4 3 2 1, Paul Auster, trama, recensione«Alla lunga le storie forse valgono quanto i soldi,
ma nell’immediato hanno le loro ovvie limitazioni»

Archibald Ferguson nasce il 3 Marzo 1947 da Rose Adler, fotografa figlia di ebrei benestanti e Stanley Ferguson, terzo figlio di una famiglia povera, nato in America da genitori immigrati nel primo Novecento.
Il padre di Archie è il proprietario di Mondo Casa 3 Fratelli, negozio di elettrodomestici che gestisce insieme ai due fratelli Arnie e Lew, dediti al vizio del gioco e alle scommesse più che al sudore e al duro lavoro.

Le sorti del negozio, della famiglia di Archie e del nostro protagonista si moltiplicano in quattro possibili versioni della sua vita, che lo vedono orfano di padre o in conflitto col genitore, ricco grazie agli sforzi di quest’ultimo ma orfano del suo amore oppure povero ma felice al centro di una famiglia unita, nipote prediletto dell’intellettuale zia Mildred oppure amato figliastro del critico musicale Gil, cugino adottivo del brillante Noah Marx oppure amico inseparabile di Artie Federman, Howard Small e Bobby George, giornalista, atleta, scrittore vagabondo o narratore sperimentale vincitore di una borsa di studio a Princeton. La girandola di queste quattro colorate e dettagliatissime possibili esistenze s’intreccia inestricabilmente con Amy Schneiderman, coetanea di Archie e tormento della sua adolescenza: inseparabile fidanzata dall’infuocata passione politica, fidata cugina a cui non confessare i propri amori non convenzionali, amata sorellastra con cui condividere le perplessità, lo sconforto e le vicende che trainano il giovane Archie verso la sua vita adulta sullo sfondo di un’America – quella dal secondo dopoguerra alla fine degli anni ‘60 – che attraverso scandali, crimini e omicidi illustri, sconvolgimenti, fatti di cronaca, rivolte nere e studentesche, conquiste sociali e proteste dal sapore amaro e i risvolti pesanti, sta cambiando e non sarà mai più quella a cui approda il nonno di Ferguson, a cui verrà erroneamente imposto il nome Ichabold a Ellys Island, nei primi anni del ‘900.

4 3 2 1 di Paul Auster è un libro complesso. La sua particolare struttura rende possibili due diverse modalità di lettura: quella per periodi storici, suggerita dall’impaginazione editoriale, e quella per vite, contrassegnate dalla numerazione. Entrambe le modalità garantiscono un quadruplo romanzo godibile che, se seguito con un po’ d’impegno e la giusta attenzione, ci introdurrà all’interno di uno spaccato di quel mitico periodo americano che va da boom economico al movimento hippie; l’America che a noi è pervenuta attraverso i film e i resoconti storici e che, attraverso gli occhi di Ferguson, sembra davvero vicina, viva, reale.

La struttura del romanzo, però, non viene in alcun modo annunciata e così – dopo un lungo prologo in cui, a partire dallo sbarco di nonno Ichabold a New York nel primo Novecento, facciamo conoscenza con gli antenati e i genitori di Ferguson – veniamo colti da un gigantesco senso di smarrimento nel leggere i primi quattro capitoli che, a causa della giovanissima età del nostro protagonista, sembrano ripetersi. Il trucco ci viene svelato attraverso una partita dei Giants, che seguiamo in tutti e quattro i primi capitoli e che avrà un risultato ed esiti molto diversi sulla vita dei personaggi. A questo punto il disvelamento della struttura del romanzo ci fa lo stesso effetto che all’ancora giovane Ichabold fa addentare quella che crede una mela per poi scoprire che si tratta di un pomodoro: da una prima incomprensione intrisa di sensazioni sgradevoli si passa alla curiosità per questa nuova scoperta.

La scrittura di Auster, nonostante il suo stile monolitico e impegnativo, ci regala la possibilità di indagare la famiglia e la vita in America negli anni ‘50 attraverso gli occhi di un bambino vispo e intelligente, la narrazione è avvincente e credibile e, fino alla pubertà di Ferguson, è estremamente difficile staccarsi dalla lettura. Poi qualcosa si guasta: sarà che il punto di vista di un bambino è sempre più creativo e interessante, sarà l’emorragia di nomi, titoli di letture, luoghi e avvenimenti che crea confusione e appesantisce la lettura, ma i capitoli dedicati all’Archie liceale e universitario perdono fascino e frizzantezza per lanciarsi in una narrazione fin troppo accurata, noiosa e spesso pesante, che non arriva mai a diventare respingente ma non riesce più a ritrovare la verve dei primi capitoli. Perfino il tentativo finale di inserire una meta narrazione che giustifichi la struttura del romanzo suona pedante, fuori luogo, di troppo.

Il finale affrettato delle ultime due narrazioni poi, che sembra quasi tagliato, peggiora notevolmente il quadro.
La sensazione generale è che Auster abbia voluto inseguire il sogno del grande romanzo americano senza riuscire però a concretizzarlo e che si sia un po’ perso in questo gioco di sliding doors senza riuscire a farci innamorare di nessuna di queste quattro vite possibili ma alla fine non particolarmente interessanti, rendendole forse più vicine alla realtà ma lasciandoci col dubbio che, probabilmente, sarebbe stato meglio non strafare e sceglierne una o due da portare fino in fondo.

Ambra Stancampiano