21 lezioni per il XXI secolo, Yuval Noah HarariChe cosa sta accadendo oggi nel mondo e qual è il senso profondo di quello che succede? È la domanda cruciale a cui tenta di rispondere Yuval Noah Harari nel suo ultimo libro 21 lezioni per il XXI secolo che raccoglie un corpus di lezioni, come egli stesso le definisce, dedicate ai principali temi del dibattito mondiale contemporaneo. Dopo il suo primo libro, Sapiens. Da animali a dèi, in cui Harari studiava «il passato dell’umanità, esaminando come una scimmia insignificante fosse divenuta la padrona del pianeta Terra» ed il secondo, Homo Deus, nel quale ha «trattato il futuro a lungo termine della vita, nell’ipotesi che gli uomini potrebbero alla fine diventare dèi, e il possibile destino dell’intelligenza e della coscienza», egli si prefigge ora l’obiettivo di analizzare «cosa sta avvenendo nel momento storico attuale e l’immediato futuro delle società umane.»

«In un mondo alluvionato da informazioni irrilevanti, la lucidità è potere. In teoria chiunque può partecipare al dibattito sul futuro dell’umanità, ma è molto difficile mantenere una visione chiara. Spesso non ci accorgiamo neppure che un dibattito è in corso, o quali siano le questioni importanti. Miliardi di noi possono a stento permettersi il lusso di approfondire queste domande, poiché siamo pressati da ben altre urgenze: lavorare, prenderci cura dei figli o assistere i genitori anziani. Purtroppo la storia non fa sconti. Se il futuro dell’umanità viene deciso in vostra assenza, poiché siete troppo occupati a dar da mangiare e a vestire i vostri figli – voi e loro ne subirete comunque le conseguenze», afferma perentorio lo storico israeliano.

Nel libro scorrono così le questioni più spinose e di maggiore attualità: «Che cosa significa l’ascesa di Donald Trump? Che cosa possiamo fare a proposito dell’imperversare di notizie false? Perché la democrazia liberale è in crisi? Sta per scoppiare una nuova guerra mondiale? Quali civiltà domineranno il pianeta – l’Occidente, la Cina, l’islam? L’Europa dovrebbe mantenere le porte aperte agli immigrati? Il nazionalismo può risolvere i problemi causati dalla disuguaglianza e dai cambiamenti climatici? In che modo potremo difenderci dal terrorismo?»

Nella seconda parte del libro, dopo aver delineato le sfide che ci attendono, Harari analizza un ampio spettro di possibili soluzioni: si «potrebbe usare l’intelligenza artificiale per creare una comunità globale che salvaguardi la libertà e l’uguaglianza umane? Forse la risposta sta nell’invertire il processo di globalizzazione, e nel restituire il potere agli stati-nazione? O magari abbiamo bisogno di tornare ancora più indietro nel tempo, e di attingere speranza e saggezza alle fonti delle antiche tradizioni religiose?»

L’autore sposta poi il focus su ciò che si può fare «in merito alla minaccia del terrorismo, al rischio di una guerra globale e in riferimento ai pregiudizi e agli odi che scatenano questi conflitti.» Un’intera sezione è poi dedicata alla nozione di post-verità: «fino a che punto possiamo ancora comprendere gli sviluppi globali e distinguere l’errore da ciò che è corretto. Homo sapiens è capace di dare un senso al mondo che ha creato? Esiste ancora un confine preciso tra realtà e finzione?»

Viviamo nell’era della disillusione: con il tramonto delle tre grandi narrazioni formulate dalle «élite globali di New York, Londra, Berlino e Mosca» durante il XX secolo – la narrazione fascista, sconfitta dalla seconda guerra mondiale, la narrazione comunista, andata in frantumi con la caduta del muro di Berlino – rimane solo la narrazione liberale. «Dopo la crisi finanziaria globale del 2008, però, la delusione per la narrazione liberale si è diffusa in ampie fasce della popolazione mondiale.»

