1980: l'anno di Ustica, Luca AlessandriniProf. Luca Alessandrini, Lei ha curato l’edizione del libro 1980: l’anno di Ustica, pubblicato da Mondadori Università: a distanza di quarant’anni dalla strage di Ustica, cosa sappiamo per certo di quel tragico evento?
Sappiamo cosa è accaduto, non sappiamo esattamente chi ne sia direttamente responsabile, né gli esatti motivi. Sappiamo come se ne è occultata la vicenda. Il DC-9 Itavia decollato da Bologna e diretto a Palermo la sera del 27 giugno 1980 è stato abbattuto da un missile.

Sappiamo che un aereo civile è stato colpito da un aereo da guerra in tempo di pace.

Sappiamo che immediatamente dopo si è operato perché non si potesse ricostruire cosa era accaduto, tanto che si è fatta prevalere la versione dei fatti che attribuiva la perdita dell’aereo ad un cedimento strutturale, nonostante che questa ipotesi, come quella della collisione, fossero state escluse dalla Commissione d’inchiesta amministrativa incaricata di accertare le cause della tragedia nominata dal Ministro dei Trasporti Rino Formica. Ne è conseguito il ritiro della licenza di volo all’Itavia, che ha dovuto chiudere e licenziare i propri dipendenti. In quei mesi e anni si è fatto di tutto per sviare la conoscenza dei fatti: il Ministro della Difesa, che ha dichiarato che il cielo la sera dell’abbattimento era completamente deserto; l’incriminazione del Presidente dell’Itavia Davanzali, per avere apertamente parlato di un missile; lo Stato Maggiore dell’Aeronautica, che con una nota ufficiale trasmessa alla Magistratura e al Governo escluse ogni altra ipotesi all’infuori del cedimento strutturale. Soltanto nel 1986, per iniziativa di un gruppo di autorevolissimi intellettuali e politici raccolti attorno al Presidente emerito della Corte Costituzionale Francesco Bonifacio che scrive al Presidente della Repubblica Francesco Cossiga perché ponesse «fine ad un silenzio intollerabile», si riapre il caso. Nel 1988 nasce l’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica. Nel 1989 la Commissione di periti nominata dalla Magistratura afferma che l’abbattimento è stato dovuto a un missile. Nel 1992 il Giudice Rosario Priore incrimina tredici alti ufficiali dell’Aeronautica militare con l’accusa di avere depistato le indagini, e la Commissione parlamentare Stragi, presieduta dal senatore Libero Gualtieri, approva la relazione conclusiva sul caso Ustica, che denuncia reticenze e menzogne di poteri pubblici e istituzioni militari. Nel 1999 la sentenza ordinanza del giudice Priore afferma che “l’incidente al DC-9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento verosimilmente nei confronti dell’aereo nascosto nella scia del DC-9: l’aereo di linea è rimasto vittima fortuita di tale azione”. Nello stesso anno 1999, rinvia a giudizio quattro generali per attentato contro gli organi costituzionali con l’aggravante dell’alto tradimento Nel 2008 la Procura di Roma riapre l’inchiesta sulla strage dopo che il Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga ha dichiarato di sapere che il DC-9 era stato abbattuto da caccia francesi.

Sappiamo di reticenze, menzogne, distruzioni di atti, depistaggi, verità parziali e ritardate.

Sappiamo quanto queste abbiano inciso sulla società italiana e sulla natura stessa della democrazia italiana, inficiata dal mancato patto di lealtà tra cittadini e amministrazione pubblica e istituzioni. Da quegli anni, dalle stragi neofasciste e dalla strage di Ustica si è eroso quel rapporto di fiducia che è parte costitutiva essenziale del patto democratico.

Sappiamo che la vicenda di Ustica oltreché un’occasione mancata di verità e giustizia, e ancor più di verità e giustizia tempestive, è un indicatore dello stato di salute della democrazia italiana. Se la democrazia è il perimetro del patto tra cittadini e tra i cittadini stessi e le istituzioni delle quali si dotano, non può che essere fondato su lealtà e trasparenza, che in troppe occasioni in Italia sono drammaticamente mancate.

In che modo è possibile intraprendere per nuove vie la ricerca delle risposte che mancano?
Credo che si debba ripartire dalla storia, abbandonando un certo atteggiamento di protesta per la mancata verità e in particolare per la mancata verità giudiziaria. Condivido questa convinzione con chi ha fortemente voluto questo libro, l’Associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica. Naturalmente, devono continuare la protesta più ferma e l’impegno più intransigente per ottenere pienamente verità e giustizia negate. Ma, a lato di cotale impegno, la storia può fare molto. Si può scoprire di più, liberi dal vincolo del giudice inquirente che si pone l’obiettivo di indicare un colpevole per uno specifico reato. Si possono ancora vagliare moli di documenti, e qualcosa di nuovo emergerà. Chi ha voluto occultare ha taciuto e mentito, ha nascosto e distrutto prove, ma è impossibile celare un mondo che alla storia, seppure lentamente, si apre.

