10 lezioni sulla giustizia per cittadini curiosi e perplessi, Francesco CaringellaDottor Caringella, Lei è autore del libro 10 lezioni sulla giustizia per cittadini curiosi e perplessi edito da Mondadori: qual è lo stato di salute della giustizia in Italia oggi?
È una giustizia malata perché non riesce a dare risposte credibili ai problemi della gente. Ammonisce Calamandrei che “la giustizia è fede nella giustizia”, ha bisogno della fiducia dei cittadini. Oggi questo sentimento di adesione è ai minimi storici per via di un sistema troppo complesso che non è capace di sintonizzarsi, in termini di rapidità e di efficienza, con le ansie di giustizia di una società complessa e conflittuale.

Quali sono, a Suo avviso, i mali principali della giustizia nel nostro Paese?
Tempi biblici, norme troppo complesse, linguaggio lontano dai cittadini, decisioni imprevedibili, scarsa effettività della pena. Per citare Satta troppo spesso “il processo è una pena ma al processo non consegue la pena”. Per dirla più brutalmente, il processo lungo è troppo spesso un premio per l’imputato colpevole che attende la prescrizione e un castigo per quello innocente che subisce un calvario infinito.

I tempi della giustizia sono, nel nostro Paese, proverbialmente lunghi: come spiegarlo a un cittadino?
Dicono gli inglesi che “justice delayed is justice denied”. Una sentenza tardiva è un errore giudiziario per definizione. Da noi un processo penale dura otto anni, contro gli otto mesi tedeschi. Le conseguenze sono molteplici. Tra le altre l’affievolimento della legalità e l’affiorare dell’insicurezza sociale, per non dire del flagello della prescrizione che manda al macero decine di migliaia di processi ogni anno, anche per reati terribili come le violenze sessuali. Ecco, la riforma della giustizia è la riforma dei tempi della giustizia.

Abbiamo assistito negli ultimi anni, in clamorosi casi di cronaca, a sentenze poi ribaltate nei successivi gradi di giudizio: quanto è attendibile la verità processuale?
Il ricordo più vivo di mia madre è la sua voce. Una voce calda, accogliente, curiosa, piena di vita. Mi chiamava la sera tardi, reduce da una giornata televisiva all’insegna dei casi giudiziari più complessi. Pretendeva dal figlio magistrato delucidazioni sul funzionamento della misteriosa macchina della giustizia.
Mi chiedeva immancabilmente come fosse possibile che giudici che fanno lo stesso lavoro, hanno seguito gli stessi studi, hanno superato lo stesso concorso, applicano le stesse leggi in aule dove campeggia la stessa scritta LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI, sugli stessi fatti e in relazione alle stesse prove, approdino, come nei casi di Perugia e Garlasco, a decisioni non solo diverse, o molto diverse, ma del tutto opposte. Non pene o benefici applicati in modo differente, ma verdetti antitetici: assoluzione o condanna; paradiso o inferno; libertà immediata o carcere a vita; inizio di una nuova esistenza o definitivo strangolamento del futuro.

Umberto Eco ammoniva che non è mai facile fornire risposte semplici a domande semplici. Spesso ho tentato di spiegare a mia madre che la giustizia dei tribunali è umana e non divina. Che la verità a cui può ambire un giudice è quindi relativa, non assoluta. Che i giudizi dei magistrati sono soggettivi e opinabili, non oggettivi e certi. Che il diritto, come afferma Nietzsche, è un’arte, non una scienza. E che, nell’arte, «non ci sono fatti, solo interpretazioni».
Pertanto, quando le questioni sono complesse e scivolose, con la verità che in un processo indiziario balla nervosamente tra la colpevolezza e l’innocenza, la divergenza di «opinioni» fra i giudici che esaminano lo stesso caso è del tutto naturale. A maggior ragione in un sistema come quello italiano, dove l’iter processuale si articola in tre gradi di giudizio, che possono diventare cinque se la Cassazione annulla il verdetto di secondo grado.
Mia madre non comprendeva fino in fondo i miei ragionamenti. Per lei, erano spiegazioni troppo sottili e insopportabilmente cavillose. Come ogni persona di buonsenso, voleva che la giustizia fosse chiara, semplice e prevedibile. Pensava che dovesse esistere la «verità vera», al pari della «giustizia giusta». La verità, una sola, non le verità. Secondo lei una persona è colpevole o innocente, non può essere contemporaneamente l’uno e l’altro nel corso dello stesso processo.

Era curiosa e perplessa come i cittadini ai quali lei dedica il suo ultimo libro Dieci lezioni sulla giustizia, per cittadini curiosi e perplessi.
Certo, non a caso dedico il libro a lei ed ai 52 anni, 5 mesi e 28 giorni che ho avuto il privilegio di passare con lei.