Oltre a ciò, «il senso di disorientamento e di catastrofe incombente è acuito dalla velocità con cui le tecnologie stanno stravolgendo il mondo conosciuto. Il sistema politico liberale è stato modellato durante l’era industriale per gestire un mondo fatto di motori a vapore, raffinerie di petrolio e studi televisivi. Si trova perciò in difficoltà a mettersi in relazione con le rivoluzioni in corso nei campi delle tecnologie informatiche e biologiche.» Ragione per la quale Harari conclude (profeticamente?): «La narrazione liberale era quella della gente comune. Come può continuare a essere rilevante in un mondo di cyborg e di algoritmi collegati in rete? […] nel XXI secolo le rivolte populiste saranno inscenate non contro un’élite economica che sfrutta il popolo, ma contro un’élite economica che non ha più bisogno dell’appoggio del popolo.»

Ed è proprio alle tecnologie che bisogna dunque guardare per il futuro: «Quindi non ci resta che il compito di creare una narrazione aggiornata per il mondo. Proprio come i sovvertimenti provocati dalla Rivoluzione industriale hanno dato vita alle inedite ideologie del XX secolo, così è probabile che le rivoluzioni nelle biotecnologie e nelle tecnologie informatiche che stanno arrivando richiedano visioni innovative.»

Di sicuro, «attualmente il genere umano è molto lontano dal raggiungere un qualsiasi consenso su tali questioni. Ci troviamo ancora nel momento della disillusione nichilista e della rabbia, quando la gente ha perso la fede nelle vecchie narrazioni, e prima che ne abbia abbracciata una nuova. Quindi che cosa accadrà? Il primo passo consiste nel mitigare le profezie di una imminente catastrofe e passare dal panico alla perplessità. Il panico è una forma di arroganza. Deriva dall’atteggiamento compiaciuto di chi sa con esattezza dove sta andando il mondo – verso il basso. Un atteggiamento perplesso è più umile, ed è inoltre potenzialmente capace di una visione più lucida. Se siete tentati dal correre giù in strada gridando “L’Apocalisse è vicina!”, provate a ripetere a voi stessi: “No, non si tratta di questo. La verità è che non capisco cosa stia accadendo nel mondo.”»

Il mercato del lavoro sarà probabilmente l’ambito nel quale sperimenteremo le prime conseguenze tangibili della rivoluzione tecnologica: essa «potrebbe in breve tempo estromettere miliardi di esseri umani dal mercato del lavoro e creare una nuova, enorme classe di individui inutili», realizzando così quella che già appare come la «concretissima prospettiva di una disoccupazione di massa.»

Bisogna infatti considerare che «la minaccia di perdita di posti di lavoro non proviene semplicemente dall’ascesa delle tecnologie informatiche. È il risultato dell’azione combinata delle tecnologie informatiche con quelle biologiche. La strada dallo scanner a risonanza magnetica al mercato del lavoro è lunga e tortuosa, ma è una distanza che può essere percorsa in pochi decenni. Ciò che i neuroscienziati stanno imparando oggi sull’amigdala e sul cervelletto potrebbe mettere i computer nelle condizioni di svolgere in modo più efficace» le prestazioni degli esseri umani nel 2050.

Non solo: «poiché gli esseri umani sono individui, è difficile connetterli l’uno all’altro e assicurarsi che siano tutti aggiornati. Le macchine invece non sono individui ed è facile integrarle in una singola rete flessibile. Pertanto non si tratta della sostituzione di milioni di lavoratori individuali con milioni di individui robot e computer. È più verosimile che gli individui umani siano rimpiazzati da una rete integrata.»

I vantaggi sono subito evidenti. Pensiamo ad esempio alle automobili a guida automatica: «poiché ogni veicolo è un’entità autonoma, quando due veicoli si avvicinano allo stesso punto di passaggio, gli autisti potrebbero fraintendere le reciproche intenzioni ed entrare in collisione. Le automobili a guida automatica, al contrario, possono essere tutte connesse le une alle altre. Quando due veicoli del genere si avvicinano allo stesso punto di passaggio, essi non sono due entità realmente separate – sono parte di un singolo algoritmo. Le possibilità di fraintendersi e scontrarsi sono di gran lunga minori.»