La storia può offrire la comprensione dei processi in atto: le relazioni tra nazioni allora, le tensioni e gli equilibri mediterranei, fasi e aspetti della guerra fredda; può indagare meglio e rappresentare la struttura della democrazia italiana, le forme e le ragioni delle sue opacità. E ciò è tanto più importante in anni come quelli attuali, nei quali si diffondono l’antipolitica, sfiducia e fastidio verso la democrazia rappresentativa. Sentimenti che si sono venuti sviluppando anche per come nel corso dei decenni non si è data risposta a tragedie che hanno colpito il nostro Paese.

È necessaria una peculiare volontà e capacità di porre la tragedia oltre la dimensione del dolore privato e financo oltre la richiesta di giustizia, per approdare alla costruzione storica, nella consapevolezza che la verità giudiziaria, ancorché irrinunciabile, non sarebbe sufficiente a restituire il significato dell’accaduto. Così la storia può assume un ruolo centrale nell’elaborazione del lutto e nella ricerca di risarcimento, che non è solo dei parenti delle vittime, ma di una nazione intera.

In quale contesto storico matura la strage di Ustica e perché esso è rilevante per la ricerca della verità?
La ricostruzione del contesto storico è stato il primo obiettivo di questo lavoro. Si è rinunciato a cedere all’urgenza – giacché anche quarant’anni dopo si tratta di urgenza – di indicare responsabilità, di fornire spiegazioni fattuali, si è rinunciato completamente alla ricerca di risposte a tali domande, per rimandarle ad un secondo momento, scegliendo invece di lavorare sui contesti storici, sulla dimensione storica di un contesto di relazioni internazionali e della storia italiana nel torno di mesi e di anni in cui la strage è avvenuta. Opzione che ha consentito, al contempo, di conseguire due risultati, soltanto apparentemente minori: operare con maggiore serenità, e allargare lo sguardo e raccogliere altri elementi, non tanto probatori, quanto di comprensione del mondo nel quale il fatto si è compiuto. Ricordo volentieri Marc Bloch, per il quale «un fenomeno storico non è mai compiutamente spiegato se si prescinde dallo studio del momento in cui avviene».

Gli anni a cavaliere del 1980, quando la strage si compie, sono anni cruciali nel mondo e in Italia. La crisi degli anni Settanta sta mostrando i propri effetti. Innanzitutto, la guerra fredda muta. La sua esistenza non era certo una novità, il rapporto competitivo e conflittuale tra i paesi occidentali, raccolti attorno agli Stati Uniti nel Patto atlantico e i paesi dell’Europa dell’Est raccolti attorno all’Unione Sovietica nel Patto di Varsavia, ma proprio tra 1979 e 1980 si compie una svolta con il cessare di quella politica di stabilità e di attenuazione del conflitto nota come distensione. Nel dicembre 1979 l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata rossa, del tutto esclusa fino a pochi mesi prima dai vertici sovietici, riporta la tensione a livelli altissimi. Ma oltre allo scenario della guerra fredda, se ne è aperto un altro rappresentato dalla rivoluzione in Persia che porta alla costituzione della repubblica teocratica dell’Iran di Khomeyni e al diffondersi di radicalismo islamico e fondamentalismo. Da questo momento il pianeta non è più diviso in tre parti, due protagonisti e una parte del mondo marginale, ma un nuovo soggetto si affaccia con prepotenza, rappresentando ad un tempo le istanze degli ex paesi coloniali e l’opposizione allo strapotere occidentale. Il fenomeno era stato preannunciato dalla chiusura del flusso di petrolio all’indomani della guerra, persa, del Kippur nel 1973, quando i paesi arabi produttori si riconobbero come soggetto unitario in grado di negoziare su scala planetaria in quanto detentori della fondamentale risorsa. Tale scelta aveva causato una grave crisi energetica, che fu definita shock petrolifero, seguita da una crisi economica.

