento, tanto maggiori sono le quote di persone interessate a partecipare alla politica istituzionale che mostrano interesse ad entrare. Ma lo spirito attivista delle origini non è perso del tutto, io l’ho riscontrato fortemente sul territorio e penso che caratterizzi ancora molte delle persone che costituiscono la base operativa del Movimento.

Chi decide nel movimento?
Diverse decisioni sono prese da diverse persone ed in modi diversi. Potremmo dire che decidono tutti gli iscritti e le iscritte al sito Rousseau, ma allo stesso tempo, possono farlo solo sulle cose che vi sono messe in discussione. Chi decide su cosa decidere? Questa è senza dubbio la leadership in consultazione col corpo dirigenziale formato dai e dalle rappresentanti più influenti. Ma ci sono anche decisioni che sono prese senza usare Rousseau, un esempio recente è quello delle consultazioni post-elettorali fatte da Di Maio. La politica dei due forni non è stata dibattuta né approvata su Rousseau. È vero che il contratto di governo è stato proposto ai membri in Rousseau per essere approvato, ma il delicato processo di formazione del governo non ha prodotto altre consultazioni con la base. Questo evidenzia come la linea politica del Movimento sia definita in modo chiaro dalla leadership, mentre le decisioni di livello locale sono lasciate ai gruppi territoriali, tranne quando assumono un ruolo mediatico rilevante, come è stato il caso per alcune decisioni prese dalla Sindaca di Roma, che ha dovuto fare i conti con diverse forme di influenza e pressione interne.

Come si è evoluto il rapporto tra Beppe Grillo e Movimento 5 stelle?
Beppe Grillo è il simbolo che mantiene unito il Movimento e permette a molte e molti dei suoi membri di sopportare le tante contraddizioni. Anche se nel tempo ha fatto passi indietro o di lato, cedendo spazio ai Casaleggio e ai rappresentanti più influenti, la sua figura rimane fondamentale per il Movimento. Lo conferma la presenza sul palco del due giugno alla bocca della verità nella festa con la presentazione dei ministri 5 Stelle, in cui ha riconfermato la sua influenza simbolica. Tra l’altro, dal suo nuovo Blog, ha continuato a mandare messaggi importanti e di meta-indirizzo, anche durante le negoziazioni. Ma non c’è dubbio che in questo periodo il suo ruolo non sia quello centrale nel processo decisionale immediato, anche di politiche importanti. Penso piuttosto che intervenga in momenti paradigmatici e sono curioso di vedere come lo farà durante il periodo in cui il M5S condivide con la Lega la responsabilità di governare il paese. In passato Grillo ha lasciato e poi ripreso il controllo politico del Movimento in determinati contesti, io credo che non lo farà nuovamente a meno di grossi conflitti interni. Ritengo anche che il suo interesse personale nel Movimento sia ora fortemente relazionato con i temi sociali e ambientali di cui si è sempre occupato – anziché nelle questioni istituzionali. In qualche modo lui ha fatto la scelta fra “istituzione” e “movimento” privilegiando il secondo e lasciando la prima alle persone che con lui hanno creato il fenomeno politico di cui rimane certamente l’immagine. Da questo punto di vista credo che Grillo possa essere un vero Garante del movimento, una sentinella rispetto agli ideali e agli obiettivi.

Cosa ha significato per il movimento la scomparsa di Gianroberto Casaleggio?
Davide Casaleggio ha sostituito il padre Gianroberto nelle funzioni dirigenziali, anzi, ha proseguito in modo spedito i progetti disegnati dal padre non solo con l’Associazione Rousseau ma anche istituendo la Fondazione Gianroberto Casaleggio. In questo modo è stato formalmente sciolto il legame fra una forza politica di rilievo nazionale e internazionale da un’azienda privata. Ma sappiamo benissimo che il ruolo ricoperto da Casaleggio resta del tutto centrale nelle decisioni strutturali prese dal Movimento, fosse anche per il semplice fatto che lui controlla e disegna la piattaforma attraverso la quale si decide. Nonostante questa continuità fra padre e figlio, la scomparsa di Gianroberto Casaleggio incide pesantemente rispetto alla visione ed al modo di comunicare del Movimento. Lui era il vero stratega in grado di far navigare le idee, talvolta utopistiche, di Grillo, nei mezzi sociali che le hanno approssimate alla gente comune. Conosceva benissimo la rete e ha inventato un modo per farla digerire al grande pubblico, con la “rimediazione” di forme comunicative vecchie dentro nuovi strumenti di comunicazione, che descrivo nel libro. Quindi la scomparsa di Gianroberto Casaleggio implica perdita di visione per il Movimento, senza con questa voler negare che tale visione implicasse un controllo del modo in cui la rete veniva usata in seno al Movimento. Infine, dobbiamo sottolineare che Casaleggio padre e Grillo erano molto amici, un legame personale che rendeva molto più fluida la relazione commerciale e politica fra il leader strategico e quello simbolico. La relazione di Grillo con Davide Casaleggio, ancorché basata su una forte collaborazione, penso sia di tutt’altro stile.

Quale futuro, a Suo avviso, per il Movimento 5 stelle?
Nelle conclusioni del libro affermo che il Movimento si trova davanti ad un bivio, mantenere un approccio conflittuale e antitetico rispetto alle dissonanze interne, oppure aprire a un dibattito sulle decisioni politiche centrali così come sulle meta decisioni strutturali che consenta di prendere decisioni articolate con metodi partecipativi sempre più evoluti e inclusivi. Purtroppo le sfide governative che il Movimento si accinge ad affrontare non penso facilitino un cammino di apertura partecipativa, e serviranno anche ad alienare almeno una parte dell’elettorato ogni volta che verranno prese decisioni politiche controverse. Le sfide organizzative che emergono da questa dinamica sono ancor più importanti delle decisioni politiche da prendere. Non credo infatti che il Movimento abbia la capacità di rivoluzionare la qualità della vita in Italia se non attraverso passi progressivi, ma affinché questi passi abbiano luogo nell’interesse e con il contributo di tutti, la meta infrastruttura decisionale è essenziale. Il Movimento può quindi mantenere fede ai suoi ideali continuando a lottare contro l’oligarchizzazione interna dei suoi quadri decisionali (ricambio rappresentanti, apertura alla società, sobrietà di vita), ma senza permettere anche a chi non rappresenta – ma è rappresentato – di partecipare, finirebbe in un esercizio di vuota leadership. Credo che il Movimento si terrà in bilico fra le sue ambizioni discorsive di rinnovamento e pratiche politiche sempre più simili a quelle dei partiti politici tradizionali in cui la logica di mercato (almeno mediatico) impressa da Casaleggio può assumere vertenti sempre più problematiche. Il futuro che vedo è quindi incerto, credo che a livello elettorale si affermerà sempre di più a livello locale, mentre dentro le istituzioni rimane fondamentale la sua capacità di proporsi come forza post-ideologica in grado di dare una nuova categorizzazione a problemi sociali, economici e ambientali con cui ci confrontiamo. Penso quindi che l’esperienza di governo, benché possa indebolire ulteriormente la componente partecipativa, possa essere una fase caratterizzante di una proposta politica effettivamente nuova nei meta-contenuti politici.