Le potenzialità dell’intelligenza artificiale sono ben rappresentate da quanto è accaduto nel mondo degli scacchi: il 7 dicembre 2017 il programma AlphaZero di Google ha sconfitto Stockfish 8, il programma di scacchi campione del mondo nel 2016. «Quest’ultimo aveva accesso a secoli di esperienza umana accumulata negli scacchi, così come a decenni di esperienza nel campo dei computer. Era capace di calcolare 70 miliardi di posizioni al secondo. Al contrario, AlphaZero riusciva a calcolare solo 80 mila posizioni al secondo, e i suoi creatori umani non gli avevano mai insegnato alcuna strategia scacchistica, neppure le aperture da manuale. Ma AlphaZero usava i principi dell’apprendimento automatico per imparare da solo il gioco degli scacchi, giocando contro se stesso.» Su cento partite giocate contro Stockfish, AlphaZero non ha perso neppure una volta. «Quanto tempo è occorso ad AlphaZero per imparare a giocare a scacchi partendo da zero? Quattro ore. […] AlphaZero è passato dalla più totale ignoranza a una padronanza creativa in quattro ore, senza l’aiuto di alcuna guida umana.»

Come uscirne? «Un nuovo modello, che sta guadagnando una crescente attenzione, è il reddito minimo universale. Secondo quest’idea i governi dovrebbero tassare i miliardari e le aziende che controllano gli algoritmi e i robot, e usare il denaro per fornire a tutti un generoso stipendio sufficiente per vivere.»

Il rischio grave e reale tuttavia è che, mentre «gli algoritmi dei Big Data potrebbero portare all’estinzione della libertà, potrebbero anche creare le società più inique che siano mai esistite.»

«L’ascesa dell’AI potrebbe annullare il valore economico e il potere politico della maggioranza degli esseri umani. Allo stesso tempo i progressi nella biotecnologia potrebbero far sì che la disuguaglianza economica si traduca in disuguaglianza biologica. Se i nuovi trattamenti per allungare la vita o per migliorare le capacità fisiche e cognitive saranno costosi, l’umanità potrebbe dividersi in caste biologiche.»

Infine la fondamentale questione dei dati: «Se vogliamo impedire che ogni ricchezza e tutto il potere si concentrino nelle mani di una ristretta élite, è necessario controllare la proprietà dei dati. […] Benché oggi non si sappia ancora quanto si può incassare dai dati, è sempre meglio averne a disposizione, perché potrebbero contenere la chiave per controllare e plasmare la vita nel futuro.

Per la gente comune sarà molto difficile contrastare questo processo. Al momento, la gente è felice di elargire la propria risorsa più preziosa – i dati personali – in cambio di servizi di posta elettronica gratuita e simpatici video di gattini. È un po’ com’è accaduto agli africani e agli indiani d’America, che hanno sconsideratamente venduto grandi territori agli imperialisti europei in cambio di perline colorate e paccottiglia.

Dare ai governi la responsabilità di nazionalizzare i dati limiterà il potere delle grandi multinazionali, ma potrebbe istituire inquietanti dittature digitali. […] Il possesso privato dei propri dati sembra un’opzione preferibile alle altre due, ma non è chiaro che cosa significhi veramente.»

Per far fronte alla sfida nazionalista, il percorso migliore è quello rappresentato dall’Unione Europea: solo apparentemente, «fornendo uno scudo protettivo continentale militare ed economico», si può sostenere che essa abbia «nutrito il patriottismo locale in luoghi come le Fiandre, la Catalogna e la Scozia. L’idea di istituire una Scozia o una Catalogna indipendenti risulta più attraente quando non si deve temere un’invasione da parte della Germania e quando si può fare affidamento su un fronte comune europeo contro il riscaldamento globale e le aziende globali. I nazionalisti europei sono tranquilli. Per quanto si parli di ritorno della nazione, pochi europei sono davvero disposti a uccidere e a farsi uccidere per quell’idea.»

«Nel XXI secolo le nazioni si trovano nella stessa situazione delle antiche tribù: hanno cessato di essere la giusta struttura per gestire le sfide più impegnative di questa epoca. Abbiamo bisogno di una nuova identità globale» afferma Harari.

Conclude il libro una riflessione (meditazione) sull’importanza di comprendere meglio le nostre menti: «L’osservazione di se stessi non è mai stata facile, ma potrebbe diventare più difficile con il passare del tempo» quando «saranno gli algoritmi a decidere per noi chi siamo e che cosa dovremmo sapere di noi stessi.» Indagare chi siamo davvero è quindi urgente: «Ancora per pochi anni o decenni, avremo facoltà di scegliere.»

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