“1289. La battaglia di Campaldino” di Federico Canaccini

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Dott. Federico Canaccini, Lei è autore del libro 1289. La battaglia di Campaldino edito da Laterza: perché la battaglia combattuta l’11 giugno del 1289 tra gli eserciti capeggiati da Firenze e Arezzo è entrata nella storia?
1289. La battaglia di Campaldino, Federico CanacciniForse perché tra i cavalieri fiorentini c’era un giovanotto, tal Dante Alighieri… ma non solo. Lo scontro militare combattuto ai piedi di Poppi, tra Certomondo e Campaldino, è assolutamente ben documentato, da fonti numerose e di varia natura. Abbiamo due cronache, quella succinta di Dino Compagni e quella molto dettagliata di Giovanni Villani, altri cronisti in parte dipendenti dal Villani, diversi Annali che riportano informazioni sulla battaglia e poi l’opera poetica di Dante Alighieri la cui partecipazione ormai non viene messa più in dubbio da nessuno e che ha consacrato la battaglia all’eternità con i suoi versi immortali. Se la battaglia di Campaldino non fu fondamentale e risolutiva nello scontro tra le principali protagoniste, Firenze ed Arezzo, non di meno essa riveste un certo peso nella storia dell’arte militare, dal momento che furono impiegate delle innovazioni tecniche e tattiche di indubbio rilievo.

Quali vicende condussero allo scontro?
Nel mio libro una lunga parte è dedicata alle vicende che precedettero le dichiarazioni di guerra. Da una analisi più approfondita delle fonti in nostro possesso, è infatti emerso che i Magnati guelfi di Firenze, esclusi ampiamente dai consigli politici della città gigliata, pur di rientrare in gioco, misero in atto una strategia a dir poco spregiudicata. Se la mia ricostruzione è corretta si trattò di un vero e proprio lavoro di intelligence guelfa, attuato per consentire ai Magnati di tornare ad avere un ruolo in politica.

Ad Arezzo un Priore del Popolo aveva estromesso i Magnati di entrambe le fazioni ed il vescovo: questi, per una volta d’accordo sia coi Guelfi che coi Ghibellini, cacciò il priore proveniente da Lucca. Le fonti ci dicono che fu arrestato, che fu accecato, che fu affogato nel castello di Civitella ma…. dopo alcuni anni lo troviamo ancora vivo a redigere atti in quel di Lucca. Eppure fu proprio questo “omicidio fantasma” uno dei motivi addotti in Firenze per muover guerra contro Arezzo; come lo fu il fatto che i Ghibellini avrebbero cacciato i loro avversari impadronendosi del potere. Ma analizzando meglio le fonti, forse i Ghibellini non fecero che anticipare la mossa dei Guelfi, peraltro indotti proprio dai Fiorentini a tentare di prendere il comando. Ed ecco che così un altro casus belli fu servito su un piatto d’argento. I guelfi aretini chiesero aiuto ai cugini fiorentini per poter rientrare in città e per farlo, l’unico mezzo, era la guerra, l’arte in cui i Magnati eccellevano!

Quali erano le forze in campo?
Si trattava di eserciti per molti aspetti simili, per altri profondamente diversi: quello guelfo, pur servendosi di armi analoghe a quelle nemiche, si caratterizzava per una assoluta modernità, specie nella fanteria. Se le forze a cavallo infatti erano pressochè identiche, quelle appiedate mostravano come Firenze avesse già vinto, almeno sulla lungimiranza: vi era stato infatti un enorme investimento in alcuni reparti speciali che andavano a costituire una specie di “falange oplitica” del Duecento. Davanti i pavesari, fanti protetti da un enorme scudo, erano sistemati uomini con lance lunghe e poi arcieri e balestrieri. Con questo sistema ben rodato i Fiorentini avrebbero stritolato il nemico in una tenaglia mortale: di contro, lo dice il Compagni, gli Aretini “aveano poche quadrelle”, cioè le munizioni delle balestre. E si badi bene che l’arma era considerata anche poco onorevole: che un popolano potesse colpire un nobile da lontano, senza guardarlo negli occhi, ciò era considerato fuori dalle norme di un codice cavalleresco che però, ormai, era ammuffito. Negli eserciti militavano grandi nomi del tempo, condottieri famosi. Tra i Ghibellini spiccavano i nomi di Guglielmo dei Pazzi, di Buonconte da Montefeltro, del conte Guido Novello dei Guidi, il vescovo Ubertini, l’orvietano Guiderello Filippeschi., il vicario imperiale, Percivalle Fieschi. Dall’altro lato l’esercito guelfo schierava una serie di contingenti provenienti da tutta la toscana e ancora da Bologna e persino dalla Romagna: i fiorentini Corso Donati e Vieri de’ Cerchi, Maghinardo Pagani, Tommaso da Henzola, Malpiglio Ciccioni, Barone dei Mangiadori, e poi un esotico drappello di cavalieri francesi al comando di Amerigo di Narbona e Guglielmo Berardi da Durfort. In tutto erano circa 20000 uomini: il rapporto però era di circa 3 guelfi contro 2 ghibellini.