Tra il primo e il secondo shock petrolifero, quello promosso da Khomeyni, si manifesta la crisi degli anni Settanta e la cessazione definitiva di quella formidabile crescita economica iniziata alla fine della seconda guerra mondiale e durata trent’anni. Dunque, un mutamento nelle dinamiche della guerra fredda e un nuovo magmatico protagonista della scena internazionale, rappresentato dall’Iran e dal fondamentalismo islamico che si diffonde in Medio Oriente. In questo quadro si disegna un altro protagonista, la Libia di Gheddafi, che si pone come una sorta di rappresentante delle istanze del mondo arabo e mira a conquistare una maggiore influenza tanto in Mediterraneo che nel Nordafrica. Libia che, nel contesto della decisione della Lega Araba che nel 1979 aveva espulso l’Egitto colpevole di avere riconosciuto lo Stato di Israele con gli accordi di Camp David, entra in pericolosa rotta di collisione con lo Stato confinate fino al rischio di una guerra aperta.

L’Europa è a sua volta divisa: mentre l’Italia intesse solidi rapporti con Gheddafi, la Francia ha una politica di contrapposizione e di intervento, tra l’altro conducendo una vera e propria guerra da Sud, dal Ciad, contro la Libia. In Italia, la crisi economica è grave e il 1980 è l’anno dell’occupazione della Fiat e della marcia dei 40.000, un episodio che ben rappresenta l’esaurirsi della spinta della sinistra nell’ultimo terzo del decennio precedente. Il terrorismo rosso è ancora presente con l’uccisione di Vittorio Bachelet, mentre la mafia uccide il presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, ed inizia a espandere le proprie attività si nell’Italia centro-settentrionale.

Quali scenari prospetta, per l’interpretazione dei fatti del 1980, l’analisi delle relazioni tra Italia-Malta-Libia?
Il libro affronta il tema con un capitolo di grande interesse per la complessità della posizione di Malta, al centro del Mediterraneo, tra mondo europeo e mondo arabo. Proprio nel 1980 Malta decide di rispondere positivamente al corteggiamento da parte italiana, che diviene garante della sua neutralità, suscitando l’irritazione della Libia di Gheddafi che, nel decennio precedente, aveva coltivato l’idea di un possibile controllo di quel paese per la sua posizione strategica.

La delicatezza della questione era tale che persino una persona come il senatore Giuseppe Zamberletti, allora sottosegretario al ministero degli Esteri, volle indicare un nesso tra le stragi di Ustica del 27 giugno del 1980 e quella di Bologna del 2 agosto dello stesso anno, che avrebbero avuto come mandante Gheddafi il quale avrebbe inteso punire l’Italia per la sua politica verso Malta. La tesi di Zamberletti era infondata, ma il solo fatto che sia stato possibile pensarla restituisce l’idea di quale fosse il grado di tensione attorno alla collocazione di Malta nel Mediterraneo.

Si giungerà mai, a Suo avviso, a una verità storica sulla strage di Ustica?
La verità storica è verità scientifica, dunque di tipo ipotetico, che può essere sempre discussa e migliorata o parzialmente mutata alla luce di nuove acquisizioni.

Mentre la verità giudiziaria deve dimostrare una responsabilità individuale per un determinato reato, la verità storica consiste di contesti storici e della dimensione sociale. L’una può fornire documenti e dati fattuali alla seconda, ma non può in alcun modo sostituirsi ad essa.

La storia procede per ipotesi interpretative fondate su un accurato studio di documenti. Allo stato, il quadro storico nel quale si compie la strage è abbastanza chiaro, si può andare oltre con lo studio accurato di documenti emersi dalle inchieste giudiziarie e di altri recentemente portati alla luce dalla direttiva Renzi, che intendeva declassificare la documentazione relativa alle stragi e riversarla nell’Archivio Centrale dello Stato.

Oggi conosciamo il contesto storico internazionale nel quale la tragedia si è compiuta. Ora si tratta di capire meglio e con maggiore profondità l’atteggiamento del nostro paese, le sue autorità militari, le istituzioni, ma anche i partiti e la stessa opinione pubblica.

Un dato storico – lo si chiami verità se si vuole – è chiaro: alla tragedia umana della morte di 81 persone, si è sommata la tragedia civile di uno Stato che non ha potuto né saputo fornirne una spiegazione. Di qui il nostro lavoro.

Luca Alessandrini si è formato nel campo della storia moderna, e ha poi spostato i propri interessi sulla contemporaneistica. È stato tra i fondatori, nel 1981, di una cooperativa di servizio culturale in campo storico. Ha operato nel campo della didattica della storia, dell’archivistica, della ricerca. Ha studiato in particolare il dopoguerra, i temi della violenza politica nel XX secolo, il nesso storia-memoria, anche attraverso le fonti orali. Si è interessato alle problematiche del servizio culturale in campo storico, alla comunicazione del sapere e alla divulgazione scientifica. Dal 1992 al 2020 è stato Direttore dell’Istituto Storico Parri Emilia-Romagna di Bologna.

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