“45 milioni di antifascisti” di Gianni Oliva

Quarantacinque milioni di antifascisti, Gianni OlivaQuarantacinque milioni di antifascisti. Il voltafaccia di una nazione che non ha fatto i conti con il Ventennio
di Gianni Oliva
Mondadori

«In Italia sino al 25 luglio c’erano 45 milioni di fascisti; dal giorno dopo, 45 milioni di antifascisti. Ma non mi risulta che l’Italia abbia 90 milioni di abitanti»: vera o presunta che sia, la battuta velenosa attribuita a Winston Churchill fotografa il trasformismo del paese, assai più pronto alle conversioni e all’indulgenza verso il suo passato che alla coerenza civica e allo sguardo critico. Le stesse considerazioni si trovano in uno scrittore come Mario Tobino, che nel romanzo Il clandestino descrive gli abitanti di Viareggio subito dopo la caduta del duce:

Tutti si riversarono per le strade. Ciascuno ammiccava furbescamente all’altro cittadino che lui era sempre stato antifascista. L’altro cittadino rispondeva con un ammicco di acconsentimento nel quale però c’era un segreto patto, che cioè va bene, ci credeva, ma anche lui lo era sempre stato, erano due antifascisti. Verso mezzogiorno si erano a vicenda tutti perdonati e la città aveva scoperto di essere sempre stata antifascista senza che nessuno se ne fosse mai accorto.

Nel suo diario, Piero Calamandrei attribuisce il relativismo etico a una degenerazione prodotta dal regime:

Questo è il terribile dell’Italia: questa ottusità morale, questo ateismo politico, questo cinismo dei temperamenti, per i quali i galantuomini sono fessi e l’unica misura della virtù è il successo: questa evidente incapacità di dare il giusto peso ai moventi idealistici. Faccio il mio comodo, penso alla salute, e me ne frego dell’onestà: programma del tempo di Mussolini. […]

Rimozioni e alibi. Gli esempi abbondano. Gaetano Azzariti è il più eclatante: magistrato e giurista, inizia la carriera nell’Italia giolittiana, assegnato all’Ufficio legislativo del ministero di Grazia e Giustizia. Nel Ventennio diventa capo dell’Ufficio e come tale è responsabile diretto o indiretto di tutta la legislazione fascista. Nel 1938 è presidente del Tribunale della Razza e mantiene l’incarico sino alla caduta del duce il 25 luglio. Il giorno dopo il maresciallo Badoglio, su indicazione degli ambienti di corte, lo nomina ministro di Grazia e Giustizia. Alla fine del 1945 Azzariti riprende il suo ruolo di capo dell’Ufficio legislativo con il nuovo ministro Palmiro Togliatti, di cui diventa consigliere di fiducia. Nel 1955 il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi lo nomina giudice della Corte costituzionale; nel 1957 (e sino al 5 gennaio 1961, giorno della morte) è presidente della Corte stessa. Da capo del massimo organismo dell’aberrazione razziale a capo del massimo organismo di garanzia della democrazia costituzionale: senza abiure, senza ritrattazioni, senza distinguo. […]

I paradossi possono suscitare indignazione o stupore, ma non sono casuali e vanno contestualizzati. Dopo la fine della guerra, l’Italia non ha fatto i conti con il proprio passato, a differenza di paesi come la Francia dove l’epurazione ha coniugato rapidità, selettività e intensità (170.000 processi per collaborazionismo, 7000 condanne a morte molte delle quali convertite in ergastolo, 28.000 funzionari pubblici rimossi dalla carriera), o come la Norvegia (su 3 milioni di abitanti, 90.000 arrestati per filonazismo), il Belgio, l’Olanda. In Italia c’è stata la violenza della resa dei conti con cui si è conclusa la guerra civile, ma non la defascistizzazione condotta attraverso le procedure giudiziarie e l’accertamento delle responsabilità ai vari livelli. […]

La domanda sorge spontanea: poteva andare diversamente? L’amnistia Togliatti è stata un errore? Serviva una Norimberga italiana? In questi termini, il problema è mal posto. Le epurazioni sono un lusso che la storia ha potuto permettersi poche volte: per eliminare una classe dirigente, bisogna averne un’altra a disposizione, altrimenti incombe il rischio di derive. […]

Nel 1945 non c’erano né lo spazio politico internazionale, né quello politico interno, né quello sociale per una defascistizzazione radicale: si opponevano gli anglo-americani, le forze moderate, la mancanza di personale preparato per il «ricambio». E allora? E allora quello che si poteva (e si doveva) fare era una riflessione su ciò che era accaduto; bisognava capire le ragioni per cui l’Italia liberale dello Statuto albertino era diventata l’Italia dittatoriale delle leggi fascistissime; bisognava decodificare i meccanismi perversi della formazione e dell’informazione che avevano permesso di plasmare una generazione in camicia nera. Non lo si è fatto. E la Resistenza, esperienza di rottura da cui partire per comprendere gli errori e avviare un processo di rinnovamento morale del paese, è diventata l’alibi dietro cui nascondere le colpe e legittimare i trasformismi. I conti con il passato rimasti aperti, il passato che non passa.»

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