12 dicembre 1969, Mirco DondiProf. Mirco Dondi, Lei è autore del libro 12 dicembre 1969 edito da Laterza: quale importanza riveste, nella storia italiana del dopoguerra, il 12 dicembre 1969?
Nell’anniversario del primo anno della strage, il “Corriere della Sera” definisce il 12 dicembre una «data tragica e sconvolgente per tutti gli italiani». Oggi sappiamo che non c’è soltanto lo choc per un attentato sanguinoso sino a quel momento mai visto. Il 12 dicembre si presenta come il giorno nel quale si tenta di cambiare la forma del controllo delle agitazioni sociali. Alla pratica della mediazione si associa l’intimidazione. È un attentato alla pacifica convivenza, una svolta letale per il nostro Paese perché porta a un aumento degli scontri di piazza nei quali, per i primi anni Settanta, viene lasciata mano libera all’estrema destra. Piazza Fontana è un ulteriore semina per la violenza politica che in Italia si protrae per più tempo rispetto alla Francia e alla Germania. Dietro a quella che è diventata «la madre di tutte le stragi» si nasconde un progetto di restrizione della libertà. Sembra una realtà incredibile, ma è quello che accadde, determinando un condizionamento alla democrazia nel nostro Paese.

Quali sono i fatti del 12 dicembre 1969?
Quel giorno in Italia ci sono 5 attentati, tutti nel pomeriggio e a poca distanza di tempo uno dall’altro. A Milano sono colpite due banche del centro: la Banca Nazionale dell’Agricoltura, il cui tragico esito porta alla morte di 17 persone oltre a un centinaio di feriti. Un’altra bomba, di potenza pari a quella detonata in Piazza Fontana, è lasciata alla Banca Commerciale, ma per un imprevisto non dipendente dalla volontà degli autori non esplode. A Roma è colpita la Banca nazionale del Lavoro, nelle vicinanze di via Veneto, l’esplosione ferisce 14 persone. Sempre nella capitale, esplodono due ordigni a basso potenziale all’Altare della Patria, a pochi minuti una dall’altro. Queste ultime sono esplosioni che devono suonare da simbolico attacco alla nazione, utili a indirizzare le indagini degli inquirenti e, al contempo, orientare l’opinione pubblica sulla matrice ideologica degli attentatori.

Chi furono i protagonisti di quei fatti?
Se parliamo di protagonisti, alcuni politici cercarono di strumentalizzare l’attentato per realizzare il loro disegno politico. Quello che si espone maggiormente è il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, ammiratore del presidente francese Charles De Gaulle, e interessato a rivedere in un’ottica presidenzialista il nostro ordinamento istituzionale.
Come front man, un ruolo di primo piano è esercitato anche dal questore di Milano Marcello Guida che in una serie di conferenze stampa contribuisce a definire la prima versione degli eventi: l’attentato è stato compiuto dagli anarchici. Pietro Valpreda è l’esecutore e Pino Pinelli, morto in circostanze mai chiarite alla Questura di Milano, è un suo complice. Le cose invece non erano andate così. L’attentato è stato ideato ed eseguito dalla cellula veneta di Ordine nuovo, un gruppo di estrema destra a matrice neonazista.

In che modo si intrecciano nella vicenda servizi segreti e depistaggi?
I servizi segreti sono parte attiva sulle vicende di Piazza Fontana e sugli altri episodi stragisti. La centralità del loro ruolo è dovuta alla doppia appartenenza di alcuni protagonisti come Guido Giannettini, allo stesso tempo agente del Sid e uomo di estrema destra, anello di congiunzione tra lo Stato e Ordine nuovo. Non c’è solo Guido Giannettini inserito negli apparati di intelligence, ma diversi altri esponenti di Ordine nuovo lo sono, fra questi il leader di On Pino Rauti. Organizzazioni di estrema destra come Ordine nuovo e Avanguardia nazionale sono strettamente intrecciate con i servizi. La particolarità di questa relazione, impone ai vertici istituzionali dei servizi segreti di coprire l’operato delle due organizzazioni.

Quali vicende hanno accompagnato i processi per gli attentati del 12 dicembre?
La vicenda processuale è particolarmente tormentata. Inizia il 23 febbraio 1972 e termina con la sentenza della Cassazione del 3 maggio 2005. Complessivamente dal 1979 al 2005 sono state emesse 10 sentenze. Negli ultimi due processi la Corte, pur assolvendo gli imputati, mette in luce la responsabilità storica della strage di Piazza Fontana indicandone negli ordinovisti gli autori. In particolare è riconosciuto il ruolo di Franco Freda e Giovanni Ventura che però non possono venire condannati essendo già stati in precedenza assolti nel 1987 in via definitiva per lo stesso reato.
Un contesto di strage meglio definito è stato possibile con le nuove indagini compiute negli anni Novanta dal giudice istruttore Guido Salvini che si è avvalso anche delle testimonianze degli ordinovisti Martino Siciliano e Carlo Digilio, con quest’ultimo che ammette la sua partecipazione ai preparativi della strage.

A distanza di quasi 50 anni, quale giudizio storico si può dare dei fatti del 12 dicembre 1969?
Piazza Fontana, di fatto, è il grande rimosso dei nostri ultimi cinquant’anni in ragione del fatto che lo Stato ha puntato a salvare sé stesso cercando di non fare affiorare la sua contiguità con l’ambiente stragista. Dapprima lo Stato ha scientemente invertito la paternità degli attentatori poi, dal 1972 quando la mano nera risultava evidente, si è adoperato in ogni modo per ostacolare le indagini e i processi.