Come si sviluppò lo scontro militare?
I ghibellini intesero lo scontro in modo tradizionale, benché nel corso della campagna avessero dato prova di maggior intraprendenza rispetto agli avversari. A causa della inferiorità numerica l’unica possibilità era quella di tentare di sfondare le linee nemiche con una potente carica di cavalleria, confidando anche nella perizia militare dei propri comandanti. Di contro, i guelfi attesero l’urto, dopo aver disposto, ai lati dello schieramento, quelle ali di pavesari che avrebbero decretato la loro vittoria.

La carica ghibellina dovette essere quasi sul punto di riuscire e la schiera grossa “rinculò buona pezza”. Però, nonostante tutto, l’esercito guelfo resse e iniziò lentamente a recuperare terreno. Una volta spentasi la forza iniziale, furono ingaggiati combattimenti individuali. Una mossa non prevista decretò l’inizio della rotta: le riserve comandate da Corso Donati, infatti, intervennero anzitempo, forse tagliando parzialmente fuori le fanterie nemiche. Di contro, il conte di Poppi, fuggì nel suo castello senza dare colpo di spada. La battaglia si concluse in poche ore: nella morsa rimasero intrappolati tutti i comandanti ghibellini che morirono in battaglia. Da parte guelfa i caduti non furono molti, e pochi di una certa fama: tra questi il veterano angioino, Guglielmo Berardi di Durfort, il cui sepolcro si può ammirare ancora a Firenze, alla S.ma Annunziata.

Quale esito ebbe la battaglia e quali ne furono le conseguenze?
Per Firenze fu una grande vittoria, il santo del giorno, l’apostolo Barnaba, divenne patrono della città. La vittoria fu importante in particolare per i Guelfi che usarono, come previsto, l’episodio militare come grimaldello per tentare di rientrare nella “stanza dei bottoni”. A distanza di circa dieci anni dalla battaglia, nel corso di una processione, alcuni Magnati presero a malmenare i consoli delle Arti, rinfacciando proprio lo scontro di Certomondo: “noi siamo quelli che demo la sconfitta in Campaldino, e voi ci avete rimossi degli ufici e onori della nostra città”. Da lì a pochi mesi e la città del Giglio si dividerà in due inedite e tragiche fazioni, Bianchi e Neri, dando vita ad una nuova spirale di violenza civile.

Arezzo invece subì una brusca battuta d’arresto, una generazione di nobili era stata spazzata via. Ma ciononostante, negli anni ’20 del Trecento, la città piegata a Campaldino, avrebbe vissuto ancora una pagina di espansione sotto la guida del carismatico vescovo Guido Tarlati. Ma la corsa della città dominante era inarrestabile e, alla fine, come è noto, il leone di Firenze sbranò il cavallo sfrenato aretino: già nel corso del Trecento, sotto Pier Saccone Tarlati, la città era entrata nell’orbita fiorentina.

In che modo la battaglia influenzò Dante?
Dante era un giovane di 24 anni quando ebbe esperienza della guerra e della violenza. Ricordava l’episodio in una lettera, oggi perduta, in cui affermava di avere avuto molta paura. E ne aveva ben donde, dal momento che fu scelto tra i “feditori”, cioè i cavalieri della prima schiera, quelli costretti a subire l’urto della cavalleria nemica. Vedersi piombare addosso trecento cavalieri al galoppo dovette essere esperienza indelebile e fu un caso che il poeta non rimanesse sul campo: non avremmo mai avuto la sua opera immortale. Ma non possiamo sapere se altri, caduti in battaglia, non avrebbero potuto consegnarci altre geniali opere, magari non letterarie. Dante rammenta più volte la battaglia nelle cantiche. Nell’Inferno, quando è circondato dai moncherini degli scismatici, probabilmente non fa che ricordare, con raccapriccio, quanti, più sfortunati di lui, vide cadere in battaglia. Nel V canto del Purgatorio, quando immagina di incontrare il comandante ghibellino Buonconte, ricorda il tremendo temporale che si sarebbe scatenato a fine giornata. Evoca l’intervento del Demonio, oscuro direttore d’orchestra degli odii che conducono gli uomini a combattersi e ad uccidersi. E fu forse anche questa esperienza così estrema e bestiale, unita al dramma dell’esilio, che fece orientare l’Alighieri, nella sua maturità, verso l’anelito tenace e costante per una pace universale, verso cui l’uomo dovrebbe tendere, oggi come ieri.

Federico Canaccini è uno storico del Medioevo, interessato in particolare al conflitto tra le fazioni e alla lotta tra Papato e Impero. Dopo alcune esperienze all’estero (Princeton, Washington D.C.) attualmente insegna presso l’Università Salesiana e presso la Università Telematica Uninettuno. Ha pubblicato diversi libri e numerosi articoli sul Ghibellinismo toscano, sui simboli delle fazioni, dando una nuova interpretazione del simbolo della Parte ghibellina di Firenze. Ha poi pubblicato una versione inedita in volgare della prima bolla giubilare, una sorta di versione preparatoria della Antiquorum habet di Bonifacio VIII. Per Laterza ha già pubblicato 1268. La battaglia di Tagliacozzo. Collabora da anni con la rivista di divulgazione “Medioevo” ed è assiduo recensore della rivista scientifica “Studi Medievali”.

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