29 luglio 1900, Marco AlbeltaroDott. Marco Albeltaro, Lei è autore del libro 29 luglio 1900 edito da Laterza: qual è l’importanza storica dell’assassinio di re Umberto I?
Si tratta di un evento di grande importanza perché, potremmo dire, che è l’ultimo tirannicidio classico. Un uomo, decide di mettere fine alla vita di un re con delle gravi colpe. Non è un caso unico nella storia, anzi sono molti i tirannicidi che si sono susseguiti. Quello compiuto da Bresci però, ha qualcosa di mitico perché davvero, col trascorrere degli anni, si è finiti per simpatizzare per l’assassino più che per la vittima.

Quali vicende segnarono il 29 luglio 1900?
L’uccisione di Umberto I fece calare una cappa scura sul regno d’Italia. Non ci furono grandi fratture, soltanto un clima che si appesantì. L’Ottocento stava volgendo a termine e con un altro assassinio, quello dell’arciduca Francesco Ferdinando, che verrà preso a pretesto per lo scoppio della Prima guerra mondiale, di lì a poco inizierà il Novecento.

Chi era Gaetano Bresci?
Bresci era un anarchico emigrato negli Stati Uniti, approdato a Paterson, la patria dell’emigrazione anarchica negli USA. Era un uomo duro, tutto d’un pezzo si direbbe, uno che non aveva paura di portare le proprie convinzioni fino alle estreme conseguenze. Era però anche molte altre cose, era un uomo elegante, molto curato nel vestire e nei modi, un padre, un marito, certo un avventuriero, ma anche una persona di ideali, incapace forse di capire che il gesto di un singolo individuo può cambiare la storia soltanto se proviene da un movimento di massa.

Gaetano Bresci agì autonomamente?
Ci sono state molte illazioni al riguardo, già all’indomani dei fatti, ma Bresci agì da solo. Era difficile allora immaginare che un uomo solo avesse deciso di abbandonare tutto e di attraversare l’oceano apposta per tornare in Italia a uccidere il re, ma accadde così. Ebbe forse qualche complice che lo coprì, in particolare nei giorni precedenti l’assassinio, ma nulla di più, non ci fu nessun complotto e dietro a Bresci non c’era alcuna organizzazione.

Nel racconto dell’assassinio di Umberto I, Lei introduce un terzo protagonista: il cocchiere. Una figura marginale e fino a oggi trascurata eppure, a Suo dire, centrale nella scena del delitto: per quali ragioni?
Il cocchiere è una figura che ho inserito nel libro con licenza letteraria. È ovvio che la carrozza era guidata da qualcuno, ma non sappiamo da chi. Ho così inventato la figura di Giordano, verosimile ma non vera, per avere un terzo punto di vista sulla vicenda. Si tratta dello sguardo di quello che possiamo definire come “l’uomo comune”, quello che è lì semplicemente perché sta facendo il suo lavoro.

Che ne fu di Gaetano Bresci?
Finì male. Condannato all’ergastolo si suicidò di lì a poco. Gli era vietato ricevere visite, leggere la posta ed era guardato a vista ventiquattr’ore su ventiquattro. Il suicidio fu la versione ufficiale, in realtà fin da subito ci fu il dubbio che la sua morte fosse avvenuta come conseguenza estrema di un interrogatorio finito male, nel tentativo di fargli confessare i suoi fantomatici complici.

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