Il Suo libro si propone di spiegare ai cittadini il funzionamento di quella macchina complessa che è la Giustizia: cosa genera, a Suo avviso, le maggiori distanze tra il sentimento comune della gente e l’amministrazione della giustizia?
La gente prova una sfiducia crescente nei confronti della giustizia e di chi l’amministra, sfiducia generata dall’ignoranza. Noi giudici e giuristi dovremmo abbandonare il nostro linguaggio ampolloso e bizantino. I tecnici hanno il dovere di usare parole semplici per spiegare ai cittadini un pianeta che li riguarda direttamente. La giustizia è amministrata in nome del popolo, non nell’interesse dei magistrati e degli avvocati. Il linguaggio del potere troppo spesso tende a nascondere, invece che a rivelare. Noi tutti dovremmo avere a mente l’ammonimento di Calvino e usare quella meravigliosa opera d’arte che è la lingua italiana per far entrare tutti i cittadini nelle segrete stanze della giustizia.

Da più parti nel nostro Paese si invoca una riforma della Giustizia: quali, a Suo avviso, i possibili percorsi?
I cittadini si aspettano che i giudici chiariscano tutti i dubbi in tempi veloci e applichino agli autori di gravi delitti pene adeguate ed effettive.
Le riforme prioritarie sono allora due: velocità e prevedibilità. Un sistema virtuoso deve impedire che il processo sia un gioco di dadi, dai tempi biblici e dagli esiti imprevedibili. Anche la pena deve essere giusta ma certa, non un pezzo di carta senza effetti sostanziali e reale capacità deterrente. Il libro, peraltro, vuole porre domande piuttosto che dare risposte. Alcune questioni sono talmente complesse da non poter ricevere una risposta secca.

Quali caratteristiche dovrebbe possedere un giudice per poter svolgere al meglio il delicatissimo compito che la legge gli assegna?
Deve essere un buon tecnico ma soprattutto un uomo giusto, con le necessarie doti di umiltà, curiosità, equilibrio e disinteresse. Non deve dimenticare che l’imputato davanti a lui è un uomo, non migliore né peggiore di lui. Un uomo da capire, non solo da giudicare.

Dottor Caringella, cos’è la giustizia?
Ho scritto questo libro per spiegare a tutti i lettori estranei al mondo del diritto, ma interessati alla giustizia come fenomeno che tocca la vita di tutti, che cos’è la giustizia che quotidianamente viene amministrata in nome del popolo italiano nelle nostre aule di tribunale.
In termini giuridici la giustizia è la corretta applicazione della legge. Dal punto di vista etico, è la felicità per il maggior numero possibile di persone.
È un’utopia, un’utopia necessaria. Ricorda un proverbio indiano che l’umanità progredisce più grazie alle persone che camminano con la testa tra le nuvole che a quelle che camminano con i piedi per terra.

Quali sono le altre domande poste dal libro?
Da tale questione cruciale della giustizia conseguono le molte altre domande che i cittadini si pongono. Eccone alcune:
Quale giustizia è lecito attendersi dalla sentenza di un tribunale? Quali sono gli ostacoli più temibili che insidiano la corsa verso la «migliore» verità? Quali virtù professionali e umane deve possedere un magistrato per potersi concedere il lusso di giudicare il prossimo? Quello del giudice è un mestiere, per quanto complesso e insidioso, o una missione salvifica e sacerdotale? La giustizia deve contribuire al miglioramento della società, o non ha altro scopo che la soluzione di un singolo problema e del giudizio su uno specifico comportamento? Il giudice è la bocca della legge o un creatore di diritto? Il magistrato è solo un esecutore del comando giuridico o è anche un pedagogo, un filosofo e un angelo salvifico? Quando un dubbio è un’arte o una malattia? E quando è ragionevole al punto da imporre il verdetto di assoluzione per insufficienza di prove? Si può affermare che tutti i protagonisti del processo mentono? La giustizia è una macchina affidabile o un oggetto misterioso, al pari di ogni altra «commedia» umana? E ancora, può chiamarsi giustizia quella che richiede tempi superiori alla capacità d’attesa degli interessati e, talvolta, alla vita stessa di chi si rivolge a un tribunale? Perché le pene sono così miti e, spesso, restano solo sulla carta? È giusto che il reato si prescriva, mentre le lacrime dei parenti delle vittime sono destinate a scorrere per sempre? Cosa possiamo chiedere alla giustizia e cosa può fare ognuno di noi per agevolarne il funzionamento?

Domande difficili, alcune terribili. Vero?
Certo, ma non possiamo sottrarci. A queste domande, noi magistrati e giuristi dobbiamo rispondere nel modo più semplice possibile. Il libro è uno sforzo in questa direzione. Uno sforzo serio, anche se di certo insufficiente.